L’incisione come linguaggio del contemporaneo – Dialogo con Ferdinando Fedele

Artista, docente, incisore, sperimentatore instancabile: Ferdinando Fedele ha dedicato la sua ricerca a un dialogo profondo tra la tradizione dell’incisione e le possibilità aperte dai linguaggi visivi contemporanei. Nato nel 1964, insegna attualmente Tecniche dell’Incisione/Grafica d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dopo aver formato generazioni di artisti tra Sassari, Milano, Napoli e L’Aquila. La sua opera si articola tra studio storico e tecniche miste — dalla fotocalcografia allo stencil, fino alla street art — in un percorso che abbraccia classicismo, sperimentazione e impegno formativo. In questa intervista, esploriamo il suo pensiero, il suo metodo e il suo sguardo sul ruolo dell’arte oggi.


Benvenuto su Che! Intervista professore, è un piacere ospitarla; Partiamo da una domanda ampia ma inevitabile: Cosa rappresenta per lei oggi l’arte dell’incisione e quale significato assume nel nostro presente ipervisivo?
Ad oggi, mi vengono subito in mente i numerosi reels di Instagram o i tutorial di Youtube; chi fosse interessato ha la possibilità di fare anche un percorso di ricerca direttamente in rete, anche con l’AI…., giusto per delineare un approccio all’argomento in quanto anche per me questa realtà rappresenta la mia esperienza contemporanea. In questi termini esso assumerebbe molteplici sfaccettature e molto dipende da come lo si affronta. Ad esempio ho appreso la tecnica dell’acquaforte (un tipo di incisione chimica sul metallo) nel 1981 al liceo artistico di via Cavour a Firenze (ora un diventato un Hotel). Tutto è impresso nella mia memoria, quarantaquattro anni fa, avevo diciassette anni. Mi trovavo lì per caso, a seguito del terremoto dell’Irpinia il 23 novembre 1980; e prima di esso frequentavo il liceo artistico di Salerno: muovevo quindi i primi passi da un’area mediterranea. Improvvisamente mi ritrovai a Firenze, città dei sogni di allora. A pochi passi dal liceo si trovava piazza San Marco con l’omonima chiesa e il convento interamente affrescato dal Beato Angelico e nella stessa piazza, all’epoca, ebbi l’ulteriore fortuna di vedere i bronzi di Riace appena restaurati; e poi ancora, nella stessa piazza, l’accademia di belle arti dove successivamente, finito il liceo, mi iscrissi. Un pò più avanti, sulla via Ricasoli trovavo il David di Michelangelo e i Prigioni. Ancora più avanti, procedendo per la stazione ferroviaria, si ergeva imponente la cupola del Brunelleschi e il Duomo con gli affreschi equestri di Paolo Uccello e Andrea del Castagno; al centro della piazza, ancora, il battistero con la porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti. Su questa piazza mi trovavo ad un bivio: proseguendo dritto incontravo Il Verrocchio (Incredulità di San Tommaso) e il San Giorgio e il Drago di Donatello, poi ancora il Perseo di Benvenuto Cellini in piazza della Signoria, ancora più avanti gli Uffizi, il Ponte Vecchio e il Pontormo, oltre l’Arno, fino alla chiesa del Carmine con la cappella Brancacci affrescata da Masaccio. Ritornando a piazza Duomo, svoltando a destra, passando da San Lorenzo e dalle cappelle Medicee, si arrivava alla stazione di Santa Maria Novella e alla omonima chiesa. Dopodiché prendevo il treno per ritornare a Pistoia dove alloggiavo. Davvero tante cose. È stato in questo contesto che ho appreso la tecnica dell’acquaforte al liceo fiorentino dove con il mio professore di allora subito ci fu intesa. Ero fortemente ricettivo. Non ci fu per fortuna quasi nessun episodio di discriminazione sulla mia provenienza, non ne diedi la possibilità, mi inserii nel contesto dove potei trovarmi a mio agio. Nella materia di Ornato feci tutt’altro, il professore ci insegnava l’incisione in quanto lui stesso era un raffinato incisore. Fu una fortunata casualità in quanto all’epoca ancora non la si insegnava nei licei.

