Nati a Lucca nel 2018 e cresciuti tra blues, rock e scrittura cantautorale, i Mona Grant hanno costruito un’identità sonora che rifiuta le scorciatoie. Dopo l’esperienza al Sanremo Rock Festival e l’approdo sul palco dell’Ariston, la band prosegue il proprio cammino con “Come un Soutine”, un brano che mette al centro l’intensità emotiva e la verità dell’istante. Tra riferimenti artistici, tensioni psichedeliche e un rock asciutto e viscerale, i Mona Grant raccontano l’amore come accadimento, non come promessa. Li abbiamo incontrati per parlare di musica, immagini e urgenza espressiva.
a cura della redazione
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Benvenuti su Che! Intervista.
“Come un Soutine” nasce da un incontro reale: quanto è importante per voi partire dall’esperienza vissuta per scrivere una canzone?
Molto anche se non inizia sempre così la stesura di un brano. Cerco di raccontare delle storie reali, non per forza vissute in prima persona, ma comunque inserendo aspetti personali che richiamano o comprendono ciò che viene raccontato. Gli elementi si mischiano in una sorta di empatia. l’elemento costante che cerco di mantenere è quello di non scadere in generalizzazioni o lezioni universali.
Nel brano l’amore non ha prospettive né garanzie future, ma vive solo nel presente. È una scelta narrativa o una visione più ampia della vita?
Quella narrata è una storia, un microcosmo che vuole solo essere raccontato, ma in una certa misura rispecchia una visione più ampia per me. L’amore accade e un po’ deve trovare la forza in se stesso di continuare, se la trova. Il futuro non è escluso o negato, solamente che per esserci un futuro deve esserci prima di tutto un presente vissuto pienamente. Come direbbe qualcun altro, meglio dirsi che ci siamo lasciati piuttosto che non essersi mai amati.
Avete scelto di intitolare il singolo a Chaïm Soutine: cosa vi affascina della sua figura e in che modo vi riconoscete nel suo modo di trasformare la materia in emozione?
Io lo trovo fantastico. Da molti non era considerato “bravo”, ma ritengo avesse la capacità di dialogare con ciò che gli stava di fronte cercando di cogliere le emozioni che provava in quel momento. Non cercava soltanto una buona tecnica, ma cercava di comunicare quel groppo esistenziale che si portava dietro. Molte delle sue opere le ha distrutte, bruciate. Non lo so di preciso, ma penso che non lo abbia fatto perché uscite male stilisticamente, ma lo abbia fatto con quelle in cui non era riuscito ad esprimere i suoi stati d’animo.
Il vostro sound resta ruvido, senza levigature: in un’epoca che tende alla perfezione tecnica, perché per voi è importante lasciare gli “spigoli” al loro posto?
In generale non mi piacciono particolarmente i pezzi troppo pettinati. Trovo che sia più interessante una certa dose di autenticità. In questo pezzo era funzionale mantenere una certa spontaneità per sostenere il racconto, una storia precaria, emozionale, con tutte le incertezze che certi incontri suscitano. Penso che la tecnica abbia la sua importanza se utile, ma che non debba mai diventare fine a se stessa. Poi era un modo per dire: “non esiste un solo modo di fare le cose”. Questo vale anche per me, ovviamente.
Dal blues delle origini al rock più nervoso di oggi, come sentite che è cambiata la vostra identità musicale nel tempo?
Provo a spiegarlo con un’immagine: in un bosco non c’è mai un solo tipo di pianta. Esse sviluppano sia competizione che mutuo soccorso. Ecco, i miei brani vivono di questa differenziazione, ma anche di tratti comuni. Da quando ho iniziato a scrivere ho cercato di contaminare continuamente i vari pezzi. Certo, alcuni elementi rimangono costanti, potremmo dire identitari, ma ho sempre preferito sperimentare e creare brani diversi tra loro. Musicalmente adoro variare, sempre in questo solco di rock blues un po’ psichedelico e ruvido, ora dando accento ad una sonorità, dopo ad un’altra cercando ciò che è più funzionale al racconto.
Il testo si muove tra immagini evocative e riferimenti all’arte: quanto conta per voi la dimensione visiva nella scrittura delle canzoni?
Io adoro tutte le arti visive, dal cinema alla pittura, dalla scultura alla scrittura ( i romanzi o le poesie sono immaginifici). Quindi mi viene abbastanza naturale raccontare storie dove non tutto è per forza spiegato ma casomai lasciato all’immaginazione. Dimensione visiva rafforzata dal fatto che cerco di raccontare ciò che vedo e sento astenendomi da giudizi o idealizzazioni. O almeno ci provo.
Dopo l’esperienza al Sanremo Rock Festival e il palco dell’Ariston, cosa è cambiato nel vostro modo di pensare al pubblico e alla vostra musica?
Quella è stata un’esperienza molto formativa. Salire su un palco così importante è una bella emozione che vorrei riprovare. Nonostante l’impatto iniziale, ricordo di aver pensato che ciò che contava era cercare di donare al pubblico (e in quel caso erano tutti molto attenti) un po’ di quell’emozione che sentivamo, nel modo più autentico possibile. Non eravamo lì solo per far sentire se eravamo bravi o meno, ma soprattutto per donare un po’ della nostra follia e un pezzo di anima che c’è in una canzone.
“Come un Soutine” sembra parlare più di uno stato d’animo che di una storia precisa: è più difficile raccontare un’emozione rispetto a un evento?
Sí è più difficile. In generale cercare di raccontare un’emozione che spesso fatica a trovare parole non è un lavoro immediato, mancandoti riferimenti certi. A me personalmente però interessa inserire l’emozione nel contesto in cui si crea. Anzi, direi che è fondamentale. Quindi i due aspetti si fondono e sono imprescindibili. L’emozione vissuta non per un’idealizzazione, ma come frutto o motore di un evento tangibile.
Vi definite una band che privilegia l’autenticità espressiva: quali compromessi non siete disposti a fare, oggi, nel vostro percorso artistico?
Vorrei riuscire a non rinunciare mai alla complessità della semplicità, al raccontare senza filtri storie che meritano di essere raccontate. Forse quotidiane, forse come altre, non per forza eccezionali, ma che hanno qualcosa da raccontare su questa specie così variegata e piena di contraddizioni che è l’essere umano. Vorrei non dover mai a creare un brano solo perché così va fatto.
Che tipo di “verità emotiva” volete continuare a cercare nelle vostre prossime canzoni?
Non tutti i brani metteranno al centro l’emozione, ma quello che cercherò comunque sarà di essere il più diretto possibile senza troppi orpelli o sovrastrutture. Spero di riuscire a comunicare che le “verità” sono tante, che i mondi sono diversi tra loro e che guardandoli da vicino hanno potenzialmente la capacità di arricchirci e ampliare la nostra visione sulle cose.
grazie per il vostro tempo ed complimenti per il vostro lavoro
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