“Libertà Ritrovata”: tra consapevolezza, musica e rinascita

Nato come evoluzione del percorso cantautorale di Alessandro Dean, “Libertà Ritrovata” si è affermato nel dicembre 2023 come un progetto crossover che unisce alternative pop, elettronica e conscious rap, con incursioni orchestrali e sonorità alt-metal. La sinergia artistica tra Alessandro Dean e Beatrice Brontë, diventata parte integrante del duo dopo un incontro fortuito, ha dato vita a una dimensione musicale che mette al centro la ricerca espressiva e la libertà interiore. Con l’EP Sporchi di Infinito e numerose esperienze live già alle spalle, Libertà Ritrovata si prepara a nuovi traguardi.

a cura della redazione


Benvenuti su Che! Intervista, Alessandro e Beatrice, è un piacere incontrarvi. Partiamo dall’inizio: cosa significa per voi “Libertà Ritrovata” e come nasce il bisogno di dare questo nome al vostro progetto?
Buongiorno a voi e grazie per lo spazio e il tempo che ci dedicate.
A&B: “Libertà Ritrovata” per noi è la possibilità di esprimerci attraverso il confronto, lo scambio e la contaminazione che viviamo sia artisticamente che personalmente: quando parliamo delle nostre vite, di film, letteratura, di come percepiamo l’arte.
È la libertà ritrovata l’uno nell’altro, grazie al dialogo e all’ascolto — basi della relazione umana — che aprono possibilità infinite.

    Avete descritto la vostra musica come un crossover tra pop alternativo, elettronica e conscious rap. In che modo siete riusciti a fondere generi così diversi senza perdere coerenza stilistica?
    A: Io, che sono il compositore e produttore artistico, ho sempre apprezzato la fusione dei generi, per non dire, la totale noncuranza verso la necessità di identificarsi in etichette che percepisco come dogmatiche. Tra i miei artisti preferiti, nonché principali fonti di ispirazione, vi sono i Linkin Park e i Twenty One Pilots, artisti che hanno fatto della mescolanza dei generi il loro tratto distintivo e che mi hanno sempre incantato. Vedo il genere musicale come uno strumento fluido in cui potersi districare e muovere a proprio piacimento, per esprimere determinati concetti e atmosfere. I generi sono catalizzatori di pensieri, in cui tutto è al servizio del messaggio emotivo.
    Per questo considero la coerenza stilistica non come l’adesione a un unico suono, ma come l’unione di diversi linguaggi, scelti con minuzia, con cui poter creare, in piena libertà, il proprio Arlecchino, il proprio caleidoscopio d’espressione.

      B: Nell’ambito del progetto di Libertà Ritrovata ho avuto la possibilità di trovare lo spazio per la mia natura eclettica sperimentando generi diversi, inizialmente “lontani” dalle mie corde. Introducendomi nell’ultima parte della composizione per aggiungere le parti con una seconda voce ho potuto assaporare le differenze tecniche e sonore dei vari generi. Alla base del nostro progetto, come già anticipato, risiede la contaminazione che come tale è presente prima di tutto nei generi. Essi costituiscono la struttura portante e “contaminata”  dove andiamo a inserire le parole, la melodia e gli strumenti . In questo “métissage” le nostre personalità eclettiche possono esprimersi, manifestare la loro forza e miglioramento.

      La vostra collaborazione è nata quasi per caso. Come ricordate il primo incontro e cosa vi ha fatto capire che la vostra unione artistica sarebbe stata duratura?
      A: Ricordo il primo giorno in cui Beatrice venne a incidere alcune parti di quello che sarebbe poi diventato il nostro primo singolo, “Dio”. All’epoca ero molto più insicuro e acerbo musicalmente, e vissi quell’esperienza combattendo contro una discreta quantità di agitazione, anche a causa di esperienze negative pregresse: ho sempre avuto la tendenza a coinvolgere altre persone nella mia arte. Ma con Beatrice fu diverso. Il suo talento innato, la capacità di ascoltare e di comprendere il mio punto di vista resero quella giornata di incisione davvero divertente e stimolante. Mi sentivo come un regista, mentre la aiutavo a tirare fuori la sua espressività nella maniera più idonea per la canzone. In seguito nacque in me l’esigenza di includerla sempre di più, proponendole di accompagnarmi ai concerti che avevo in programma e più suonavamo, più sentivo che la nostra collaborazione funzionava: anche dal vivo percepivo una forte sinergia nel modo in cui ci ponevamo, e nel modo in cui lei introduceva alcuni dei brani che fino a quel momento erano solo miei.
      Col tempo li fece propri, e diventò naturale — quasi inevitabile — rifondare il progetto, sostituendo il mio egocentrico nome con un vessillo capace di rappresentare non solo le nostre individualità, ma anche ciò che avevamo riscoperto insieme grazie a questa passione comune: una Libertà Ritrovata.

