Con l’uscita del nuovo singolo “Abbi Cura”, il cantautore siciliano Limarra aggiunge un nuovo capitolo alla sua carriera artistica. Estratto dall’album “Cosa Resterà”, il brano riflette sul valore della cura di sé in un mondo frenetico e spesso indifferente. La sua musica, un perfetto equilibrio tra sperimentazione e radici mediterranee, continua a emozionare e coinvolgere. In questa intervista, esploriamo il suo percorso artistico, le ispirazioni dietro il nuovo album e la sua visione della musica contemporanea.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Limarra! “Abbi Cura” è il tuo nuovo singolo in rotazione radiofonica. Come nasce questo brano e qual è il messaggio che vuoi trasmettere?
Il brano Abbi Cura nasce dall’esigenza di esplorare e comunicare un tema profondo e universale: la necessità di prendersi cura di sé in un mondo che spinge sempre a correre, a fare di più, a essere sempre produttivi. In un contesto sociale e culturale che spesso sembra ignorare le fragilità individuali e l’importanza della lentezza, ho sentito l’urgenza di esprimere, attraverso la musica, quanto sia fondamentale fermarsi, ascoltare sé stessi e riconoscere il proprio valore, anche nella solitudine o nei momenti di difficoltà.
Il tuo ultimo album “Cosa Resterà” segna un’evoluzione nel tuo stile musicale. Quali sono le principali differenze rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Cosa Resterà rappresenta per la mia carriera da solista una chiara evoluzione rispetto al precedente Riconoscersi, segnando un cambiamento sia nello stile musicale che nell’approccio narrativo. Se il primo lavoro era radicato in un cantautorato più tradizionale, con influenze folk e mediterranee e un’attenzione rivolta soprattutto alla dimensione sociale e collettiva, il nuovo disco si sposta verso un territorio più intimo e personale, in cui la cura di sé, la fragilità e la ricerca di equilibrio interiore diventano i temi centrali. Anche le sonorità si fanno più morbide e stratificate, con arrangiamenti più ricercati, melodie avvolgenti e una maggiore attenzione alle atmosfere, che accompagnano testi dal linguaggio più poetico e simbolico. Questo passaggio segna non solo una svolta artistica, ma anche un’evoluzione emotiva, in cui diventa chiara la mia volontà di scavare più a fondo, portando all’ascoltatore un messaggio universale e allo stesso tempo profondamente personale.
Nel disco si percepisce una forte ricerca sonora, con elementi che spaziano dal funk all’elettronica. Quali influenze musicali hanno guidato la produzione di questo progetto?
Cosa Resterà intreccia radici mediterranee a sonorità d’oltreoceano con suggestioni più contemporanee, dando vita a un mio sound personale e più riconoscibile. Le influenze musicali che emergono lungo l’ascolto spaziano dal funk tipico delle colonne sonore dei B-Movies italiani (Trovajoli e Piccioni su tutti) all’elettronica che si insinua in atmosfere sospese, nei tappeti sintetici e nelle texture sonore che donano profondità alle tracce. Accanto a queste componenti, non mancano richiami al cantautorato italiano più raffinato — da Battiato a Niccolò Fabi — e alla world music, con l’uso di strumenti e ritmi che evocano paesaggi del Sud. La produzione è stata guidata da un’estetica che privilegia l’equilibrio tra calore analogico e delicate incursioni digitali, senza mai risultare eccessiva o artificiosa. Tutto è al servizio dell’intenzione narrativa, come se ogni scelta timbrica fosse una pennellata su una tela emotiva.
Uno dei momenti più intensi dell’album è la tua reinterpretazione di Povera Patria di Franco Battiato. Cosa ha significato per te omaggiare un maestro della musica italiana?
Ritengo che Povera Patria sia una canzone che ha avuto un impatto profondo sulla cultura musicale e sociale italiana. Omaggiare il Maestro ha avuto per me un duplice significato: da un lato provare a far dialogare il brano con il presente e dall’altro dare una veste nuova ad un testo che amo visceralmente. Quando ho deciso di riproporre questa canzone, mi sono chiesto come poterla rendere attuale, farla risuonare ancora oggi, in un contesto che purtroppo sembra non aver fatto molti passi avanti in termini di giustizia sociale, diritti e speranza. In un clima sociale così delicato (come quello odierno) ho ritenuto necessario inserire Povera Patria nella tracklist del disco, perché credo che soprattutto con la musica di possano risvegliare la coscienza collettiva e la consapevolezza sociale.
Cosa Resterà vanta collaborazioni interessanti, come quella con Shebab Lou Bandy. Come sono nate queste sinergie artistiche e cosa hanno portato al tuo album?
Oltre all’incontro musicale, la collaborazione con Shebab Lou Bandy è stata per me, prima di tutto, una scoperta umana. Ci siamo conosciuti in un momento in cui entrambi stavamo cercando un modo più sincero di esprimerci, e da subito è nato un dialogo profondo, fatto di ascolto vero, di rispetto reciproco e di curiosità per le nostre storie. Abbiamo passato molto tempo a parlare, anche fuori dallo studio, condividendo idee, vissuti, riflessioni, ed è stato proprio da lì che è nata l’intesa che si sente nel brano. Quando cantiamo insieme, non solo intrecciamo melodie, ma raccontiamo un rapporto fatto di fiducia e di affetto. Shebab ha portato nel progetto non solo la sua voce e il suo ritmo, ma anche la sua umanità, e credo che questo si senta. È una delle cose più belle che Cosa Resterà mi ha regalato: un’amicizia vera, che ha lasciato un segno profondo, dentro e fuori dalla musica.
