Classe 1983, dopo gli studi superiori in Grafica Pubblicitaria e Comunicazione, prosegue studiando Filosofia e Sceneggiatura Cinematografica a Milano. Oggi vive e lavora come “ScrittoRegista” tra Verbania e Milano.
Nel 2018 pubblica “Nonnasballo” (Cairo Editore), romanzo vincitore del Premio Nazionale di Narrativa Zanibelli Sanofi.
Nel 2024 esce il suo secondo romanzo, “Se la vita ti offre limoni” (Santelli Editore), romanzo che rappresenta anche il suo esordio sul mercato estero, disponibile infatti in lingua inglese su tutto il mercato britannico da novembre 2024.
È docente di Scrittura Creativa, Coaching Narrativo e di Storia del Cinema e Discipline e Laboratori Audiovisivi negli Istituti Superiori. Per la TV ha diretto il documentario “Booktour” per Rizzoli, con lo scomparso scrittore Luca Di Fulvio e trasmesso da Sky Arte.
Nel 2020 ha diretto la prima stagione del format “Matrimoni Impossibili”, per RealTime (Discovery Italia). Distribuito sia da Discovery Italia, sia da Amazon Prime Video. Ha inoltre scritto e diretto svariate rubriche culturali per emittenti TV sparse su tutto il territorio nazionale, tra cui la serie nazionale di documentari “Lost Encore” e “L’appetito vien leggendo”.
Per il cinema ha diretto molti cortometraggi tra cui ricordiamo il film “Marlène”, scritto dall’attrice Daniela Albertini e vincitore di premi a livello nazionale e internazionale (tra le candidature, ricordiamo quella al Festival del Cinema di Los Angeles e al David di Donatello).
Ha scritto e diretto il documentario “Diario di viaggio”, dedicato al Cammino di Santiago De Compostela, distribuito da YouTube.
Ha scritto e diretto il film “Il Violinista”, che vede il ritorno sui set dell’attore Edoardo Romano e l’esordio al cinema di Davide Mengacci. Il film è distribuito da Amazon Prime Video.
In uscita il 23 ottobre 2025 nelle sale cinematografiche italiane, il docufilm sulla Commedia Sexy nel cinema italiano “Il Bar del Cult”, alla riscoperta della Commedia nel cinema italiano dall’eredità lasciata da Federico Fellini sino agli anni ’80, ai Vanzina e al fenomeno dei cosiddetti “cinepanettoni”, il tutto attraverso la voce diretta di attori del calibro di Lino Banfi, Carlo Verdone, Andrea Roncato, Alvaro Vitali, Carmen Russo e molti altri. Oltre a registi, sceneggiatori, critici cinematografici quali Mario Sesti e Marco Giusti.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Mirko, e grazie per essere con noi. Partiamo dall’inizio: com’è nata l’idea di realizzare “Il Bar del Cult” e cosa ti ha spinto a raccontare proprio gli anni d’oro della commedia italiana?
Anzitutto grazie dell’invito e per avere definito questo omaggio “sincero”. A rendere scatenante l’idea di questo film credo sia stato soprattutto un senso di nostalgia verso un tempo in cui si poteva ridere, seppur a denti stretti, con più leggerezza e con più ironia sulle proprie disgrazie, sui vizi e le virtù dell’Italia, quei goffi tentativi di nascondere la polvere sotto il tappeto per poi essere scoperti e sgridati con una bella tirata di orecchie. Questo soprattutto nella commedia degli anni ’80, ma se ci pensi bene non è altro che un altro contesto rispetto a quanto ci aveva già insegnato all’origine la Commedia, decenni prima, quando si rideva seduti sulle macerie, con il Neorealismo per intenderci. Che per me è la stagione forse più vera e bella della storia del cinema italiano.
Il titolo del docufilm è evocativo e familiare: “Il Bar del Cult”. Cosa rappresenta simbolicamente questo “bar” e quale atmosfera hai voluto ricreare dietro la macchina da presa?
Il titolo è anche un omaggio alla pellicola “Al bar dello sport” di Francesco Massaro del 1983, che è anche il mio anno di nascita. Abbiamo volutamente tentato di ricreare un’atmosfera che fosse accogliente, direi famigliari. Tute le testimonianze raccolte sono state raccontate dai diretti protagonisti in ambienti intimi, talvolta a casa loro, proprio per far sì che gli spettatori si possano sentire come se fossero lì con loro, seduti al tavolo, su un divano. Non ultimo, il bar è sempre stato un luogo simbolo di molte pellicole, così come di molti romanzi figli dei medesimi anni, uno su tutti “Bar Sport” di Stefano Benni che precede di diversi anni il film di Massaro, però rispecchia perfettamente i toni e i colori della commedia.
Il progetto riunisce un cast eccezionale di attori, registi, musicisti e critici. Qual è stato il momento più emozionante durante le riprese, e quale testimonianza ti ha colpito di più?
Ogni momento e ogni incontro sono stati unici e preziosi. Tutti questi personaggi io li ho sempre visti in TV o al cinema, hanno accompagnato la mia adolescenza e l’affacciarsi all’età adulta. Non c’è una testimonianza che mi ha colpito più di un’altra, ma in ogni racconto c’è sempre stato qualcosa che mi ha arricchito. Uno dei momenti più emozionanti è stato quello pochi istanti prima del primo ciak con Lino Banfi, quando scherzando con la troupe ha citato una delle sue storiche battute e l’ho osservato in quegli istanti sorridere sincero, felice. Voglio dire, nonostante siano passati decenni, nonostante chissà quante migliaia di volte i fan gliel’avranno chiesta, lui l’ha regalata con vera spontaneità. Ho capito quanto ci sia ancora in lui oggi un senso di gratitudine verso le peculiarità dei film che ha fatto e che lo hanno reso ciò che per tutti noi oggi ancora è un personaggio cult con Lino Banfi.
