Mike Orange: il ritorno amaro e ironico di un “Poeta”

Con radici punk e un presente che guarda al pop d’autore, Mike Orange torna a far parlare di sé con Poeta, il nuovo singolo che anticipa l’EP Aranciata Amara, in uscita entro la fine del 2025 per Medea Productions. Un brano ironico ma non privo di amarezza, che mette in discussione etichette e ruoli, giocando con la leggerezza e il peso dell’esistenza.

Abbiamo incontrato Mike Orange per parlare del nuovo progetto, delle sue riflessioni sul mondo della musica e del percorso che lo ha portato a questo nuovo capitolo.

a cura della redazione


Benvenuto su Che! Intervista, Mike, è un piacere averti qui. Partiamo subito da Poeta: cosa rappresenta per te questo brano e come è nato?
Ciao alle lettrici e ai lettori di Che Intervista, è un piacere poter rispondere alle vostre domande. Poeta rappresenta l’inizio di un nuovo percorso per me: un EP che uscirà entro la fine dell’anno e che segna l’approdo a sonorità sempre più personali. Non rinnego il mio passato da punk rocker — come hai giustamente fatto notare nell’introduzione — ma cerco di portare avanti tutto con coerenza. La canzone, in realtà, è nata come sigla di uno spettacolo di poetry slam che dovevamo fare con gli amici Federico e Sebastiano di Compagnia delle Indie, in un posto a Milano. È un po’ una presa in giro, ma ci mette tutti sullo stesso piano — con ironia, ma anche con affetto.

Nel testo metti in discussione l’idea stessa di “poeta”, ampliandola a molte figure creative. C’è un po’ di autoironia ma anche di critica sociale: quanto c’è di personale e quanto di universale in questa riflessione?
Sinceramente, quando scrivo non mi pongo mai il problema di essere universale. Quello che mi interessa è usare le mie esperienze per raccontare qualcosa di più grande. Poeta è sicuramente una canzone autoironica: mi ricorda di non fare troppo il “poeta”, ma allo stesso tempo contiene — come anticipi tu — una critica sociale. Pensiamo troppo spesso a darci dei titoli, e troppo poco a sporcarci le mani per costruire la nostra realtà insieme alle persone che ci circondano. Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, per combattere l’inedia e l’alienazione che questa società ci impone. Forse, facendo meno teoria e più pratica, potremmo davvero cambiare le cose e influire su qualcosa di più grande di noi.

L’immagine del Pére Lachaise come punto di partenza del brano è molto evocativa. Perché hai scelto proprio quel luogo simbolico?
Beh, mi serviva un luogo che evocasse subito l’immagine del poeta — e quale posto migliore di un cimitero dove sono sepolti Oscar Wilde e Jim Morrison? Gente che ha scritto, vissuto, esagerato. Artisti di ogni genere, non certo santi. In fondo, il mito del poeta nasce anche lì: tra lapidi, eccessi e contraddizioni. Usare i luoghi per dire qualcosa è il modo più efficace di spiegarsi con poche parole. Una canzone non ha tempo per fare teoria: serve un’immagine che ti colpisca subito. E se il Père Lachaise ti fa pensare a poesia, morte, rock’n’roll e decadenza, allora funziona. Meglio quello che mille metafore pulite e innocue.

Poeta è il primo passo verso l’EP Aranciata Amara: in che modo questo singolo anticipa i suoni, i temi e le atmosfere del nuovo lavoro?
Aranciata Amara è un EP che non si può definire felice. Come ti scrivevo prima, nasce in una fase di grande cambiamento nella mia vita, e non tutti i momenti sono positivi. È un periodo di riflessioni lucide: c’è sempre una speranza, certo, ma è come se guardassi le cose da lontano, con la consapevolezza che tutto quello che fai è solo un passaggio, magari utile a qualcun altro più che a te. È come bere un’aranciata amara: ti disseta, ma non è sempre gradevole. L’unica cosa che conta, però, è che è vera. E mi sembrava una metafora perfetta — anche per giocare, ancora una volta, con il mio cognome.

La tua scrittura mescola leggerezza e profondità, ironia e amarezza. Come riesci a trovare questo equilibrio senza cadere nella retorica?
Ti ringrazio, davvero — è un grande complimento. Sai, mi interrogo spesso sul rischio di diventare stucchevole, di scivolare nel melenso o nel retorico. Ma credo che la chiave sia nell’essere nudi, autentici. Raccontare ciò che hai vissuto davvero, senza filtri, senza pose. Legare le parole alla pelle, alle esperienze che ti hanno segnato. E mostrarsi per quello che si è — anche quando tremi, anche quando non sei certo di piacere. Perché è lì che nasce la verità, quella che non ha bisogno di essere universale per toccare chi ascolta.

