Mike Youlend racconta “Poco e Niente”: pop, alienazione e ironia fragile dopo il silenzio

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Con Poco e Niente, EP composto da cinque brani, Mike Youlend celebra il proprio ritorno alla musica dopo un lungo periodo di silenzio creativo. Un progetto nato senza la pretesa di costruire un concept rigido, ma come raccolta spontanea di ciò che è riaffiorato nel momento in cui l’artista ha ricominciato a scrivere. Tra pop, indie, cantautorato digitale, malinconia, sarcasmo, cultura internet, relazioni caotiche e smarrimento generazionale, Poco e Niente diventa un collage emotivo volutamente imperfetto, capace di raccontare una generazione sospesa tra burnout, meme culture, desiderio d’amore e bisogno di non prendersi troppo sul serio.

a cura della redazione


Benvenuto su Che! Intervista, Mike Youlend, e grazie per essere con noi. Poco e Niente segna il tuo ritorno alla musica dopo un periodo di silenzio: che cosa ha riacceso il bisogno di scrivere e pubblicare?
La mia voglia di scrivere si è riaccesa proprio grazie alla mancanza che sentivo. Per anni non ho nemmeno provato a mettere nero su bianco ciò che avevo dentro, ma col tempo mi sono reso conto che stavo trascurando una parte importante di me. La scrittura è sempre stata il mio modo di dare forma ai pensieri, alle emozioni e alle esperienze che vivo. Tornare a fare musica è stato quindi qualcosa di naturale: sentivo il bisogno di esprimermi di nuovo e di condividere le mie storie con chi può riconoscersi in esse e sentirsi meno solo.

Hai raccontato che l’EP non nasce come progetto strutturato, ma come risultato naturale di ciò che è tornato fuori quando hai ricominciato a scrivere. Quanto è stato importante non forzare questi brani dentro un concept preciso?
Per me è stato fondamentale non forzare nulla. Fin dall’inizio sapevo che un progetto nato in questo modo avrebbe potuto essere difficile da inquadrare per alcune etichette, ma non era quello il mio obiettivo. Ho scelto di fare tutto in modo indipendente, rispettando i miei tempi e lasciando che ogni brano trovasse il momento giusto per uscire.
Credo che la musica debba nascere dall’ispirazione e dall’esigenza di esprimere qualcosa di autentico. L’ispirazione non segue schemi prestabiliti e non sempre si adatta a un concept preciso. Per questo ho preferito lasciare che le canzoni si sviluppassero liberamente, senza imporre una direzione forzata, permettendo a ogni brano di raccontare una parte diversa del mio percorso.

Il titolo “Poco e Niente” sembra giocare con l’autosvalutazione, ma anche con una certa libertà dal bisogno di apparire “importanti”. Che significato ha per te questa scelta?
Esattamente. “Poco e Niente” nasce quasi come una provocazione verso me stesso e verso tutto quello che ruota attorno all’idea di dover sempre dimostrare qualcosa. In un certo senso sminuisce il lavoro che c’è dietro questo EP, ma allo stesso tempo dimostra il contrario: anche qualcosa nato in modo spontaneo, senza troppe aspettative o costruzioni, può trasformarsi in qualcosa di valido.

Dentro l’EP convivono malinconia, ironia, sberleffo, vulnerabilità e caos contemporaneo. Come riesci a tenere insieme registri così diversi senza perdere autenticità?
Perché questa è la vita. Un giorno siamo tristi, un altro arrabbiati, poi delusi, confusi o semplicemente stanchi. A volte ci ridiamo sopra, altre volte ci lasciamo travolgere da quello che sentiamo. Non credo che questo faccia perdere autenticità a una persona, anzi: credo che sia proprio il contrario.
Le mie canzoni riflettono questa varietà di stati d’animo. Non ho mai sentito il bisogno di scegliere un’unica emozione o un unico registro per essere coerente. Per me essere autentici significa raccontarsi per quello che si è davvero, con tutte le contraddizioni, le fragilità e i cambiamenti che fanno parte della vita di tutti i giorni.

