Sceneggiatore, regista, scrittore. Figlio d’arte, ma soprattutto artefice di un percorso unico, capace di attraversare il cinema popolare italiano dagli anni d’oro di Bud Spencer e Terence Hill fino alla scrittura contemporanea. Marco Tullio Barboni è una voce autorevole e raffinata, capace di reinventarsi senza mai tradire il suo sguardo autoriale. Dai successi sul grande schermo ai romanzi di successo, passando per cortometraggi premiati e videoclip evocativi, la sua carriera è un mosaico di esperienze che raccontano la forza della narrazione in tutte le sue forme. In questa intervista, lo accompagniamo in un viaggio attraverso la memoria, il presente e le visioni che verranno.
a cura della redazione
Marco Tullio, benvenuto su Che! Intervista. Con una carriera così ampia tra cinema, televisione e letteratura,qual è oggi il tuo rapporto con la narrazione e come si è trasformato nel tempo?
Ho iniziato con il cinema, ho continuato con la televisione e sono arrivato alla scrittura di libri per poter affrontare vicende ed argomenti che non avrei potuto ragionevolmente raccontare differentemente. Il rapporto tra conscio ed inconscio, ad esempio, è stato il tema del mio primo libro “…e lo chiamerai destino”. Svilupparlo in un film presupporrebbe delle condizioni francamente molto improbabili. Altro sarebbe trasferirlo a teatro, tanto più che la versione teatrale che ne ho ricavato ha già ricevuto importanti riconoscimenti. Uno addirittura da parte del Piccolo teatro di Milano. Perciò non è affatto escluso che prima o poi possa essere rappresentato. Sarebbe decisamente un bel punto di arrivo.
Hai scritto alcune delle sceneggiature più amate dei film interpretati da Bud Spencer e Terence Hill. Come si costruiva, all’epoca, il perfetto equilibrio tra comicità, azione e sentimento?
Tutto è nato, almeno per quanto mi riguarda, da “Lo chiamavano Trinità”, il film del ’70 scritto e diretto da mio padre Enzo al quale ho partecipato, appena diciottenne, come secondo aiuto regista. E’ stata l’occasione, unica ed irrepetibile, per conoscere da vicino Terence e Bud ma soprattutto per cogliere la loro sintonia e certe alchimie che da allora in poi si sono perpetuate, forti di uno straordinario riscontro di pubblico. Quando, una dozzina di anni dopo, ho cominciato a scrivere per loro conoscevo cosa si aspettavano da me e come rispettare la regola aurea di dare ogni volta al pubblico quello che si aspetta ma non cos’ come se lo aspetta. Va tuttavia osservato che la premessa a questa magia, perché tale è stata, va ricercata nello straordinario rapporto, umano prima che professionale, di mio padre con Terence e, soprattutto, con Bud. Le persone quindi prima, molto prima dei personaggi.
Dal set di “Nati con la camicia” alla scrittura di “Extralarge” e “L’ispettore Giusti”, hai attraversato generi e linguaggi diversi. Cosa significa, per te, essere sceneggiatore in Italia oggi?
Significa dover affrontare molte sfide. E molte lotte. Ho conosciuto colleghi di veramente grande talento che non hanno avuto occasione di esprimerlo perché ingabbiati nei generi, nei clichè o anche perché, molto banalmente, si trovavano nella situazione di dover accettare ciò che veniva loro offerto. Faccio un esempio particolarmente emblematico di un uomo che ricordo con particolare stima ed affetto. Parlo di Giorgio Faletti. Mi era stato presentato dal mio agente di allora per verificare se c’era modo di collaborare nella creazione di una fiction televisiva. Giorgio stava attraversando un periodo complicato, uno di quei periodi nei quali non si sa bene perché si esce dai radar e chi ti cercava prima non ti cerca più. Più lo conoscevo più mi sembrava inverosimile: era davvero una persona speciale, colto, spiritoso, acuto, sensibile, con cui era veramente un piacere confrontarsi ed immaginare storie. Scrivemmo una Bibbia per una fiction da sviluppare in sei episodi che però venne considerata troppo innovativa per i tempi e quindi non adatta per un pubblico televisivo che avrebbe potuto rimanere disorientato. E quindi, come per tanti progetti meritevoli di maggior fortuna, non se ne fece niente. Io ripresi a scrivere i soggetti e le sceneggiature che mi proponevano e lui decise di cimentarsi nella scrittura di un libro. Beh, si trattava di “Io uccido”, un libro formidabile oltre uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi cinquant’anni! Piuttosto che ammettere di aver preso una topica, qualche decerebrato arrivò a dire che in quell’occasione Faletti era stato il prestanome nientemeno che di Jeffry Deaver! Una menzogna assoluta, come i successivi libri di Giorgio Faletti hanno dimostrato. Ecco, ad essere sceneggiatori può anche capitare di questo.
