Luca Gonzatto: restare umani, anche quando ci chiamano guru

Quando vorremmo iniziare ad approcciarci alla meditazione la nostra mente inizia a frenarci con un sacco di scuse: “Non ho tempo”, “Non so come si fa”, “Non fa per me”. Risultato: non iniziamo mai o, se troviamo la motivazione per iniziare, alla terza sessione abbiamo già gettato la spugna.

E allora, come si fa? Luca Gonzatto si occupa da anni di consapevolezza e meditazione; conosce bene questi meccanismi di autosabotaggio, perché anche lui ha dovuto affrontarli e superarli, dopo che un brutto momento di crisi e burnout gli ha dato la sveglia. Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e per approfondire i consigli presenti nel suo libro di successo Chi si ferma si ritrova (BUR Rizzoli).

a cura di Francesca Ghezzani


Benvenuto su Che! Intervista, Luca. Parlaci di te nel quotidiano e della tua professione al servizio degli altri…
Per anni la mia giornata tipo era semplice: lavoro, lavoro, e qualche vocale a raffica. E poi, ogni tanto, mi ricordavo che ero vivo. Che avevo una fidanzata (santa donna), dei genitori, un corpo. Avevo legato il mio valore a quello che producevo. Se non facevo, non valevo. Poi è arrivata una crisi. Di quelle belle toste. E lì qualcosa si è rotto. O forse si è aperto. Oggi lavoro ancora tanto, troppo, direbbero i miei, ma con una differenza: mi ricordo che sto vivendo. Che le persone che amo non sono eterne. Nemmeno io. E che forse un giorno rimpiangerò ogni momento non vissuto davvero. Per questo ogni giorno, soprattutto quando penso di non avere tempo, mi fermo. Medito. Ascolto. Non per fare il guru o vendere incensi. Ma per ricordarmi che la vita ha una scadenza. La meditazione non è una pillola zen. È una sveglia. Mi riporta a quello che conta. E quello che conta è aiutare le persone a ricordarsi che la vita non è solo correre e produrre. È anche lentezza, ascolto, imperfezione. E che anche nei momenti storti, se ci siamo davvero, la vita è piena. Non dimenticata.

Il titolo del tuo libro gioca ironicamente con il famoso detto “Chi si ferma è perduto”. Quando hai capito che fermarsi, invece, poteva essere una rinascita? Cosa ti ha spinto a non mollare tutto e a trasformare quel buio in un metodo?
Studi neuroscientifici e sociologici lo dicono: siamo sempre in allerta. Il cervello è bombardato da stimoli. E più siamo veloci, più vogliamo esserlo. Viviamo in un paradosso: abbiamo tecnologie che potrebbero liberarci. E invece corriamo ancora di più. Da una scheda all’altra, da un’app all’altra, pur di non fermarci. Io questa cosa l’ho capita a caro prezzo. Due volte. La prima, a 17 anni. Un’età in cui dovresti ancora sognare. Io invece mi sono ritrovato davanti a immagini forti: allevamenti intensivi, violenze, ingiustizie globali. Qualcosa si è rotto. O acceso. Ho iniziato a fare volontariato, anche in situazioni estreme, tipo salvare cani in autostrada, ma poi ho capito: senza consapevolezza, le cose non cambiano davvero. La seconda, intorno ai 30. Lavoravo tantissimo. Da fuori tutto ok. Dentro, un disastro. Finché il corpo ha detto basta. Valori sballati, testa per aria. E poi, un’immagine: io da bambino, tranquillo, con un mondo interiore vasto. E la domanda: “Dove sono finito?” Avevo due strade: mollare tutto o restare. Ho scelto di restare. Ma da un altro punto. Più vero. Più mio. Da allora, ogni giorno, mi fermo. Anche solo tre minuti. Non perché fa bene. Ma perché è un atto d’amore. Verso di me, verso chi amo, verso la vita. E da lì è nato il metodo. Ma prima ancora, una possibilità: tornare a casa. Dentro. Viviamo in una società affetta da quella che Hartmut Rosa chiama “accelerazione sociale”. Il tempo che risparmiamo lo riempiamo subito. Ma la mente non è un motore. Non basta accelerare per andare lontano. A volte serve fermarsi. Non per mollare. Ma per ritrovarsi.

