Classe 2000, romano di nascita e cittadino del mondo per vocazione, Marco Sabatini ha fatto della musica il suo linguaggio naturale. Violista formatosi alla Juilliard School, dove ha conseguito Bachelor e Master, è oggi un musicista poliedrico che alterna le esibizioni in prestigiose sale come la Carnegie Hall e il Lincoln Center al lavoro come produttore, compositore e sound engineer. Dalle collaborazioni con le Nazioni Unite ai ruoli accademici all’interno della Juilliard, Marco incarna un nuovo modello di artista: preparato, multidisciplinare e capace di visione.
Abbiamo raccolto 10 domande per esplorare i mille volti della sua carriera e la filosofia che li unisce.
a cura della redazione
Marco, benvenuto su “Che Intervista!”. Dalla Roma della tua infanzia alle luci della Juilliard School: che cosa ti porti dietro di quel primo incontro con la viola, all’età di quattro anni?
Direi che la cosa principale che mi porto dietro è la gioia di suonare. Quando si comincia, tutto è nuovo ed entusiasmante, tutto ruota attorno alla scoperta. Dopo tanti anni, a volte può sembrare un lavoro faticoso, ma è importante, ed è al cuore del fare musica, mantenere quell’entusiasmo e quell’energia che avevo da bambino. Fare musica è, e dovrebbe essere, divertente e appagante.
Ti sei esibito per pubblici d’eccezione, incluso il Presidente degli Stati Uniti. Come si affrontano emozioni così intense sul palco e come si prepara un artista a vivere questi momenti?
Penso che si affrontino questo tipo di performance come tutte le altre. Ciò che conta è essere preparati, aver fatto il lavoro prima, in modo che, una volta sul palco, l’agitazione sia positiva, derivante dall’entusiasmo dell’esibizione, e non dalla paura di commettere errori. Ovviamente, esibirsi in occasioni molto importanti può essere particolarmente stressante, ma ciò che conta è avere abbastanza fiducia in sé stessi per dimenticare i dettagli tecnici già interiorizzati in sala prove, e concentrarsi sul vero obbiettivo, cioè condividere tutto con il pubblico.
La tua carriera abbraccia tanto la performance quanto la produzione musicale. In che modo questi due mondi si influenzano a vicenda nella tua pratica quotidiana?
Ho scoperto che si intrecciano molto più di quanto mi aspettassi inizialmente. Suonare la viola e fare produzione musicale richiedono competenze diverse, ma si sovrappongono in diversi aspetti. Ad esempio, la teoria musicale che ho studiato durante i miei corsi di viola è utilissima anche per le mie produzioni, e suono la mia viola in quasi tutte le mie produzioni. D’altro canto, il modo in cui si ascoltano i suoni nella produzione musicale è molto diverso da quello a cui si è abituati nella musica classica. Nella classica ci si concentra molto sull’intonazione, mentre nella produzione ci si concentra sul suono in sé, analizzando ciò che lo compone lungo lo spettro delle frequenze. Questo approccio all’ascolto e al pensiero musicale si è rivelato estremamente utile anche per il mio modo di studiare e suonare la viola.
Hai collaborato con artisti e registi da Los Angeles a Bali, passando per Islanda e Londra. C’è un progetto in particolare che ha segnato un prima e un dopo nel tuo percorso creativo?
Un progetto che mi ha dato molto è stata una colonna sonora che ho composto per un corto diretto dall’attrice e regista Monica Raymund, intitolato Old Times. È una storia emozionante che parla di una perdita personale in un mondo distopico e oppressivo, e creare la musica per questo film è stato un percorso creativo che mi ha fatto capire quanto questo tipo di lavoro possa essere appagante. La colonna sonora includeva anche alcune canzoni, il che mi ha permesso di cimentarmi in un vero lavoro di produzione musicale oltre a quello più di sottofondo della colonna sonora. Il film ha anche ricevuto una selezione ufficiale al Soho Film Festival di New York, il che è stato gratificante.