“…e lo chiamerai destino” ha segnato il tuo esordio letterario. In cosa scrivere un libro si differenzia — o somiglia — allo scrivere per immagini?
“…e lo chiamerai destino” è un libro sviluppato in forma dialogica per l’intero corpo della narrazione e quindi rappresenta un caso a parte. E’ una formula che mi è stata suggerita dalla lettura di “Due pinte di birra” di Roddy Doyle, un grande sceneggiatore prima ancora di essere un eccellente scrittore e l’ho trovata particolarmente congeniale al mio modo di raccontare. Mi piace fare emergere dal dialogo luoghi, ambienti, condizioni, conflitti, sentimenti. E credo che anche il lettore, dopo qualche pagina per mettere a fuoco e sintonizzarsi su quella lunghezza d’onda lo apprezzi. Ogni forma di scrittura ha, per così dire, la sua grammatica e, naturalmente, meglio la si padroneggia più efficacemente si riesce ad esprimere ciò che si vuole.
I tuoi cortometraggi “Il grande forse” e “Senza sponde” hanno un linguaggio poetico e fortemente simbolico. Cosa ti spinge a scegliere il formato breve per raccontare alcune storie?
Genericamente si dice che il cortometraggio sta al film come il racconto sta alla vicenda sviluppata in un libro. E nel mio caso questo è assolutamente vero. Tuttavia, più prosaicamente, è altrettanto vero che sarebbe stato impossibile affrontare temi simili in un film. Quantomeno per problemi di budget e di rischio imprenditoriale.
La tua collaborazione con musicisti come Franco Micalizzi e Mario Biondi dimostra un’apertura alla contaminazione tra le arti. Che ruolo ha la musica nel tuo processo creativo?
I due esempi non sono sovrapponibili. Quello con Mario Biondi è stato un rapporto, per così dire, di sfuggita mentre conosco e apprezzo Franco Micalizzi da più di cinquant’anni. A lui si devono delle colonne sonore straordinarie e in occasione di “Senza sponde” ho fatto veramente carte false per poter ottenere dalla Universal l’utilizzo del tema di “L’ultima neve di primavera”. Un paio di minuti che danno atmosfera all’inizio della vicenda e ne rendono struggente la fine.
Guardando alla tua esperienza come regista, quanto conta per te il controllo visivo di un’opera rispetto alla sola scrittura? Hai mai sentito l’esigenza di tornare a dirigere un lungometraggio?
Ho trascorso tanto tempo sui set e quando mi sono balenate nella mente le idee che hanno condotto alla scrittura de “Il grande forse” e “Senza sponde” la tentazione di essere io a pronunciare “Ciak in campo…motore…azione!” è stata troppo forte. Si è trattato di due incursioni che mi hanno dato grande soddisfazione ma continuo ad essere prima di tutto uno scrittore.
La tua filmografia è anche un archivio della cultura pop italiana. Cosa pensi manchi oggi al nostro cinema per ritrovare quell’identità e quello slancio?
E’ un momento complicatissimo per il cinema in generale e per il nostro in particolare. Mi piacerebbe avessimo una struttura industriale e una capacità di protezione e diffusione dei nostri talenti “alla francese”. Sicuramente sono stati commessi grandi errori ma proprio per questo credo sia necessaria l’umiltà per prendere esempio da coloro che hanno saputo destreggiarsi in questi tempi complessi molto meglio di noi.
I tuoi libri recenti e i progetti editoriali sono spesso legati a tematiche esistenziali e filosofiche. Quanto conta, nel tuo lavoro, la riflessione sul senso della vita e del tempo?
Conta tanto da avermi indotto ad una svolta facendomi passare, appunto, dai soggetti e dalle sceneggiature su commissione alla scrittura di libri. Il lavoro è importante sempre e comunque ma quello in cui si ha la possibilità di esprimere la parte più sincera e profonda di se è molto, molto, molto più gratificante.
Quali sono i progetti a cui stai lavorando attualmente? Dobbiamo aspettarci un ritorno sul set, un nuovo romanzo, o magari qualcosa di completamente inedito?
Un nuovo romanzo sviluppato in una forma inedita.
Grazie Marco Tullio e complimenti per la tua carriera artistica!
Per saperne di più visita:
Facebook | Instagram | YouTube
Se apprezzi il nostro lavoro, IL TUO CONTRIBUTO è importante
Ogni storia è unica! RACCONTACI LA TUA! Contattaci adesso!

