Michiamanojack: il romanticismo contemporaneo tra musica, emozioni e verità

Nel panorama della nuova canzone d’autore italiana emergono voci capaci di raccontare la vita con autenticità e sensibilità.
Tra queste c’è “Michiamanojack”, nome d’arte di Giacomo Calloni, cantautore toscano classe 1997. Nato musicalmente con la chitarra e cresciuto tra basso e pianoforte, ha iniziato a scrivere canzoni già da giovanissimo, trasformando emozioni personali, relazioni e momenti quotidiani in testi profondamente autobiografici. Il suo nuovo brano racconta, come una vera e propria montagna russa emotiva, le fasi di una relazione: dall’entusiasmo iniziale fino ai momenti più complessi, fino alla metafora della “stanza”, luogo simbolico dove spesso ci rifugiamo per sentirci al sicuro. In questa intervista ci racconta il suo percorso artistico e la visione che guida la sua musica.

a cura della redazione


Benvenuto su Che Intervista!ì, Giacomo. Per iniziare, raccontaci chi è “Michiamanojack”: quando hai capito che la musica sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?
Io credo che certe cose ad un certo punto le senti dentro e basta, il richiamo della musica arriva ed entra senza bussare. Però c’è una data specifica che mi ha segnato, ed era a Febbraio del 2007, io avevo 9 anni, la prima apparizione di Fabrizio Moro al Festival di Sanremo. Quando lo vidi e sentii il brano, con questa voce sporca, quello probabilmente è stato quando dentro di me mi sono detto, “Io voglio fare questo nella vita”.

Sei nato musicalmente con la chitarra e poi hai esplorato anche basso e pianoforte: quanto ha influito questo percorso strumentale sulla tua scrittura e sul tuo modo di comporre?
Sicuramente una sua influenza questo percorso cel’ha, anche semplicemente perché vedi la musica, o anche la stessa canzone addirittura, da tre punti di vista diversi che sono quelli di tre diversi strumenti, e questo ti aiuta capire un pò di più della musica in generale,
Però per esempio il passaggio sul pianoforte è stato cercato e voluto, perché dopo tanti anni solo con la mia chitarra mi ero reso conto che scrivere con uno strumento come il piano, mi dava modo di avere linee melodiche e isprirazioni differenti da quelle che solitamente mi trasmetteva la chitarra.

Hai iniziato a scrivere canzoni già da giovanissimo: quali erano i temi delle prime canzoni nate nella tua “cameretta”?
Paradossalmente già ai tempi scrivevo d’amore, senza ovviamente cognizione di causa, avendo appunto 10/11 anni. Però mi ricordo di serenate sotto casa della ragazzina che mi piaceva, finita con un lancio di borotalco dalla finestra. Essenzialmente ogni piccola cotta che avevo portava ad una dedica/canzone, ed ho la solida certezza di non essere mai stato ricambiato nemmeno una volta.
Però, scavando ancora più indietro, una delle promise canzoni che scrissi e che ricordo era a tema culinario, si chiamava “Pasta al Ragù”, non credo ci sia molto da aggiungere.

I tuoi testi vengono descritti come estremamente autobiografici: quanto della tua vita personale entra davvero nelle tue canzoni?
Tantissimo, perché la base delle mie canzoni è sempre elaborare, esorcizzare, qualcosa che ho dentro, una sensazione, un emozione o anche un trauma. Quindi partendo tutto da dentro è sempre tutto estremamente personale, anche perché solo in quel modo ho la percezione di dire qualcosa di davvero sentito e carico di emozioni.

Il tuo nuovo brano racconta una relazione come una sorta di “montagna russa emotiva”: da dove nasce l’ispirazione per questa storia?
Questa canzone nasce in auto, di ritorno da una serata in una locale di Pisa, dove mi ricordo che c’era stata questa incomprensione con una ragazza che mi piaceva, il tutto riassunto nella frase/dialogo di apertura della canzone. Mi ricordo che tutto partì da quella frase scritta sulle note del telefono mentre un mio amico guidava verso casa, e poi arrivato l’ho conclusa inserendo dentro altri ricordi di altre esperienze che mi stavano premendo dentro in quel periodo.

