Marco Galli: la musica come voce contro il silenzio – “Capelli d’angelo”, un canto per Paolo

Cantautore ligure, sensibile e schivo come spesso lo è la sua terra, Marco Galli porta nella musica verità, poesia e memoria. La sua canzone Capelli d’angelo è un tributo doloroso e luminoso insieme, dedicato a Paolo Mendico, un ragazzo che si è tolto la vita a causa del bullismo subito per i suoi capelli lunghi e biondi. Con semplicità disarmante e una delicatezza quasi sacra, Marco trasforma una tragedia in un messaggio di empatia, ascolto e consapevolezza. In questa intervista ci racconta come è nato questo brano e quanto sia urgente dare voce a chi non riesce più a farsi sentire.

a cura della redazione


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Benvenuto su Che! Intervista Marco.
Marco, sei un artista che viene da una lunga storia fatta di musica, parole e introspezione. Quando hai scoperto che la musica sarebbe stata la tua strada?

Grazie anzitutto per lo spazio dedicato sia a me che a chiunque si proponga attraverso una forma d’arte piuttosto che un’altra, è prezioso il vostro ruolo.
La mia strada è sempre stata piena di musica già dalla famiglia. Mio papà cantava benissimo anche se ha fatto tutt’altro, mia nonna materna era bravissima ed ho avuto la fortuna di assorbire molto canto fin da piccolo.

Dal Professor Ameglio alla scuola Forzano, dalle prime band giovanili alla scrittura d’autore: come descriveresti il tuo percorso musicale e umano fino a oggi?
Un po’ sbandato, sicuramente curiosissimo di poter provare un po’ di tutto. Ho iniziato con la fisarmonica, poi è arrivata la chitarra, poi il basso con un primo gruppo di ragazzini, poi la batteria con un’altra band di Savona. La chitarra è stata comunque il navigatore in mezzo a questo mio sbandamento.

“Capelli d’angelo” nasce da una storia reale e profondamente dolorosa. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a scriverla?
Sicuramente la sensazione di profondo smarrimento nel vedere un tg da solo alcuni giorni fa. 
Poi è arrivata la rabbia perché Paolo era pieno di talenti e passioni e non certo uno dei tanti ragazzi (oggi si usa dire maranza) la cui massima aspirazione era quella di filmarsi durante una rissa piuttosto che sul tetto di un treno in corsa.
Insieme alla rabbia e parallelamente a diverse emozioni ecco che ho immaginato cosa avrebbe potuto vivere Paolo in quei giorni precedenti al suo gesto terribile.

Raccontare il dolore di un ragazzo come Paolo richiede delicatezza, rispetto e coraggio. Come hai vissuto emotivamente la scrittura di questo brano?
Di getto. Non ho voluto pensare ma sentire, che è poi il mio approccio quando scrivo qualcosa a cui tengo particolarmente.
Mi rendevo conto strofa dopo strofa che ero in uno stato di totale immersione emotiva ed era come se avessi Paolo accanto.
La musica era praticamente già nel testo durante la scrittura, ho poi preso la chitarra e alternandomi al piano ho cercato di tradurre quello che sentivo sul foglio.

Nel testo emerge la voce di un ragazzo fragile ma lucido. Come hai fatto a trasformare una tragedia in poesia senza perdere la verità dei fatti?
Non lo so e non me lo sono neanche chiesto. Ho cercato si di tenere il testo sul filo più possibile umano senza cadere in banalità (o almeno lo spero). Volevo che fosse un messaggio tra le righe, anche perché non ho la velleità di riuscire a risolvere la piaga del bullismo da solo ma di voler fermare il ricordo di Paolo, questo sicuramente.

Il tema del bullismo è purtroppo sempre più attuale. Quale messaggio speri arrivi ai giovani – e agli adulti – attraverso questa canzone?
Il bullismo ha due vittime e troppi spettatori. 
La prima vittima è sicuramente chi lo subisce, la seconda è chi lo esercita poiché ha evidenti lacune e vuoti emotivi oltre ad altri problemi credo di carattere famigliare.
Non so più cosa sperare e non credo che possa riuscirci una canzone di Marco Galli a risolvere questa piaga, non sono servite le Guerre di Piero e tante altre grandissime canzoni, figuriamoci le mie. Sono già gratificato dalle parole che mi ha scritto il papà di Paolo, Giuseppe, quando ha ricevuto la canzone. Per il resto credo fermamente che non possiamo perdere un solo giorno senza affrontare questo fenomeno sociale, ognuno nei propri ruoli e ambiti, associazioni culturali, sportive, parrocchie, governi di qualsiasi bandiera, tutti. Altrimenti il sacrificio di Paolo e di altre giovani vittime saranno stati inutili e noi complici.

