La storica Anna Foa torna su uno dei nodi più delicati della memoria contemporanea: il significato autentico di quell’espressione — “mai più” — che dopo la Shoah è diventata al tempo stesso promessa morale, monito storico e slogan politico.
a cura della radazione
Il saggio si muove a partire da una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: a chi è davvero rivolto quel “mai più”? Alla sola tragedia del popolo ebraico, come avvertimento contro il ripetersi dell’antisemitismo e dello sterminio nazista, oppure all’umanità intera, come principio universale che dovrebbe impedire ogni genocidio? È da questa tensione, tra memoria particolare e responsabilità globale, che prende forma la riflessione di Foa.
L’autrice affronta il tema con la lucidità della storica e la sensibilità di chi sa quanto la memoria sia fragile e spesso contesa. Nel contesto delle attuali tensioni internazionali e del dibattito sul conflitto in Medio Oriente, il libro entra con coraggio in un terreno complesso: il rapporto tra antisemitismo, antisionismo e critica politica allo Stato di Israele. Foa distingue con precisione questi piani, mettendo in guardia contro la confusione che spesso trasforma il dissenso politico in accusa morale.
Nel dialogo tra memoria storica e attualità, Foa richiama continuamente il cuore della questione: la Shoah non può diventare uno strumento politico né un riferimento da utilizzare per stabilire gerarchie del dolore. Al contrario, proprio la sua unicità dovrebbe rafforzare il valore universale della memoria. Il “mai più” non può essere un principio selettivo, ma una promessa valida per ogni essere umano, indipendentemente dall’identità, dalla religione o dalla nazionalità.
Dopo il successo del precedente lavoro, Il suicidio di Israele, “Mai più” si presenta come un intervento necessario nel panorama culturale contemporaneo. Non è soltanto un saggio sulla memoria della Shoah, ma una riflessione più ampia sul rapporto tra storia, identità e coscienza civile.
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