Sei un artista che ha attraversato diverse fasi musicali, dai Baciamolemani fino alla carriera solista. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura e alla composizione nel tempo?
Nel corso degli anni, il mio approccio alla scrittura e alla composizione è cambiato man mano che crescevo sia come artista che come persona. Insieme ai Baciamolemani, la scrittura era principalmente un atto collettivo, un incontro di idee e visioni. La musica era spesso più sperimentale, contaminata da influenze diverse e un po’ più legata all’energia di gruppo. Era un modo di comunicare con gli altri, di costruire insieme un suono, un immaginario. Quando ho intrapreso la carriera solista, ho iniziato a concentrarmi più su me stesso, sulle mie riflessioni personali, sulle esperienze che sentivo di voler raccontare. Ho imparato a mettere la scrittura al centro del mio processo creativo, a vedere la musica non solo come un linguaggio esterno, ma come un dialogo interiore. Ho cominciato a cercare un suono che fosse più mio, più autentico, dove le parole non erano solo racconti, ma veri e propri strumenti di esplorazione. Ho imparato a prendermi più tempo, ad ascoltarmi di più, a non avere paura di entrare in profondità e affrontare temi che magari prima non avrei avuto il coraggio di trattare.
La Sicilia è spesso presente nella tua musica, sia nei suoni che nelle tematiche. Quanto influisce la tua terra d’origine sul tuo modo di fare musica?
La Sicilia ha sempre avuto un ruolo centrale nella mia musica, ma il modo in cui la vivo e la racconto è cambiato nel tempo. Con i Baciamolemani, la Sicilia era una sorta di radice visibile, un richiamo forte alla tradizione, con un suono che mescolava la vivacità delle nostre tarantelle, del folk siciliano, con influenze globali, creando un ponte tra passato e presente. Era un mondo musicale ricco di energia, di colori, di suoni che riflettevano la bellezza e le contraddizioni della mia terra. Oggi, con il mio progetto solista, la Sicilia è presente in modo più intimo e riflessivo: non parlo più tanto della Sicilia “da raccontare” o delle sue immagini iconiche, ma di un legame più profondo, che si fa sentire nell’approccio alla musica e nelle atmosfere che scelgo. È diventata parte della mia interiorità, un punto di partenza per un viaggio più personale. Anche se la mia musica può sembrare più intima rispetto alle mie vecchie produzioni, la Sicilia è sempre lì, come una parte di me, che pervade le mie melodie e i miei testi, pur non essendo più il fulcro evidente del racconto.
Il tuo percorso artistico ti ha portato a esibirti in tutta Europa e a collaborare con grandi nomi della musica. Qual è stata l’esperienza che più ti ha segnato?
L’esperienza che più mi ha segnato sicuramente è stata quella sul palco di Emergency a Catania nel 2017 con i Baciamolemani. Quella performance ha avuto un significato speciale per me, non solo per l’importanza del palco e per il calibro dei “colleghi” con cui ho condiviso l’esperienza (Elodie, Roy Paci, Mario Venuti e tanti altri) ma anche per il contesto in cui si svolgeva. Emergency, con la sua missione umanitaria, è sempre stata un’organizzazione che mi ha molto colpito, e poter partecipare a un evento che univa la musica a una causa così importante mi ha dato una prospettiva diversa sulla nostra arte. Sul palco, c’era un’energia incredibile: la sinergia con i compagni di band, il pubblico che rispondeva a ogni nota, il senso di comunità che si è creato in quel momento. È stato uno di quei rari istanti in cui la musica e l’emozione si fondono, e ti rendi conto che quello che fai ha un impatto, che non è solo un’esibizione, ma una parte di qualcosa di più grande. Quel concerto mi ha fatto riflettere sul ruolo che la musica può giocare nel sociale, nel sensibilizzare, nel creare connessione tra le persone, e mi ha lasciato una consapevolezza più profonda del mio ruolo come Artista. È stata una di quelle esperienze che ti cambia, che ti fa vedere la musica sotto una luce diversa, come strumento di cambiamento, di unione e di resistenza.
In un’epoca in cui la musica è sempre più digitale e immediata, che ruolo ha per te l’album come forma d’arte? Pensi che il pubblico sia ancora disposto a vivere l’esperienza di un disco completo?
Per me l’album rimane una forma d’arte essenziale, un modo per raccontare una storia in modo completo e coerente. In un’epoca in cui la musica è sempre più digitale e consumata in modo frammentato, l’album offre un’esperienza unica, un viaggio che va oltre il singolo brano. Ogni traccia ha il suo posto, e insieme formano un discorso che si sviluppa dall’inizio alla fine, come un film. Nonostante la crescente immediatezza dei singoli, credo che ci sia ancora un pubblico che apprezza l’ascolto di un album completo, un pubblico che punta alla ricerca di un’esperienza profonda e articolata. L’album permette all’Artista di esplorare temi e emozioni in modo più ampio, senza la pressione di dover creare un “hit”. Anche se la fruizione musicale è cambiata, sono convinto che ci sarà sempre chi cercherà la profondità e la coerenza di un disco ben concepito.
Quali sono i tuoi prossimi progetti? Possiamo aspettarci un tour o nuove produzioni in arrivo?
Beh, sto già scrivendo il terzo disco e perché no quest’estate magari proverò a suonare qualcosina di totalmente inedito per vedere la gente che reazione ha. Dove? Al momento posso solo invitarvi tutti il prossimo 22 luglio da Zo Centro Culture Contemporenee a Catania, dove presenterò Cosa Resterà in full band. Vi aspetto!
Grazie LImarra e complimenti per la tua carriera artistica!
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