Negli ultimi anni hai calcato tantissimi palchi in tutta Italia, con una media impressionante di concerti. Quanto l’esperienza live influisce sulla tua scrittura e sulla tua visione della musica?
Io credo che, se vuoi fare questo lavoro, devi prendere lo zaino e partire. Devi essere pronto ad affrontare situazioni difficili, momenti di solitudine, strade che non sai dove portano. Certo, ci sono anche cose bellissime — incontri, scoperte, emozioni che non ti aspettavi — ma c’è sempre anche l’altro lato della medaglia. Tutte queste sensazioni te le porti dentro, e quando decidi di scrivere una canzone, inevitabilmente ti porti dietro le esperienze della tua vita. Quindi, per rispondere alla tua domanda: sì, tantissimo. Perché conosci persone, ascolti confidenze, ti metti in gioco. Ed è proprio questo il bello di suonare in giro: vivere e raccontare, senza filtri.

Vieni dalla provincia, che spesso è descritta come un luogo di limiti ma anche di stimoli unici. Quanto la tua “provincia mentale” influenza le tue canzoni?
C’erano momenti in cui la mia provincia contava. Mi sbattevo per cambiare le cose, per costruire qualcosa dal basso. E la cosa figa era che ti ritrovavi con i pochi simili a te, quelli che non aspettano il permesso di nessuno. Facevi un festival con le tue mani, senza sponsor, senza appoggi, senza stare dietro a nessuno. Solo voglia, sudore e idee. Ora quella provincia non ha più niente da darmi. Pregiudizi, aspettative, gente che si nasconde dietro qualcun altro per convenienza. È diventata una vetrina vuota, dove si recita più che si vive. Ma la mia provincia vera è mentale. È il mio modo di stare al mondo: DIY fino al midollo, relazioni costruite senza filtri, solo con chi parla la mia lingua. Non è un luogo, è un’attitudine. E quella non me la toglie nessuno.

Dal punk rock alle nuove contaminazioni pop: come descriveresti l’evoluzione del tuo linguaggio musicale negli ultimi anni?
Mike Orange, per me, è sempre stata una necessità. Avevo bisogno di stimoli nuovi, di scrivere in italiano qualcosa che mi rappresentasse davvero — senza filtri, senza traduzioni interiori. In quel periodo emergeva l’it pop, e per me era una sfida interessante: arrivavo da un mondo sinceramente alternativo, e sentivo il desiderio di misurarmi con la canzone pop, di capire se potevo abitarla senza snaturarmi. Quel desiderio mi ha portato ad ascolti diversi, a confrontarmi con temi che non avevo mai affrontato, e — passo dopo passo — ho imparato ad apprezzare di più la canzone italiana. Credo che questa evoluzione sia evidente nei miei lavori: dal primo singolo fino ad Aranciata Amara, il percorso è diventato più chiaro anche per me. Mi sento in movimento, in trasformazione. E spero di mantenere sempre questo spirito di ricerca — perché è lì che mi sento vivo.

Oltre alla musica, hai avviato anche un podcast, Un disco alla volta. Quanto è importante per te raccontare la musica anche da un punto di vista critico e divulgativo?
Siamo in un’epoca dove sembra che se tu decidi di fare qualcosa ti guardi un tutorial su YouTube, paghi una promozione e fai una buona comunicazione social allora puoi fare tutto. Fortunatamente non funzionerà mai così e per esempio fare un disco è un processo lungo e laborioso dove una persona mette in gioco tutta se’ stessa e si affida a tantissime altre figure per realizzare quello che è il suo obiettivo. Secondo me è importante da una parte non demonizzare la tecnologia, però dall’altra bisogna sempre puntare al meglio e alla profondità. Molte persone questa cosa non la vedono, io la vedo dal mio punto di vista di musicista e mi sembrava un bel modo per raccontare degli artisti in modo semplice ma anche originale. Spero di riuscire a farlo, è una cosa che mi diverte molto per ora (poi guardatelo che ci guadagno pure dei soldi)

Guardando avanti, tra l’uscita dell’EP e i live in arrivo, quali sono le tue aspettative e i tuoi desideri per il futuro di Mike Orange?
Abbiamo molte cose in pentola, ma forse è ancora presto per parlarne. Ti posso dire questo: mi piacerebbe che il progetto Mike Orange diventasse sempre più strutturato, più solido, e che potesse entrare nella vita di sempre più persone. Vorrei che le mie canzoni iniziassero a circolare davvero, a essere riconosciute, cantate, condivise. E spero che questo EP mi aiuti a fare un passo avanti importante — a diventare un artista riconosciuto a livello nazionale, senza perdere mai la mia identità.

Grazie mille della chiacchierata, alla prossima!

Grazie a te Mike e complimenti per la tua carriera!

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