Nel brano compare la metafora della “stanza”, un luogo dove ci si rifugia per sentirsi al sicuro: che significato simbolico ha per te questa immagine?
Per me questa immagine è molto importante, perché nella canzone fa riferimento all’oggettività di una stanza, di 4 mura, in cui isolarsi dopo la fine di una relazione e rielaborare il tutto, penso sia capitato un pò a tutti.
Però allargando la visuale la stanza è una metafora di tutto ciò che nel mondo ti fa sentire al sicuro e a tuo agio quando ne hai bisogno, che sia un luogo, uno sport, un hobby o anche una persona.

Nei tuoi lavori emerge un equilibrio tra cantautorato e pop: quali artisti o influenze musicali hanno contribuito a definire il tuo stile?
Io purtroppo, o per fortuna, ascolto e ho sempre ascoltato un pò di tutto, quindi mi è difficile capire cosa mi ha definito più di altro.
Però facendo un breve excursus posso dire che fina da bambino in casa abbiamo sempre ascoltato molta musica, era una componente abbastanza fondamentale durante le giornate, e i miei genitori ascoltavano di tutto dal pop al rock, ricordo i Guns ’n Roses, i Bon Jovi, insomma tutto quel rock anni ’80-’90, Ma anche tantissimo pop e dance anni ’80, poi gli Oasis, i Litfiba ecc. Nell’adolescenza poi quello che mi ha cresciuto è stata tutta la scena pop punk e punk rock, quindi classici blink 182, Green Day, Sum 41, Nofx, Social Distortion ecc. Poi c’è tutta la parte di band e musica italiana più moderna come I Cani, Gazzelle, Canova, Baustelle, Zen Circus, Tommaso Paradiso ecc Per finire con il cantautorato più classico, primi su tutti, Rino Gaetano, Franco Califano e Riccardo Cocciante Insomma io penso di essere probabilmente un mix di tutto questo, a modo mio.

Nei tuoi testi emerge anche una forte componente di autoironia e romanticismo: pensi che oggi ci sia ancora spazio per il romanticismo nella musica contemporanea?
Io credo che lo spazio per il romanticismo debba esserci per forza, perché spesso si pensa come al romanticismo come un qualcosa solo legato all’amore e alla dolcezza, ma essere romantici, nell’accezione più alta del termine, significa essere sognatori. E la musica, come ogni altra forma d’arte, come può esistere senza sognatori?

Quando scrivi una canzone, parti più spesso dalla musica, da una frase, oppure da un’emozione precisa che vuoi raccontare?
Solitamente non penso mai a cosa voglio raccontare e nemmeno me lo chiedo, arrivato alla fine della canzone rileggo, riascolto e lì realizzo di cosa stavo parlando, come se ci fosse uno sdoppiamento, come se avessi parlato a me stesso.
Per il lato più pratico invece spesso uso le note vocali del telefono dove canticchio melodie, o mi appunto frasi sulle note, perchè quasi sempre mi succede quando sono in giro, e poi tornato a casa mi piace lavorarci riportando tutto su un foglio di carta, che mi dà una percezione completamente diversa di ciò che sto facendo, anziché lasciare tutto in digitale.

Quali sono i prossimi progetti di michiamanojack e cosa ti piacerebbe far arrivare al pubblico attraverso la tua musica?
Prossimi progetti, sicuramente ci saranno altri singoli prima dell’estate e un pò di date live. Per quanto riguarda la mia musica io vorrei solo far sapere alle persone che nelle loro emozioni e nelle loro delusioni, non sono soli.

Grazie Giacomo e complimenti per la tua carriera artistica!

Per saperne di più:
Facebook | Instagram | TikTok

Copy link