Collabori con realtà come il Vidyanam e Percorsi My Life Design. Quanto hanno influenzato il tuo percorso e la nascita di questo libro?
Tanto. Perché non sono solo progetti. Sono parte di me. Sono il riflesso di ciò che vivo, sento e in cui credo. Attraverso queste realtà ho incontrato migliaia di persone. Online, in presenza, tra un silenzio condiviso e una risata improvvisa. E ogni volta, dietro storie diverse, ho visto la stessa cosa: fatica, voglia di sentirsi, desiderio di autenticità. Così ho capito che le mie difficoltà non erano solo mie. E che, se riuscivo a raccontarle con onestà, potevano risuonare anche negli altri. Il libro non è nato a tavolino. È nato dall’ascolto. Dall’urgenza di dire: “Sì, anche io mi sento così. Ma possiamo attraversarlo. Possiamo trasformarlo.” Ecco cos’è Chi si ferma si ritrova. Non un manuale. Non una ricetta. Ma un invito a rallentare. A vivere. A ritrovarsi. Con un metodo semplice, alla portata di tutti. Un libro nato non da un “voglio scrivere”, ma da un “non posso non condividerlo”.

Scrivi: “Non mi definisco un guru”. Quanto è stato importante, per te, mantenere una narrazione autentica, lontana dall’aura spirituale stereotipata?
Fondamentale. Perché l’ego… è sempre lì. E va bene così. Ogni tanto, anche lui ha bisogno del suo biscottino. Ma è solo grazie alla tenerezza, e al ricordo che tutto questo è transitorio, che si ridimensiona. Soprattutto quando arrivano complimenti, ringraziamenti, premi, riconoscimenti. Da lì al pensare “forse ho capito tutto” il passo è brevissimo. Un soffio. E ogni volta che quella vocina si fa sentire, quella che vuole applausi, che si gonfia un po’ troppo, mi fermo. E mi sorrido. Perché anche quella parte ha diritto di esistere. È tenera. Buffa. Vuole solo sentirsi vista, non idolatrata. Perchè rifiutarla, far finta che non esiste significherebbe ingigantirla. Serve tanto amore per restare umani, soprattutto quando ti chiamano maestro, esperto. E serve ricordarsi ogni giorno che io non so nulla. Che tutto ciò che posso fare è condividere ciò che vivo. Con onestà. Con umorismo. Con fallibilità. Perché se c’è una cosa che ho imparato, è questa: quando inizi a crederti un guru… sei già perso.

Nel libro usi spesso immagini potenti, tipo il “mostro” da osservare o le “lenti sporche”. Qual è la tua metafora preferita per spiegare la mente?
Ce ne sono tante, ma una delle mie preferite è quella del cielo. La mente è come il cielo. A volte limpida, serena. Altre volte affollata di nuvole, pensieri, emozioni, giudizi, paranoie del lunedì mattina. Ma il punto è che il cielo non è mai le nuvole. Le contiene, le lascia passare, ma non si identifica con esse. Ecco, per me la meditazione è proprio questo: ricordarsi che noi siamo il cielo, non le nuvole. Che possiamo osservare ciò che accade dentro di noi senza doverci aggrappare a tutto. Senza combattere ogni pensiero come fosse un nemico. Basta fare spazio, respirare, e lasciare che passi. Perché la mente non va “aggiustata”. Va ascoltata, riconosciuta… lasciata andare. Come si fa con le nuvole: le guardi, respiri, e le lasci scorrere. E magari, sotto sotto, scopri che c’è sempre un po’ di azzurro. Anche nei giorni più grigi. E se proprio non si vede… forse è solo perché hai il Wi-Fi mentale troppo connesso. Spegni un attimo. Respira. E torna cielo.

