Il nuovo album “Il corpo, l’anima e la mente” e un percorso artistico che continua a evolversi
Con Il corpo, l’anima e la mente, il terzo album pubblicato il 22 aprile 2025 per So Music con edizioni YPK Entertainment, Mario Grande torna al centro della scena con un’opera intensa, profonda e coraggiosa. Dieci brani che attraversano sentimenti, fragilità, storie vere e ferite collettive, con una scrittura ricca di metafore e una forte impronta cantautorale.
Distribuito da Pirames International e disponibile sia in digitale che in formato fisico (CD e vinile), l’album conferma la maturità di un artista che ha sempre intrecciato poesia, denuncia sociale ed emozione musicale.
In questa intervista esploriamo la genesi del nuovo progetto, il suo significato e le tappe di una carriera che affonda le radici nella musica, ma anche nella parola scritta.
a cura della redazione
Mario, benvenuto su Che! Intervista. Il tuo nuovo album Il corpo, l’anima e la mente è finalmente fuori: che emozione provi nel condividerlo con il pubblico e nel tornare con un progetto così ricco di sfumature?
È un’emozione profonda, quasi fisica. Il corpo, l’anima e la mente è un disco che ho tenuto con me a lungo, che ho fatto maturare nel tempo, e condividerlo oggi significa espormi senza filtri. Prima è uscito in formato fisico, il 22 aprile, come un gesto d’amore verso un ascolto più lento e consapevole; poi, il 5 dicembre, è arrivato anche in digitale, aprendosi a un pubblico più ampio. Ogni volta che un ascoltatore entra in queste canzoni ho la sensazione di consegnargli una parte molto vera di me.
Il disco nasce da una profonda riflessione sulle molteplici dimensioni dell’essere umano. Quando hai capito che questi tre elementi – corpo, anima e mente – sarebbero diventati l’ossatura del tuo nuovo lavoro?
Me ne sono accorto strada facendo. Scrivendo, mi rendevo conto che ogni brano metteva a fuoco una diversa fragilità: il corpo come luogo della memoria e del dolore, la mente come spazio del dubbio e dell’attesa, l’anima come unico punto possibile di guarigione. A un certo punto ho capito che quelle tre dimensioni non erano solo il titolo di un brano, ma una mappa emotiva che teneva insieme tutto il disco.
L’album affronta temi universali come amore, perdita, nostalgia, ma anche temi sociali come la violenza sulle donne e l’emarginazione. Come hai trovato l’equilibrio tra intimità personale e impegno civile nella scrittura dei brani?
Cercando sempre l’empatia, mai la retorica. Anche quando racconto storie che non parlano direttamente di me, provo a mettermi nei panni dei protagonisti, a guardare il mondo dai loro occhi. L’impegno civile, per come lo intendo io, passa dalla delicatezza e dal rispetto. Non volevo spiegare o giudicare, ma sentire insieme a chi ascolta.
“I fiori di Cutro” è uno dei brani più toccanti, dedicato al dramma dei migranti. Come è nata l’urgenza di raccontare una storia così dolorosa attraverso la musica?
È nata da un dolore autentico. La tragedia di Cutro mi ha colpito profondamente, soprattutto pensando alle madri e alle bambine costrette a fuggire da luoghi dove persino i diritti più elementari vengono negati. Ho scritto quel brano in una sorta di trance emotiva, come se la musica fosse l’unico modo possibile per restituire dignità a quelle vite spezzate.
In questo progetto convivono poetica cantautorale, rock ed elementi elettronici, come in “Il treno delle 7”. Come hai lavorato alla costruzione di un sound così variegato ma coerente?
Ho seguito le canzoni, non uno stile prestabilito. Ogni brano chiedeva il suo vestito sonoro e io ho cercato di rispettarlo. Il filo conduttore non è il genere, ma l’atmosfera emotiva. Anche quando il suono cambia, resta intatta l’urgenza narrativa, che è poi ciò che tiene tutto insieme.
Il brano che dà il titolo all’album parla di rinascita e guarigione, con la frase chiave “L’anima la guarirà la musica”. Che rapporto hai oggi con la musica come strumento terapeutico ed emotivo?
La musica per me è sempre stata una forma di salvezza. Scrivere, suonare, cantare mi aiuta a dare un senso anche alle parti più fragili e contraddittorie di me. Non credo che la musica risolva tutto, ma sicuramente cura, accompagna, tiene in piedi quando sembra difficile farlo da soli.
Figlio d’arte, sei cresciuto con un forte legame con la parola grazie alla figura di tuo padre, Adriano Grande. In che modo questa eredità poetica influenza la tua scrittura?
Ho perso mio padre che ero molto piccolo, quindi il mio ricordo è più quello di un compagno di giochi che di un poeta. Ma credo di aver ereditato da lui l’amore per le storie e per ricamare e cucire insieme le parole, un po’ come un sarto farebbe con un vestito. Scrivere, per me, ha sempre avuto qualcosa di consolatorio, proprio come lui diceva della poesia.
Dalla musica per il cinema alla regia dei videoclip, hai attraversato linguaggi diversi. Cosa ti ha insegnato questa interdisciplinarità e come arricchisce il tuo modo di raccontare storie?
Mi ha insegnato che immaginare e realizzare sono due momenti dello stesso atto creativo. Quando scrivo una canzone, vedo già delle immagini, dei movimenti, dei colori. Occuparmi anche della regia mi permette di restare fedele a quell’immaginario e di dare alle canzoni un’estensione visiva coerente con ciò che le ha generate.
Guardando alla tua carriera – dall’esordio con Viaggi sul tempo ai singoli degli ultimi anni fino a #capitolosecondo – quali sono i punti di continuità e quali le svolte più significative del tuo percorso artistico?
La continuità è sicuramente il bisogno di raccontare storie in cui le persone possano riconoscersi. Le svolte, invece, riguardano il coraggio: col tempo ho imparato a espormi di più, a non semplificare, a prendermi il rischio di affrontare temi complessi, anche a costo di essere scomodo.
Il corpo, l’anima e la mente rappresenta un nuovo capitolo della tua evoluzione musicale. Quali direzioni artistiche senti di voler esplorare dopo questo album e cosa speri arrivi, più di tutto, a chi lo ascolterà?
In questo momento sento il bisogno di portare queste canzoni dal vivo e di condividerle davvero, senza filtri. Per il futuro non mi pongo limiti: continuerò a seguire le storie e le emozioni che sento urgenti.
Grazie Mario e complimenti per la tua carriera artistica!
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