La commedia italiana è stata definita “lo specchio più sincero della nostra società”. Quale pensi sia il segreto della sua forza comunicativa, anche a distanza di decenni?
Credo proprio il fatto di essere sincera, senza fronzoli. La nuda verità del nostro nel Paese con un occhio che vede tutto, sia in modo plateale, sia attraverso il buco della serratura. Gli italiani sono stati anche quello, e la Commedia lo ha sempre raccontato. Era lo specchio della quotidianità, dalle cose più semplici a quelle più complesse. Ecco perché ancora oggi preferiamo rivedere uno di questi film piuttosto che una qualsiasi commedia contemporanea asettica, idealistica e retorica. Ecco perché anche i giovani si avvicinano a quella stagione, perché sentono che c’è della verità, seppur raccontata con frastuoni e schiaffoni. Siamo stati capaci di farci conoscere nel mondo per questo, e lo saremmo ancora se davvero lo volessimo.
Nel docufilm emerge una profonda nostalgia ma anche una grande voglia di riscoprire i valori autentici del nostro cinema. Pensi che oggi ci sia ancora spazio per una “nuova commedia all’italiana”?
Riprendo dalle parole qui sopra. Secondo me sì, potremmo ancora farlo. Non nel modo dei decenni passati, ma con una sincerità figlia dei nostri tempi, di questi tempi qua, perché sono quelli che viviamo, che subiamo, che amiamo e odiamo. Dobbiamo solo avere voglia di raccontarli davvero, senza troppo pensare al botteghino, all’estetica, accantonare l’ideologia per fare di nuovo spazio alla verità.
Hai collaborato con Rocco De Vito, ideatore e produttore del progetto. Com’è stato il vostro incontro professionale e come si è sviluppata la sinergia creativa tra voi?
Io e Rocco ci conosciamo dai tempi delle scuole superiori. Siamo entrambi nati sul lago Maggiore e negli anni dell’adolescenza, mentre di sfondo passavano quelle pellicole e in me cresceva la passione per il cinema, per le storie, abbiamo condiviso gioie e disgrazie. E dopo gli anni universitari ci siamo ritrovati adulti – forse – e pronti per questa nuova avventura insieme.
La distribuzione è affidata a “Santelli Pictures”, una realtà molto attenta al cinema d’autore e ai progetti culturali. Come nasce la collaborazione con Debora Scalzo e in che modo il suo contributo ha arricchito la diffusione del docufilm?
La componente distributiva per chi, come me, ama ancora il cinema puro, quello che ama l’esperienza in sala, con il grande schermo, con quel momento unico di raccoglimento, è davvero fondamentale. Ho avuto modo di conoscere Debora e di poterle proporre il mio film con molta spontaneità e forse in modo anche un pò goffo, come spesso sono nella vita. Però ho cercato di trasmettere a lei e alla Santelli Pictures la mia snatura ossessione e il mio profondo amore per il cinema, per la mia irrefrenabile voglia di cacciare storie da raccontare. E penso sia questo ciò che l’ha convinta, in quanto anche lei regista, ad abbracciare questo documentario.
Il Bar del Cult è anche un omaggio ai maestri del passato. C’è un film o un regista che ha particolarmente influenzato la tua visione e il tuo linguaggio cinematografico?
Assolutamente sì. Ciò che sono oggi lo devo senza dubbio ai film e al mondo onirico di Federico Fellini. E se parliamo di un suo film, uno su tutti, per me, è “I clowns” del 1970. E con lui altri, come – per restare in Italia – Nanni Moretti per esempio.
Guardando alla tua carriera, dalla scrittura alla regia, dai format televisivi ai videoclip, emerge una continua ricerca di autenticità. Quanto di Mirko Zullo autore ritroviamo nel regista de Il Bar del Cult?
Io non posso e non voglio vivere senza raccontare storie. In ogni progetto che abbraccio c’è sempre questa mia forte consapevolezza. Anche qui, ne “Il Bar del Cult”, questa urgenza è quanto mi ha spinto a non fermarmi di fronte agli ostacoli, ad avere pazienza quando i tempi si allungavano e remavano contro di noi. Volevo portare a termine questo viaggio, e l’ho fatto. E ora si costruisce già il prossimo, ovviamente.
Il docufilm è pronto a raggiungere le sale con grandi aspettative. Cosa speri arrivi al pubblico attraverso questo viaggio nella memoria del cinema italiano?
Spero possa arrivare anzitutto una voce sincera e imparziale. Spero che chi già ama queste pellicole possa scoprire aneddoti che ancora non conosceva. Spero di fornire spunti di riflessione e discussione per chi magari li ha sempre snobbati o detestati, etichettati. Spero infine che le parole di questi personaggi cult possa risvegliare nel mondo del cinema italiano la voglia di tornare ad essere autentici e ironici.
Grazie Mirko di questa tua intervista ed incrociamo le dite dunque, complimenti!
Per saperne di più visita:
Instagram | ilbardelcult.it
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