        B: Il nostro primo incontro per me è stato “aria fresca e pura” in un momento in cui avevo più che mai la necessità di esprimere me stessa e di ritrovarmi, distaccandomi dalla realtà quotidiana. Ricordo pertanto le sensazioni “corporee” legate all’ansia di un contesto diverso, difficile ma “sano”in cui il momento dell’incisione metteva a dura prova la mia pazienza, il mio perfezionismo e la “paura” di ricadere nelle trappole della mente ogni volta che cercavo di correggere un errore o generare sfumature diverse per ogni verso da cantare. Passo dopo passo, Alessandro mi accompagnava come un maestro comprensivo, esigente, pignolo e instancabile; il percorso mi sembrò fin da subito naturale. Nei testi e nei suoni generati dal progetto di Alessandro sentivo che c’era uno spazio per me, che avrebbe pian piano preso forma.
        Ricordo poi le emozioni vissute durante il nostro primo live insieme all’adrenalina che mi si scatenò e che tutt’ora si scatena durante un’esibizione: “energia di vita pura”.

        L’EP Sporchi di Infinito affronta tematiche profonde e delicate come l’abbandono, il lutto, le dipendenze e l’ansia. Qual è stato il processo creativo dietro questi brani e quanto c’è di autobiografico nei testi?

        A: Questa prima produzione porta solamente la mia firma artistica, poiché Beatrice si è aggiunta quando queste sette “bimbe” erano già concluse o nelle fasi finali di composizione.
        Il processo creativo dietro a queste canzoni nasce da un insieme di esperienze che ho vissuto, in parte direttamente e in parte indirettamente.
        Ad esempio, OPERANDI affronta la tematica dell’ansia, una condizione con cui mi sono brutalmente confrontato negli ultimi anni. FALLOUT, invece, parla dell’affrontamento del lutto e della malattia oncologica, non solo da parte di chi ne è colpito direttamente — come pazienti e familiari — ma anche del personale medico coinvolto.
        Quest’ultima è nata in seguito a un esame universitario che sostenni durante il primo anno di magistrale: uno dei testi opzionali trattava proprio questa realtà, e mi colpì a tal punto da spingermi a dedicare una canzone a chi vive quella condizione.
        In generale, c’è sempre un po’ di me in ogni brano. A volte mi nascondo dietro simboli o storie che invento, come in DIO, che racconta un amore disfunzionale tra un ragazzo e una ragazza cresciuti insieme in orfanotrofio; altre volte mi mostro più nudo, come in 24 OTTOBRE, dove ho analizzato un mio senso di colpa personale con l’intento di stimolare l’auto-perdono.
        Cerco sempre, però, di mantenere una certa distanza; non trovo interessante parlare apertamente del mio vissuto, preferisco trarne dei messaggi che possano aiutare chi è in grado di riconoscersi nella mia scrittura — proprio com’è stato per me con gli artisti che amo.
        Credo profondamente nel valore terapeutico dell’arte.

        Avete calcato palchi importanti, dal Vicenza Rock Contest alla Festa della Musica di Pavia, fino alla Notte dei Talenti. Quali emozioni vi portate dietro da queste esperienze live?
        B: La prima risposta è sempre Libertà. In ogni contesto ci è stata data la libertà di esprimerci e di raccontarci, di scegliere il “pezzo” più adatto da presentare e trasmettere al pubblico in ascolto. Ci siamo sentiti parte di un qualcosa di grande in cui abbiamo ricevuto ringraziamenti e apprezzamenti.