Angelo Scientificamente Biblico” affronta un amore complesso, fatto di cura, impotenza e senso di colpa davanti alla fragilità dell’altro. Che cosa ti interessava raccontare di quel confine delicato tra proteggere qualcuno e rischiare di perdersi?
Mi interessava far emergere come, anche quando il dolore diventa enorme e difficile da gestire, l’amore non venga meno. È una condizione complessa, che non credo sia universale o immediatamente comprensibile per tutti: bisogna anche in parte riconoscersi in quel tipo di situazione per coglierne davvero il significato.
Nel brano cerco di raccontare proprio quel confine sottile in cui il desiderio di proteggere qualcuno si intreccia con il senso di impotenza e, a volte, di colpa. È una dinamica molto specifica, ma credo sia proprio nella sua specificità che trova la sua verità.

In “Giorgia Meloni” usi politica, cultura internet, IA, burnout e nichilismo generazionale per raccontare lo smarrimento di chi è cresciuto online. Quanto la rete influenza il tuo modo di osservare e scrivere la realtà?
La rete influenza molto il mio modo di osservare e scrivere. Sono nato in un periodo in cui internet era ancora qualcosa di marginale, e ho avuto la possibilità di vederlo crescere ed espandersi fino a diventare parte centrale della nostra quotidianità.
Sono stato tra i primi a innamorarmi di questo mondo virtuale, così vasto e accessibile, che ci permette di osservare e attraversare tutte le sfaccettature dell’essere umano. Attraverso quello schermo passa tutto: cultura, politica, emozioni, contraddizioni. Ed è inevitabile che questo finisca per influenzare anche il mio modo di raccontare la realtà.

Hamilton” racconta una relazione intensa, assurda e tenera, mentre Mal di Testa trasforma ansia e sovrastimolazione in evasione pop. Che ruolo hanno, nella tua scrittura, la leggerezza e il caos quotidiano?
Dipende molto da ciò che voglio raccontare in quel momento. Spesso mi piace usare la leggerezza e una certa nonchalance per affrontare anche temi più complessi o difficili da digerire, perché credo che a volte sia proprio attraverso un tono più immediato che certi contenuti arrivino meglio.
Nel mio vissuto personale, però, non mi considero una persona caotica. Il caos lo osservò più che viverlo direttamente, ed è forse anche per questo che riesco a trasformarlo in qualcosa di più ordinato e narrativo quando scrivo.

Il brano “Poco e Niente chiude” l’EP come un addio a una relazione, a un periodo o forse a una versione di sé. Perché hai scelto di affidare proprio a questa traccia il saluto finale del progetto?
Perché è una traccia che porta con sé un senso di fine, ma anche di cambiamento e di nuovo inizio. “Poco e Niente”, già dal titolo e dall’impostazione sonora, segna una deviazione rispetto al resto dell’EP, che si muove più su coordinate pop/indie. Qui invece si entra in un territorio più sperimentale, quasi come se il disco stesso si aprisse verso un’altra direzione.
Mi interessava che questa chiusura raccontasse proprio questo passaggio: il cambiamento è qualcosa che attraversiamo continuamente, e forse non dovrebbe far così paura come spesso succede.

La tua musica si muove tra pop, indie e cantautorato digitale, con riferimenti religiosi, meme culture, depressione, romanticismo ossessivo e alienazione urbana. Come definiresti oggi l’immaginario di Mike Youlend?
Per me l’immaginario di Mike Youlend è quello di una persona normale che osserva, vive e attraversa esperienze sia positive che negative, e prova a raccontarle in modo diretto attraverso la musica.
Non mi interessa costruire un’identità distante o idealizzata: prima di essere artisti siamo persone, con tutto quello che questo comporta. La mia scrittura nasce proprio da lì, dal tentativo di restituire in modo semplice e sincero quello che vivo e quello che vedo attorno a me.

Dopo questo ritorno con Poco e Niente, quali frammenti della tua vita, della tua generazione e del tuo rapporto con il mondo digitale desideri continuare a trasformare in musica?
Tutto quello che mi passa per la testa continuerà a diventare musica. Non ho un filtro preciso su cosa possa o non possa trasformarsi in una canzone: spesso sono proprio le cose più quotidiane, anche quelle più confuse o apparentemente insignificanti, a diventare materiale creativo.
Credo che il mio percorso vada in quella direzione, cioè continuare a osservare quello che vivo e quello che mi circonda, senza forzare una narrativa unica o prestabilita.

Grazie Mike e complimenti per la tua carriera artistica!

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