Ricordo che verso la fine dell’anno scolastico ci fu un momento in cui mi trovai a sedere accanto al professore che mi trattava con rispetto mettendo a tacere qualche tentativo di gelosia. Ed io provai soddisfazione. Siccome non sarei ritornato l’anno successivo perché sarei rientrato a Salerno per finire il liceo, il professore mi fece un elenco scritto sulle modalità per eseguire l’acquaforte affinché potessi continuare da solo. Elenco che poi condivisi con gli altri studenti. Il metodo che imparai allora lo adotto ancora oggi con gli studenti che sono interessati (pochi in verità) a questa disciplina, in quanto la grafica d’arte che attualmente insegno all’accademia possiede differenti linguaggi e tecniche che faccio usare a seconda della sensibilità e l’orientamento culturale degli stessi che provengono da diverse aree geografiche. All’epoca ancora non era in uso la comunicazione via fax, non esisteva la contemporanea tecnologia e internet, c’era per l’uso comune soltanto il telefono, la radio e la televisione. E l’informazione cartacea. Per approfondire gli argomenti mi recavo personalmente alla biblioteca Medici-Riccardi a studiare il testo di Leone Augusto Rosa sulla tecnica della pittura ad olio, fra gli altri interessi, oppure alla biblioteca Nazionale per approfondire altre cose ancora. E dovevo battere la tesi con la macchina da scrivere Olivetti lettera 33. Non esisteva l’intelligenza artificiale.

Queste sono le cose che ho fatto io prima di interpellare Google od altro. Che percorso devono seguire i nativi digitali? Questo è quello che devo tener presente con gli studenti considerando anche il contesto storico attuale. Quindi, per chiedere qualcosa a google, bisogna essere preparati sulle domande da fare e soprattutto avere un metodo di ricerca specifico o generale. Questa è la strada che propongo loro.

Il campo della grafica è vasto e vario ed è una definizione generica: è parte del vissuto quotidiano ed è veicolo di comunicazione sociale e artistica con segni e disegni, da sempre; c’è chi si dedica esclusivamente alla ripetizione delle stesse modalità e caratteristiche e chi è sempre alla ricerca di nuove possibilità. Io appartengo alla seconda categoria.

La sua ricerca si muove tra la fedeltà alla tradizione incisoria e l’esplorazione delle sue estensioni contemporanee, come la stampa digitale o la street art. Come si mantiene vivo questo equilibrio senza rinunciare alla profondità?
Prima di partire per Firenze, al primo e al secondo anno del liceo artistico di Salerno, nella pausa estiva facevo l’apprendista in uno studio per la grafica commerciale. Anche lì la mia curiosità mi faceva assorbire tutto ciò che trovavo e soprattutto mi interessava; non sarebbe stato lo stesso in un’officina per motori od altro, erano le arti grafiche e più in generale le arti plastiche e visive quelle da cui ero attratto. Si lavorava in camera oscura, si montavano impianti grafici, ancora con pellicole e scotch, si impressionavano su lastre di alluminio fotosensibili per la stampa offset. Si trattava di un lavoro creativo ma non artistico, ma qualsiasi linguaggio è neutro in sé. Si faceva la cianotipia fotomeccanica ma era in funzione della stampa offset. E anche la serigrafia. Queste conoscenze non mi sono servite subito. Ma col tempo si sono rivelate efficaci per condurre le mie attuali ricerche che, unite alle conoscenze della grafica d’arte incisa, appresa successivamente, hanno completato il mio alfabeto dei segni rendendo la comunicazione libera di esprimersi in maniera ricca e complessa. Senza questo tipo di formazione e conoscenze non sarebbe stato possibile lavorare anche col digitale, con gli stencil, con la fotomeccanica ed altro ancora.

È difficile per un giovane sapere cosa farà in futuro e per questo motivo è importante investire nel presente, seguendo le proprie inclinazioni e desideri e coltivarli con sincerità ed impegno che richiedono però degli sforzi, che sono quelli che poi restano e che costituiscono la nostra buona fortuna.