Domanda: Hai mai meditato in una situazione assurda o improbabile? Tipo… in coda alla posta o durante una riunione noiosissima?
Ahah, questa domanda mi fa ridere perché di solito si fa in un’altra versione: “qual è il posto più strano dove hai fatto l’amore?” E in effetti… anche meditare mentre fai l’amore è un’esperienza meravigliosa, ma questa è un’altra intervista. Tornando a noi: così su due piedi mi vengono in mente almeno tre situazioni improbabili. La prima: dal dentista. Seduto con la bocca aperta, trapano che vibra, e io lì… che respiro e osservo. Senti tutto, il fastidio, la tensione, ma non ti identifichi. È quasi surreale. Sembra sofferenza, ma non è più dolore. È presenza. La seconda: al mio matrimonio e di quel momento ricordo solo questo: bellezza. Una bellezza indecifrabile che ancora adesso mi emoziona. La terza: a un funerale. Meditare lì non è distacco. È un modo per dire sì alla vita anche quando ci mostra il suo volto più duro. È un modo per stare. Per sentire. Senza scappare. Senza giudicare. Insomma, la meditazione non è una cosa da tappetino profumato. È una compagna strana, a volte scomoda… ma che puoi portare ovunque. Anche in coda alla posta. O peggio: in una riunione con trenta slide e zero senso.

Domanda: E qual è, invece, la scusa più creativa o ridicola che ti sei raccontato per non meditare?
Beh… la più creativa in assoluto? “Se medito troppo rischio di diventare illuminato.” E a quel punto, o faccio concorrenza all’Enel… o finisco per perdere tutto il senso di quello che sto facendo, perché niente avrà più importanza. Lo so, sembra una battuta. E in parte lo è. Ma in parte… era vera. Avevo davvero paura che la meditazione mi facesse “staccare” troppo dalla realtà. Che mi rendesse apatico, distaccato, inefficiente. Poi ho capito l’opposto. Che meditare non ti allontana dalla vita. Ti ci fa entrare più profondamente. Non per ego, non per ambizione spirituale… ma per servire davvero. Per esserci, con tutto te stesso. Perché quando agisci dal silenzio, quello che fai non è più un “fare” per dimostrare, ma un dare. Un dono. Un gesto di condivisione. E a quel punto… non è più questione di trovare tempo per meditare. È questione di non poterne più fare a meno.

Tornando “seri”… Il tuo stile è semplice, ironico e diretto. Quanto è importante, per rendere accessibili concetti profondi, usare leggerezza e autoironia?
Per me fondamentale. Ma per me. Anche se, a essere onesto, non sempre è apprezzata. Ho ricevuto critiche, anche forti , da persone vicine (che poi hanno iniziato ad emulare).  C’è chi vorrebbe più solennità, più “aura mistica”, più distacco. E questo riconosco può essere funzionale in alcuni contesti e con alcune persone. Ma non mi interessa apparire profondo. Mi interessa sentirmi vero. E la verità è che io mi sento vivo proprio quando riesco a ridere anche delle mie ombre, quando parlo di cose serie senza diventare serio, quando mostro che puoi essere spirituale anche quando ti incazzi con quello che ti taglia la strada. Se poi quello stile funziona o meno, non lo decido io. So solo che quando scrivo o parlo in quel modo… mi sento a casa. E alla fine, per me, conta questo.

