Con “Libera Orchestra del Jazz Italiano”, disponibile dal 24 giugno 2026 su tutti i digital store e in vinile sullo store del Saint Louis, LOJI firma il suo primo album ufficiale. La big band romana, nata nel 2019 e composta da 14 musicisti con tre direttori alla guida, arriva alla pubblicazione dopo essersi aggiudicata il bando Lazio Sound Recording con il Saint Louis College of Music. Sei tracce che sintetizzano i primi cinque anni di attività dell’orchestra, tra sonorità orchestrali, jazz contemporaneo, aperture fusion, suggestioni brasiliane e una scrittura capace di bilanciare struttura e libertà.
a cura della redazione
Benvenuti su Che! Intervista, LOJI, e grazie per essere con noi. “Libera Orchestra del Jazz Italiano” è il vostro primo album ufficiale: che cosa rappresenta questo traguardo per la big band?
Buongiorno a tutti e grazie per averci invitato. Questo album arriva al termine di una lunga e complessa fase di gestazione. Dopo la pandemia, pur avendo già registrato i tre brani con Marco Siniscalco (Life on Earth, Caminhar e Cuore e Cielo), abbiamo dovuto ripartire quasi da zero: richiamare i musicisti, trovare uno spazio per le prove e organizzare i primi concerti. Per fortuna, il Saint Louis College of Music ci ha sostenuti fin dall’inizio, rendendo possibile, tra le altre cose, il nostro esordio dal vivo alla Casa del Jazz. Un contributo altrettanto importante è arrivato dal festival Muntagninjazz, che ci ha ospitati in ben due edizioni. Questo disco rappresenta quindi il coronamento di un percorso lungo e complesso, reso possibile dal sostegno e dalla collaborazione di numerose persone e realtà. [Gabriele]
Il progetto nasce nel 2019 e oggi arriva a sintetizzare cinque anni di attività. Quali passaggi sono stati fondamentali per costruire l’identità sonora dell’orchestra?
Come tutte le formazioni, ovviamente, un’orchestra costruisce la propria identità suonando, e più suona, più è viva e dinamica e più costruisce un’identità forte. Sebbene quest’orchestra sia fortemente caratterizzata dal fatto di avere 3 direttori diversi, e al contempo diversi compositori e arrangiatori, la sua identità è data proprio dai musicisti; in particolar modo da uno zoccolo duro che è con noi sin da quando abbiamo cominciato nel 2019 e che ha sempre creduto tanto in questo progetto. [Filippo]
LOJI porta sul palco 14 musicisti e tre direttori. Come si costruisce un equilibrio reale tra identità collettiva, visioni individuali e gestione orchestrale?
La cosa meravigliosa della formazione orchestrale è che l’equilibrio si crea proprio nel momento in cui questa si mette in moto per un progetto: ogni individualità trova la sua dimensione, il suo ruolo e soprattutto la sua utilità all’interno di questa visione più ampia che è l’orchestra. Essere tre direttori ci aiuta sicuramente a gestire il lato organizzativo della squadra, ma nonostante ciò, abbiamo bisogno che all’interno dell’orchestra ci siano musicisti di forte esperienza che a loro modo possono mostrarci aspetti peculiari che possono sfuggirci. Tutto ciò crea una grande freschezza e ricchezza di idee nel calderone collettivo di questa formazione. [Filippo]
Il Saint Louis College of Music si è aggiudicato il bando Lazio Sound Recording proprio con questo progetto. Quanto è stato importante questo riconoscimento per portare l’album alla pubblicazione?
Molto importante. Pubblicare un album è un’operazione costosa e logisticamente impegnativa, oltre che in controtendenza rispetto a un mercato discografico sempre più orientato verso contenuti brevi e frammentati, pensati per il consumo sulle piattaforme social. È vero che le registrazioni erano già pronte, ma un album non è fatto solo della musica che contiene. Avere il supporto organizzativo di un’istituzione storica e strutturata come il Saint Louis e l’accesso ai fondi di Lazio Sound ci ha permesso di usufruire di servizi fondamentali come ufficio stampa, management, videomaking e grafica, senza i quali non sarebbe stato possibile portare a termine un progetto di questo livello. [Gabriele]
Il disco si muove tra jazz contemporaneo, sonorità orchestrali e aperture stilistiche più ampie. Come definireste il linguaggio musicale di “Libera Orchestra del Jazz Italiano”?