Tecniche come la fotocalcografia, la cianotipia o lo stencil diventano nelle sue mani strumenti concettuali: Quanto contano il gesto e la materia nella sua idea di opera grafica?
Il concetto di fondo è che purtroppo o per fortuna gli ambiti o le definizioni  sono ristretti o potrebbero esserlo e tendo perciò a ridondare, a fuoriuscire dagli stessi, divenendo spesso qualcos’altro: per la fotocalcografia ho preso in prestito le qualità della stampa industriale, quelle della produzione editoriale e cartacea; per la stampa di immagini fotografiche in quadricromia che come su detto sono procedimenti che ho acquisito nel mio percorso di apprendimento dei linguaggi della grafica, sia quelli tradizionali che quelli fotomeccanici, che hanno ampliato la mia tavolozza espressiva per non escludere nessuna possibilità, includendo sia le espressioni della grafica incisa manualmente che quelli che la mano non riesce a riprodurre. E perciò ben vengano altri utilizzi come quello dell’elaborazione digitale di una fotografia a colori da tradurre per la fotoincisione su metallo facendo coincidere così sia l’aspetto contemporaneo che quello tradizionale, e la relativa stampa su carta. Questo per formati di carta seppur di ampie dimensioni comunque limitati dalla possibilità della strumentazione per ottenerli. Lo stesso procedimento viene adottato per le dimensioni più grandi per rispondere a spazi diversi dal foglio, come quelle delle pareti in spazi chiusi come  all’aperto, su strada, intagliando grandi fogli  di carta che diventano matrici per lo stencil appunto, e in quadricromia, quindi quattro matrici della stessa immagine ma con differente struttura grafica che una volta stampate sovrapponendole l’una sull’altra  in successione, danno luogo alla ri-creazione della fotografia che a livello di percezione ottica hanno un effetto simile a quello della pittura divisionista che si legge o si percepisce grazie alla legge ottica dei contrasti simultanei , diventando quindi un processo logico e scientifico. In questi casi la creatività è riconducibile al soggetto che si vuole esprimere piuttosto che in qualche abilità tecnica o manuale, e alla scelta del linguaggio stesso. C’è quindi una sorta di trasformazione dall’elaborazione grafica delle singole parti di un soggetto, al gesto dell’intaglio, alla concretizzazione in materia pittorica, quando per esempio la vernice incontra il supporto come il muro oppure anche una tela; per questo parlo di una sequenza in divenire invece che di un linguaggio statico e chiuso.

La cianotipia non è una tecnica che utilizzo in quanto diventa un ambito chiuso in sé stesso e facilmente classificabile. In generale i miei sono tentativi di depistaggi continui che significano la necessità di una costante fuga in avanti.

Nei suoi progetti didattici emerge un forte senso di partecipazione attiva e collettiva, come dimostrano i workshop di street art. Quanto è importante per lei il coinvolgimento diretto degli studenti nei processi creativi pubblici?
Si in effetti, se ben organizzato il lavoro, è indispensabile ci siano diverse persone  che collaborano alla realizzazione per opere di grandi formati, che vanno dall’elaborazione di un tema alla scelta di un soggetto da  rappresentare, in primo luogo,  poi lo studio e l’analisi di possibilità grafiche efficaci, progettati al computer,  ridisegnando  la  foto  in base alla  dimensione che dovrà avere, anche suddividendo la  stessa  immagine  in porzioni che poi saranno ricostruite come un puzzle, per formare una unica grande immagine. Affinché si possano produrre le matrici per gli stencil con supporti di carta o altro materiale idoneo, queste devono essere minuziosamente intagliate a mano e ciò richiede tempo e metodo; infine poi c’è l’esperienza in cantiere con la partizione dell’area di intervento, il posizionamento delle matrici per ricomporre quell’unica immagine, la messa a registro di tutte e quattro le matrici e il passaggio delle vernici giallo, rosso blu e nero. In sostanza lo stesso procedimento che si svolge in una tipografia, qui verrebbe realizzato sul muro: con la fotoincisione invece si lavora in piccolo e con lo stencil in grande, ma la resa percettiva rimane la stessa. Questo è l’esperienza degli studenti che partecipano ai workshop.

Ha esposto in contesti internazionali, da Parigi a Roma e da Pescara ad Alessandria. Come cambia il suo approccio espositivo quando si confronta con spazi, città e pubblici diversi?
Portando sempre con me la ricerca di sempre con l’ultima opera realizzata appositamente per quella occasione e contesto, che possa riassumere il lavoro precedente o che sia la sintesi dello stesso. Studio lo spazio e propongo una soluzione immaginandolo e rischiando anche. I risultati si vedono alla fine del lavoro, quando il pubblico reagisce o interagisce con esso.