Parli spesso del “coraggio di essere imperfetti”. Come possiamo convivere con le nostre imperfezioni senza che diventino alibi o limiti?
Accettare la propria imperfezione non vuol dire secondo me rassegnarsi. E neppure adagiarsi. Vuol dire smettere di combattere contro ciò che siamo… e iniziare a coltivare ciò che possiamo diventare. Il rischio, certo, è trasformarla in una scusa comoda: “sono fatto così”, “non ce la farò mai”, “non è colpa mia”. Ma lì non è più imperfezione. È difesa. È paura mascherata. È identità che si irrigidisce e smette di evolvere. Il coraggio, per come la vivo io, sta nel guardarla in faccia, l’imperfezione, senza farne un trofeo… ma neppure un nemico. Riconoscere: sì, ho dei limiti. Ma non mi definiscono. Li includo. Li abbraccio. E vado avanti prendendomene cura. Ogni giorno. Con gentilezza. Con disciplina. E – quando serve – con un po’ di ironia. Perché alla fine non siamo qui per vincere una gara. Siamo qui per vivere con verità. E la verità… ha sempre un po’ di polvere addosso. Ma proprio per questo… brilla. Che poi, diciamocelo: perfetti rispetto a chi? E rispetto a cosa? Forse l’unica vera imperfezione… è credere che ne esista una sola versione giusta di essere umani.

C’è stato un momento in cui avresti voluto prendere il tuo libro, strapparlo e tornare alla “vita di prima”?
Sì. Tantissime volte. Ma non tanto durante la scrittura, quella, per quanto intensa, è stata una liberazione. Il vero terremoto è arrivato dopo la pubblicazione. Perché, lo ammetto, non avevo considerato una cosa banale: che il libro sarebbe stato letto. E quindi… giudicato. Interpretato. Esaminato. E lì, il mio istinto è stato chiaro: “Sotterrati, Luca. Sparisci. Fingi che non sia mai successo.” Ci sono stati momenti in cui avrei voluto davvero cancellare tutto e tornare a una versione di me più protetta, più invisibile. Ancora oggi, a volte, scatta l’autosabotaggio. Quella voce interna che dice: “Non sei all’altezza. Chi ti credi di essere?” Ma adesso la riconosco. La vedo. La saluto. E la lascio andare. Perché alla fine questo libro non parla di me. O meglio: non parla solo di me. Parla di tutti noi, quando ci sentiamo persi, stanchi, in bilico… e cerchiamo una strada per tornare. E sai qual è la cosa buffa? Ho fatto tante presentazioni. E ogni volta che cercavo di presentare io il libro, andava tutto storto. Tensione, confusione, ansia da prestazione. Ma quando smetto di voler fare bella figura, quando mi tolgo di mezzo e lascio che sia il libro a parlare… tutto cambia. Perché non sono io a dover brillare. È il messaggio. Io, al massimo, posso tenergli aperta la porta.

Per concludere, hai parlato di burnout e caos… ma oggi, allora, cos’è per te un “giorno perfetto”?
Per me un giorno perfetto è quando… sono. Quando mi ricordo di esserci. Senza correre, senza dimostrare, senza rincorrere approvazioni. Quando il fare nasce da ciò che mi pulsa nel cuore, e non dal bisogno di apparire o di essere all’altezza. A volte quel giorno perfetto arriva anche nel mezzo del lavoro, ma solo quando lavoro non per dimostrare qualcosa, ma per contribuire. Per servire. Perché quel che faccio nasce da un allineamento interno, non da una rincorsa esterna. Può essere una giornata piena di impegni, oppure una camminata lenta, una lettura, un silenzio condiviso. Non è il “cosa” che conta. È il come ci sono dentro. La lentezza è fondamentale. Perché solo rallentando posso sentire davvero. E solo sentendo posso scegliere con cura dove voglio essere. Il giorno perfetto, in fondo, non è quello in cui tutto va bene. È quello in cui io sto bene dentro qualunque cosa stia accadendo. Anche nel giorno non perfetto. E forse è proprio lì, in quella presenza che non giudica, in quella equanimità che accoglie ogni sfumatura, che ogni cosa, finalmente, si mette al suo posto.

Grazie Luca e complimenti per tutto!

Per saperne di più visita:
Instagram | rizzolilibri.it

Copy link