Oltre alla musica, hai un percorso ricco anche nella scrittura e hai ricevuto diversi riconoscimenti. Come convivono in te il cantautore e lo scrittore?
Credo abbastanza bene, si conoscono forse di vista e non litigano mai. Credo possano essere due attività complementari. La scrittura è terapeutica soprattutto in questo tempo difficile che viviamo. Quando scrivo mi eclisso e sparisco per poi rendermi conto che mi tocca tornare sul pianeta terra. 

Nel tuo cammino artistico hai collaborato con grandi nomi come Silvio Pozzoli, Massimo Germini e Antonella Corna. Che cosa hai imparato da queste esperienze?
Tantissimo e mi rendo conto di quanto sia fortunato a potermi confrontare con professionalità come queste. 
Silvio mi diede alcune lezioni in prossimità della finale del Premio Bertoli nel 2018 e mi raddrizzò con tre mosse. Del resto parliamo di un gigante per quello che riguarda la voce e i suoi utilizzi. 
Antonella Corna è una poetessa di spessore notevole, ha rastrellato diversi premi e quando mi chiese se potevo musicare alcuni suoi testi per il suo album d’esordio rimasi in difficoltà ma accettai la sfida e sono molto grato anche a lei per come è riuscita a mettermi a mio agio in questo lavoro a distanza. Massimo Germini mi è comparso (e anche un po apparso) tre anni fa a Modena in occasione di un’altra finale del Premio Bertoli quando venne premiato Roberto Vecchioni ed io ero lì per fare interviste per una radio.
Recentemente abbiamo composto insieme un brano dedicato alla vicenda Palestinese ma in chiave completamente libera dai giudizi e dalle bandiere, una storia nella storia e due ragazzini come protagonisti. Massimo è un chitarrista talmente bravo che non posso certo essere io a definire. Ha poi deciso di macchiare il suo splendido curriculum accettando di scrivere la prefazione al mio ultimo libro e di accompagnarmi in alcune presentazioni in biblioteche, cosa che mi onora oltre qualsiasi mio parametro. 

Oggi si parla molto di salute mentale, ma troppo spesso solo dopo tragedie come quella di Paolo. Cosa pensi manchi ancora nella nostra società per proteggere e ascoltare davvero i ragazzi?
Manca la presa di coscienza che siamo dentro ad un game over drammatico sotto il profilo sociale, umano e culturale. Se non capiamo questo allora ci resta il prossimo tg con i prossimi nomi, età e disagi.
Credo che sia talmente serio il problema che occorra inserire ore quotidiane di dialogo, di confronto, di esperienze nei carceri minorili per far vedere ai ragazzi cosa si rischia davvero. Gli Assiri e i Babilonesi sono sicuramente importanti da studiare ma oggi abbiamo altre urgenze e quella del bullismo credo debba stare al primo posto. 

“Capelli d’angelo” è una carezza, ma anche un grido. Qual è il tuo desiderio più grande per questo brano? E quali altri progetti hai in cantiere per il futuro?
Purtroppo le canzoni non riportano in vita i protagonisti e la rabbia per non aver potuto evitare questa tragedia è ancora tanta. Non si è mai contenti dopo aver scritto una canzone come questa, non è possibile esserlo e si vorrebbe non averla scritta.
Non so se potrà essere utile per qualche incontro scolastico, già l’associazione Acbs contro il bullismo nelle scuole le  ha dedicato un articolo sul suo sito. 
Le canzoni servono a darci l’illusione di curare qualcosa che potrà sanguinare a lungo se non per sempre, che si tratti di ferite d’amore o di avvenimenti come quello di Paolo. 

Al futuro non ci penso, anche perché lui fa lo stesso nei miei riguardi. Col presente mi trovo più a mio agio e questa bella chiacchierata con voi è stato un tempo pieno di emozioni, di ricordi e di speranze. Per questo vi sono infinitamente grato.

Grazie a te Marco e complimenti per il tuo prezioso lavoro

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