Anthony trasforma la propria esperienza in un messaggio di vicinanza, speranza e consapevolezza, mettendo in discussione anche il linguaggio con cui siamo abituati a raccontare la malattia. Nessuna retorica dell’eroe o del “guerriero”, ma il diritto di avere paura, di sentirsi fragili e di chiedere aiuto.
Un percorso che oggi continua anche negli ospedali italiani, dove Anthony incontra pazienti e famiglie per restituire almeno una parte della speranza ricevuta negli anni più difficili.

a cura di Marianna Dima


Benvenuto Anthony, tu sei un volto amato della TV, abituato a portare allegria nelle case degli italiani. Per oltre vent’anni hai tenuto la tua cartella clinica lontana dai riflettori. Perché hai deciso di spogliarti della tua armatura proprio adesso?
«Perché ho capito che la mia riservatezza stava diventando un’occasione sprecata per gli altri. Quando fai televisione crei un legame di fiducia con le persone. Salire sul palco delle Le Iene e raccontare quel quindicenne spaventato, devastato da 18 operazioni, non è stato facile. Ma quando ho visto la marea di messaggi di chi, in quel preciso istante, stava ricevendo una diagnosi simile alla mia, ho capito che non potevo più tacere. Il silenzio protegge te stesso, ma la condivisione può salvare qualcun altro dal sentirsi profondamente solo.»

Il tuo libro, Le parole che servono, rifiuta la classica narrazione cronologica per farsi “vocabolario”. C’è un capitolo in cui affronti il modo in cui parliamo del cancro. Perché rifiuti termini come “guerriero” o “battaglia”?
«Rivendico con forza il diritto alla fragilità. Se definiamo la malattia come una guerra, stiamo implicitamente dicendo che chi non guarisce ha perso perché non ha lottato abbastanza. È un concetto disumano. Chi è in un letto d’ospedale non è un soldato al fronte; è una persona fragile che ha paura, che soffre, che a volte vorrebbe solo piangere senza dover per forza mostrarsi forte per rassicurare chi le sta intorno. Nel libro spiego che il cancro colpisce il corpo e lascia ferite profonde, ma c’è una cosa che non può toccare: la tua anima, la tua vera essenza.»

Hai intrapreso un tour solidale straordinario, portando questo libro di successo direttamente nelle corsie e nei reparti oncologici italiani. Cosa si prova a ripercorrere quei corridoi cambiandone completamente il punto di vista?
«L’odore degli ospedali e il rumore dei macchinari ti rimangono impressi sulla pelle per tutta la vita. Tornarci come uomo adulto e guarito, stringendo le mani dei pazienti e incrociando gli sguardi stanchi dei loro genitori, mi fa battere il cuore in modo indescrivibile. Non vado lì a vendere copie. Vado lì a portare Restituzione – che è la cinquantunesima parola che ho aggiunto idealmente al libro. Voglio restituire la speranza che è stata data a me. Ai ragazzi dico: “Guardatemi. Io ero esattamente dove siete voi adesso, su questa sedia a rotelle. Ce la si può fare”.»

La bellissima prefazione di Silvana Giacobini impreziosisce un testo che sta toccando il cuore di migliaia di lettori. Qual è l'”Orizzonte” – per usare un’altra tua parola – che vedi oggi per il tuo futuro?
«L’orizzonte per me è la consapevolezza profonda del tempo presente. La malattia mi ha insegnato la gratitudine per le piccole cose: un risveglio senza dolore, un progetto che prende forma, la bellezza della normalità. Il mio futuro continuerà a dividersi tra le telecamere e il sociale. Le parole che servono mi ha dimostrato che le parole hanno un potere terapeutico immenso: possono fare rumore, oppure possono curare. Io ho scelto di usarle per curare.»

In un mondo che spesso ci spinge a isolarci, specialmente quando soffriamo, il tuo libro e il tuo tour negli ospedali dimostrano che la vera forza sta nell’unione. Qual è il messaggio finale che vuoi lasciare a chi sta leggendo, magari a chi in questo momento si trova in un momento di buio?
«Vorrei che arrivasse un messaggio chiaro: nessuno si salva da solo, ma insieme possiamo essere invincibili. La vera vittoria sulla malattia, sul dolore o su qualsiasi tempesta della vita non è una medaglia che si vince in solitaria. La vera vittoria è la capacità di prenderci per mano, abbattere i muri dell’isolamento e riscoprirci uniti nella nostra fragilità.

A chi sta affrontando il buio oggi dico: non abbiate paura di chiedere aiuto, non vergognatevi delle vostre cicatrici. Ogni cicatrice è il segno di una storia che continua, il pezzo di un mosaico straordinario che stiamo componendo insieme. Restiamo uniti, stringiamo le mani di chi ci sta accanto, perché quando condividiamo il peso, il cammino diventa più leggero e la luce torna sempre a vincere. La vita è un dono meraviglioso, e la forza più grande che abbiamo è quella di proteggerla e celebrarla insieme, ogni giorno.»

Grazie Antony per la tua testimonianza e complimenti per tutto!

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