Come Teaching Assistant alla Juilliard, oggi formi i nuovi talenti. Che tipo di rapporto cerchi di costruire con gli studenti, e cosa hai imparato tu, da questo ruolo?
Si sa che insegnare è uno dei modi migliori per imparare, c’è sempre tanto da apprendere lavorando con gli studenti. È un’esperienza arricchente e gratificante. Insegnare alla Juilliard è meraviglioso perché gli studenti sono già a un livello molto alto e desiderano imparare. Credo sia importante sia conoscere bene gli studenti e instaurare un rapporto amichevole con loro, sia mantenere un certo grado di distanza nel ruolo tra insegnante e studente.
Sei stato coinvolto anche come compositore di colonne sonore. Quali sono le sfide – e le libertà – del creare musica per immagini rispetto alla musica da concerto?
Scrivere musica per il cinema è qualcosa di meraviglioso e unico. Invece di creare qualcosa dal nulla, si contribuisce a raccontare una storia già esistente. A volte si scrive musica che narra letteralmente una storia, altre volte si accompagna un’emozione, o si creano semplicemente dei suoni che fungono da tappeto ambientale per le immagini. La difficoltà maggiore nella composizione per il cinema è probabilmente la comunicazione con il regista. In generale, direi che comporre per il cinema è un’attività limitante ma in modo liberatorio.
Il tuo curriculum parla di un artista rigoroso, ma anche sperimentale. Cosa ti guida nella scelta dei tuoi progetti? Cerchi l’innovazione, la bellezza, il messaggio?
Penso che tutte e tre siano qualità importanti che un artista dovrebbe cercare. Quando ci sono tutte e tre, è lì che nasce qualcosa di veramente speciale e stimolante. E ciò che conta è cercarle anche dove non è ovvio trovarle. Ad esempio, cercare innovazione in un’esecuzione di un brano di musica classica già eseguito migliaia di volte, oppure creare un messaggio in una scena di un film dove sullo schermo non sembra succedere nulla.
In un’epoca sempre più digitale, hai scelto anche il lavoro con strumenti analogici e registrazioni in presa diretta. Qual è il tuo approccio alla tecnologia in musica?
La digitalizzazione della musica ha rivoluzionato il settore, e gran parte della musica che compongo è scritta e prodotta con il mio laptop. Tuttavia, c’è qualcosa di speciale nell’interazione umana e nell’imperfezione, qualcosa che le macchine non riescono ancora a riprodurre veramente, e ogni ascoltatore si sentirà più connesso con un brano che contiene elementi umani autentici, anche se non se ne rende conto consapevolmente. Registrare strumenti reali nelle mie produzioni e cercare imperfezioni nel mondo digitale sono parti fondamentali del mio processo creativo.
Molti giovani artisti cercano oggi di trovare una propria voce tra mille influenze. Tu che consiglio daresti a chi vuole intraprendere un percorso artistico autentico e sostenibile?
Le influenze sono importanti per la motivazione e, soprattutto, per l’ispirazione. Tuttavia, ciò che conta davvero è trovare la propria voce artistica all’interno di quelle influenze. Quando si riesce a esprimere sé stessi attraverso l’arte e a dire davvero ciò che si vuole dire, è lì che gli altri iniziano ad ascoltare. Tu, come artista, sei la variabile che rende la tua arte unica e interessante.
Se dovessi immaginare la tua carriera come una composizione musicale, in che punto dello spartito ti trovi oggi: nell’introduzione, nello sviluppo, o forse in una cadenza che prepara qualcosa di ancora più grande?
Penso che si sia sempre nella fase di sviluppo, ed è questo che rende l’essere artista così interessante e gratificante. C’è sempre spazio per crescere. L’esplorazione costante è la chiave. Ho a che fare con diversi ambiti musicali – performance classica, produzione musicale, colonne sonore, sound engineering – e tutti questi aspetti si influenzano reciprocamente, contribuendo alla crescita complessiva.
Grazie Marco e complimenti per la tua carriera artistica!
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