È un linguaggio che sicuramente nasce da un’esigenza compositiva: questa è un’orchestra che vuole dare voce a diverse realtà compositive che caratterizzano il nostro territorio. Sebbene sia lontano dalla tradizione del Jazz propriamente detta, ne mantiene in realtà intatto uno spirito profondo, legato all’apertura verso sensibilità e sonorità tra le più eterogenee, e soprattutto alla dimensione dell’imrovvisazione e dell’interplay. [Filippo]
“Life on Earth” apre l’album con una forma ampia e in continua evoluzione, mentre Caminhar porta una forte ispirazione brasiliana. Come avete pensato l’ordine narrativo delle sei tracce?
Il primo brano, Life on Earth, è il più lungo dell’album ed è anche quello che ospita il maggior numero di interventi solistici. Ci è sembrato il modo migliore per introdurre l’identità della big band: una dimensione corale nella quale il ruolo dei solisti non è mai fine a se stesso, ma sempre al servizio del discorso musicale complessivo. Caminhar prosegue in questa direzione: il bellissimo solo di Eugenio Varcasia (sax contralto) si inserisce in modo naturale nella trama narrativa del brano, contribuendo al suo sviluppo senza interromperne la continuità. Insomma, abbiamo deciso di aprire il disco con questi due brani perché ci sembravano il modo migliore per introdurre l’ascoltatore all’estetica del progetto: linguaggi e influenze differenti, ma uniti dalla stessa concezione della scrittura orchestrale. [Gabriele]
Brani come Cuore e Cielo, Largo e Lunammare sembrano esplorare lati più narrativi, dinamici e lirici del progetto. Che ruolo ha la scrittura orchestrale nel raccontare immagini, atmosfere e movimento? Avere a propria disposizione un organico di 14 musicisti permette di dare alle composizioni e agli arrangiamenti un ampio respiro. La possibilità di alternare momenti solistici e momenti orchestrali, l’impasto timbrico che si ottiene tra le sezioni di ottoni e di ance, l’uso della voce non come solista ma come strumento aggiunto e una sezione ritmica completa sono elementi che offrono suggestioni in chi ascolta e permettono a noi compositori di descrivere scenari molto complessi e variegati. Uno dei motivi che ci ha spinto a formare questo progetto è proprio la possibilità espressiva dello “strumento” orchestra. [Matteo]
“Yellow Shirt “chiude il disco con un’estetica più energica e fusion, guidata dal groove e dai fiati. Quanto conta, per LOJI, mantenere anche una forte componente fisica e immediata nell’ascolto?
Il contrabbassista e compositore Charles Mingus diceva che “Tutti sono capaci di rendere le cose semplici complicate. La creatività è rendere ciò che è complicato semplice, incredibilmente semplice”. Il nostro obiettivo è valorizzare il jazz orchestrale e vorremmo che la nostra musica arrivi a più persone possibile, uno dei modi per farlo, pensiamo, è provare a rendere il complicato semplice e immediato. [Matteo]
L’album sarà presentato attraverso appuntamenti diversi, dal talk all’IIS A.G. Bragaglia di Frosinone alla release al Saint Louis, fino al concerto per Jazz & Image alle Terme di Caracalla. Che rapporto volete costruire con pubblico, studenti e scena live?
Si tratta di tre eventi molto diversi tra loro. Se, da un lato, il concerto dal vivo rappresenta la naturale dimensione di un progetto musicale (e la big band non fa eccezione), l’incontro con gli studenti del liceo musicale Bragaglia è stata un’esperienza profondamente arricchente. Costruire un rapporto con il pubblico dei concerti jazz, già abituato a certe dinamiche performative e estetiche, è relativamente facile; molto meno scontato è riuscire a costruire questo rapporto con dei ragazzi di liceo. Ci vuole sicuramente una maggiore attenzione all’ascolto reciproco e un impegno ancora più grande nella comunicazione, ma è uno sforzo ampiamente ripagato dalla loro energia, curiosità e voglia di mettersi in gioco, condividendo il proprio punto di vista. [Gabriele]
Dopo questo primo album, quali nuove direzioni compositive e orchestrali desiderate esplorare per continuare a far evolvere il suono della “Libera Orchestra del Jazz Italiano”?
Abbiamo diverse idee in cantiere, una di queste è la rivisitazione di canti e brani provenienti dalla tradizione popolare regionale italiana. Lo spunto viene dalla pratica tipica del jazz del resignifying, ovvero reinterpretare e riadattare gli elementi di alcuni generi musicali, anche lontani dal jazz, per trovare significati nuovi e contemporanei. Uno degli della LOJI è la valorizzazione del jazz italiano, dunque partire dalle radici più antiche della nostra musica e provare a dargli una nuova veste ci sembra una direzione interessante e stimolante per il nostro progetto. [Matteo]
Grazie LOJI e complimenti per la carriera artistica!
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