Con il progetto Luisiana, Sebastiano Inturri inaugura un nuovo capitolo artistico che guarda oltre oceano senza perdere il legame con l’italiano e con la città. Tra brit-pop, synth retrowave e sensibilità lo-fi, le sue canzoni raccontano amori irrisolti, cadute e ripartenze. Dopo l’esordio con Millie Bobby Brown, il singolo Mastice segna un’ulteriore tappa di questo percorso: un brano che parla di resilienza e di quella fiamma interiore che nessuno può spegnere al posto nostro.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Sebastiano. Luisiana nasce come un “reborn discografico”: cosa sentivi di dover lasciare alle spalle e cosa invece volevi assolutamente portare con te in questo nuovo inizio?
Sentivo il bisogno di lasciare alle spalle alcune aspettative, soprattutto quelle che mi ero autoimposto. L’idea di dover rientrare per forza in una forma, in un suono “giusto”. Con Luisiana ho voluto portare con me solo ciò che era autentico: la scrittura in italiano, la fragilità, l’urgenza di raccontare quello che vivo senza filtri. È una rinascita più emotiva che estetica.
Il tuo sound unisce brit-pop, alternative e suggestioni lo-fi: quanto c’è delle tue influenze anglosassoni e quanto invece della tua vita urbana italiana in questa miscela sonora?
Le influenze anglosassoni sono nel sound, il modo in cui penso le melodie e gli arrangiamenti. La vita urbana italiana è il contenuto: le immagini, le storie, i dettagli quotidiani. È come usare un linguaggio preso in prestito per raccontare qualcosa che succede sotto casa, tra semafori, bar notturni e ritorni a piedi all’alba.
Le tue canzoni sembrano spesso “cartoline di città”: ti senti più un protagonista delle storie che racconti o un osservatore silenzioso che le attraversa?
Dipende dal momento. A volte sono totalmente dentro la scena, altre volte mi sento più un osservatore che prende appunti emotivi. Credo che le canzoni nascano proprio da questo oscillare continuo: esserci e allo stesso tempo guardarsi vivere.
Mastice parla di cadute e ripartenze. Qual è stata, nella tua vita artistica o personale, una caduta che ti ha insegnato davvero a rialzarti?
Una delle cadute più forti è stata rendermi conto che stavo inseguendo una versione di me che non mi rappresentava più. È stato doloroso fermarsi, fare un passo indietro e rimettere tutto in discussione. Ma da lì è nato Luisiana, quindi col senno di poi è stata una caduta necessaria.
Nel brano c’è l’idea della “fiamma interiore” come bussola. Come fai, concretamente, a proteggerla in un’epoca in cui tutto corre e distrae?
Cerco di rallentare quando posso. Di ascoltare meno rumore esterno e più quello che succede dentro. Scrivere senza pensare subito a dove andrà una canzone, con chi uscirà, come verrà percepita. Proteggere la fiamma, per me, significa ricordarmi perché ho iniziato.
Il videoclip utilizza una metafora forte: un cuore che diventa motore. Quanto è importante per te tradurre i tuoi messaggi anche in immagini, oltre che in suoni e parole?
È fondamentale. Vengo da una generazione molto visiva e credo che l’immaginario completi il racconto. Le immagini permettono di dire cose che a volte la musica lascia solo intuire. Il cuore-motore è esattamente come vivo il progetto: emotivo, imperfetto, ma in movimento.
Collabori con produttori e musicisti provenienti da mondi diversi: in che modo questo confronto ha cambiato il tuo modo di scrivere e pensare le canzoni?
Mi ha insegnato a lasciare spazio. A non difendere ogni idea come fosse intoccabile. Il confronto, se è sano, ti obbliga a uscire dalla comfort zone e spesso ti porta in direzioni che da solo non avresti considerato.
Nei tuoi testi convivono fragilità e ironia. È una forma di difesa, un modo per rendere più leggeri certi dolori, o una scelta narrativa precisa?
Un po’ tutte e due le cose. L’ironia è sicuramente una difesa, ma è anche un modo onesto di raccontarmi. La vita raramente è solo drammatica o solo leggera: spesso fa male e fa sorridere nello stesso momento.
Dopo Millie Bobby Brown e Mastice, che tipo di viaggio emotivo immagini per il tuo primo album in arrivo nel 2026?
Lo immagino come un percorso notturno, fatto di luci intermittenti. Non un disco di risposte, ma di domande. Un viaggio che attraversa la perdita, la ricostruzione, l’innamoramento e la disillusione, senza una vera meta finale.
Se dovessi descrivere Luisiana non come progetto musicale ma come luogo, che tipo di città sarebbe: caotica o silenziosa, luminosa o notturna, e perché?
Luisiana non la vedo come una città, ma come una casa nel bosco. Un posto mio, dove posso essere davvero me stesso senza dover dimostrare niente a nessuno. È un luogo dove il silenzio ti entra dentro e ti permette di ascoltare le cose che di solito non senti: i pensieri, le paure, ma anche la voglia di ricominciare. È un rifugio naturale, lontano dal caos, dove ogni volta che torno riesco a ritrovare la mia strada.
Grazie Sebastiano e complimenti per tutto!
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