          La vostra musica è impregnata di impegno sociale e riflessione esistenziale. Quanto conta per voi che l’arte diventi anche uno strumento di consapevolezza e cambiamento?
          Per noi l’arte è ancora oggi uno strumento fondamentale e imprescindibile per stimolare consapevolezza e successivamente un cambiamento. Gli artisti dovrebbero rendersi maggiore conto dell’impatto che hanno sulle masse e chiunque anche nel piccolissimo, come noi, può fare qualcosa per aiutare ad aiutarsi.

          Il rapporto tra voce melodica, rap e parti urlate è una delle vostre cifre distintive. Come lavorate insieme in studio per equilibrare queste tre anime del vostro sound?
          Cerchiamo sempre di fare ciò che la canzone e il testo richiedono, senza alimentare forzature né egocentrismi: siamo al servizio dell’arte. Se percepiamo la necessità di trasmettere rabbia o disperazione lo facciamo. Sappiamo che le urla sono spesso la strada più adatta — per fare un esempio. Allo stesso modo, dividiamo le parti non solo in base alle nostre unicità vocali, ma soprattutto in funzione di ciò che la musica e le parole necessitano.
          A volte abbiamo le idee chiare fin da subito su chi canterà cosa e come; altre volte preferiamo testare entrambe le versioni, e non è raro che finiamo per cambiare idea. La prima versione di FALLOUT, ad esempio, presentava una divisione vocale completamente invertita nelle strofe rispetto a quella che poi abbiamo pubblicato.

          Avete superato la prima selezione di Music for Change 2024. Cosa ha rappresentato per voi questo riconoscimento e quanto è importante inserirsi in un circuito che unisce musica e impegno civile?
          La musica è espressione, forza motrice di una rivoluzione silenziosa che cambia tutto ciò che raggiunge, a un livello interiore ed esteriore. Il riconoscimento di Music for Change 2024 ci ha resi ancora più consapevoli di ciò che noi possiamo trasmettere, tramite ciò che scriviamo e componiamo, del nostro impegno nel contribuire a realizzare un mondo migliore rispetto a quello che abbiamo trovato. È un monito a  continuare a essere il meglio di qualunque cosa possiamo essere (M.L. King). Da tutti i punti di vista e per tutti gli ambiti. Proprio per quella selezione è nata l’idea di una delle canzoni che abbiamo realizzato in seguito e che sarà parte del prossimo progetto: un grido per la libertà del singolo e della società.

          Il nuovo album che state progettando sembra voler ampliare ancora di più il vostro universo sonoro, abbracciando alt-metal, conscious rap e indie pop. Cosa potete anticipare su questo lavoro?
          Ciò che possiamo anticipare è che si tratta di un lavoro estremamente minuzioso, sia dal punto di vista della produzione musicale che dei testi.
          La prima canzone che abbiamo scritto è un inno contro la violenza, un grido per chi non può gridare, e la dedicheremo in particolar modo al popolo palestinese.
          A questo proposito, all’interno del brano è presente una traccia audio registrata da un giornalista durante un attentato.
          Sarà un album molto più energico: ricco di chitarre distorte, grida, synth scintillanti come diamanti e testi dalla forte ispirazione poetica. Sylvia Plath ed Emily Brontë sono alcune tra le nostre principali muse. Un’opera a cui affacciarsi e in cui immergersi come nell’abisso nietzscheano.

          Quale messaggio volete lasciare con la vostra musica e quale credete sia il filo rosso che lega tutte le vostre esperienze artistiche fino ad oggi?
          Il messaggio che vogliamo lasciare è che non si è soli in ciò che si vive o si affronta.
          Possiamo aiutarci, sostenerci, anche a distanza — perfino soltanto attraverso una canzone.
          Nel nostro piccolo abbiamo ricevuto apprezzamenti, e abbiamo percepito che la nostra musica ha saputo tenere compagnia, persino emozionare. Speriamo di poter fare sempre di più e di andare il più lontano possibile, magari — se saremo molto fortunati — “più lontani dell’arco di una vita”, come scriveva Sylvia Plath.

          Vi ringraziamo nuovamente per lo spazio e il tempo che ci avete dedicato.

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