    L’immagine, nella sua pratica, è sempre carica di stratificazioni visive e simboliche. Qual è il punto di partenza del suo processo creativo: Un’idea teorica, un’immagine archetipica o una suggestione visiva?
    Senza dubbio un’immagine archetipica, vedi il Veronese, le Eve, il Drago, Napoleone o anche la radiografia della testa di una persona anonima. La teoria si delinea dopo l’accadimento, riscoprendo solo successivamente le molteplici connessioni e riferimenti ideologici, formali e filosofici, anche a distanza di tempo, come ad unire i puntini di un disegno all’inizio invisibile. La suggestione visiva è il risultato del processo il più delle volte imprevedibile e sempre nuovo che apre una ennesima porta per un viaggio successivo.

    In diverse sue opere si avverte un’atmosfera sospesa, spesso inquieta, come in la Muta o Fissare lo sguardo, che ruolo gioca il silenzio o l’assenza nella sua poetica visiva?
    Evoca uno spazio metafisico, il vuoto fra un oggetto e l’altro, come quello che intercorre fra una lettera e un’altra, fra una parola e l’altra ed altri esempi ancora, che creano l’attesa e la sospensione: è in quello spazio che si genera il significato.

      Lei ha realizzato anche opere di arte sacra e cicli pittorici in spazi religiosi di culto. Come cambia la sua visione artistica quando lavora per un contesto liturgico o spirituale?
      Le opere di arte sacra che ho realizzato rappresentano un diverso contesto rispetto alla ricerca libera e personale; esse sono assoggettate alla commissione che pone dei limiti ma che allo stesso tempo diventano un punto di partenza per una ulteriore ricerca. Al momento potrebbero apparire come percorsi paralleli che non si incontrano ma recano in sé la matrice comune come quella dell’interazione fra più persone reali. Mi sono posto il tema della relazione fra il soggetto da rappresentare e la modalità con la quale ho inteso esprimerle con il preciso scopo di veicolare un messaggio che possa includere la sua utilità nel contemporaneo: anche qui c’è stato il coinvolgimento di persone creando un contesto performativo come parte costituente di tutto il progetto, anche se mi è stata commissionata una pala d’altare di tipo tradizionale. Mi riferisco al tableau vivant per ricostruire la scena richiesta, scegliendo gli attori e i costumi, documentando con foto e video ciò che si crea all’interno e all’esterno, tutto questo necessario per fissare fotograficamente la composizione che alla fine sarà pittorica, una specie di film.

      Guardando ai suoi oltre trent’anni di insegnamento, come è cambiata la percezione dell’incisione tra i giovani artisti? E come cerca di stimolare oggi la loro attenzione verso un linguaggio così ricco e complesso?
      Trent’anni fa eravamo ancora nell’era analogica o in un momento di rivoluzione tecnologica che ha cambiato per sempre la nostra percezione delle cose e della vita. Per quanto concerne la ricerca estetica, il digitale non sostituisce l’analogico, ma si aggiunge alla conoscenza e a nuove possibilità espressive. Penso non si possa escludere una cosa a vantaggio di un’altra, ma esse devono convivere, altrimenti i messaggi perderebbero di profondità. Il mondo di oggi è strettamente connesso con quello di ieri, senza l’uno non ci sarebbe l’altro. Gli studenti dovrebbero intercettare questo aspetto ed investigare anche sulle cause, ovvero studiando e ricercando.

      Se dovesse definire con una sola espressione il filo rosso della sua ricerca-che attraversa tecniche, epoche e contesti- quale sarebbe e perché?
      Il filo rosso della mia ricerca è quello che riguarda tutte le discipline che si occupano di estetica in senso lato, o meglio dell’arte: la ricerca per mezzo della tecnica dei significati dell’esistenza e di ciò che nel profondo scorgiamo. È la ricerca, attraverso le tecniche – ed ecco perché sono eterogenee… – di ciò che siamo, del nostro essere che non riguarda mai solo il qui e ora, ma attiene sempre a ciò che viene prima e ciò che viene dopo, che alla fine le contiene entrambe.

      Grazie professore per la sua intervista e complimenti per tutto!

      Per saperne di più viista:
      ferdinandofedele.com

      Copy link