Un incidente, pochi secondi sospesi e una domanda che resta addosso più del rumore dell’impatto: cosa conta davvero? “Niente Conta” nasce sulla Statale 106 Jonica, strada simbolo di tragedie e attraversamenti quotidiani, e trasforma un’esperienza limite in un singolo che sceglie il minimalismo come atto di lucidità. ELLEN – Eleonora Marazzita – traduce il trauma in una riflessione intima e universale, dove il paradosso del “niente” diventa la misura più precisa di ciò che dà senso alla vita.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, ELLEN, partirei dall’origine di “Niente Conta”: cosa ti ha spinto a trasformare un evento così traumatico in una canzone?
Il bisogno di emergere dall’abisso, la necessità di tornare a vivere.
La Statale 106 è una strada carica di significati collettivi oltre che personali: quanto ha influito questo contesto nel modo in cui hai raccontato l’incidente?
Ho raccontato quello che è successo senza filtri dando voce alla verità, questo per me è fondamentale.
Il titolo del brano è un paradosso che invita a togliere, più che ad aggiungere: come sei arrivata a questa forma di minimalismo emotivo e narrativo?
Quando ho scritto “Niente Conta” mi sentivo vuota, inerme, apatica. Non sono dovuta arrivare ad una forma minimale, ero già in quella condizione, ho “solo” dovuto accogliere e ascoltare quella condizione e trasformarla in musica.
Nel testo non c’è cronaca esplicita dell’impatto, ma un lavoro per immagini e sensazioni: è stata una scelta istintiva o una necessità di protezione?
Ogni canzone racconta qualcosa di diverso in base a chi la sta ascoltando, per me è stato importante cristallizzare la sensazione e non l’immagine dell’accaduto altrimenti questo ascolto emotivo sarebbe stato impossibile da realizzare.
Scrivi che la ferita non è stata fisica ma interiore: in che modo questa consapevolezza ha modificato il tuo rapporto con il tempo e con il quotidiano?
Le ferite dell’anima sono più dure e lunghe a guarirsi. Il tempo sembrava non passare mai, ero bloccata e non riuscivo ad immaginarmi in un luogo diverso se non quello del dolore, e allora quel dolore l’ho trasformato e ne ho fatto musica.
La tua voce e l’arrangiamento mantengono un equilibrio delicato, quasi sospeso: quanto è stato importante evitare ogni forma di enfasi musicale?
Non credo manchi questa enfasi, il finale è un lento crescendo in cui parole, musica ed emozioni si prendono il proprio spazio come un mantra imperituro.
“Niente conta” sembra anche una presa di distanza dal rumore costante che ci circonda: senti che questo brano rappresenti una svolta nel tuo modo di scrivere?
Credo sia il prosieguo di una modalità di scrittura molto intima ed intimista che sempre ha contraddistinto la mia musica ma con una consapevolezza e una maturità maggiori.
Raccontare un’esperienza vissuta insieme alla propria famiglia implica un’esposizione particolare: come hai gestito il confine tra intimità e condivisione pubblica?
Ammetto essere stato piuttosto difficile, fino all’ultimo ho titubato, finché mi sono chiesta cosa ci fosse di sbagliato del dare l’immagine completa della storia dietro il brano e mi sono risposta che forse gli avrebbe solo dato un valore aggiunto, una contestualizzazione e non una spettacolarizzazione.
Pensi che la musica possa essere uno strumento di rielaborazione del trauma, non solo per chi scrive ma anche per chi ascolta?
Assolutamente sì. Banale a dirsi ma sempre vero: la musica cura.
Guardando al tuo percorso, “Niente Conta”apre una nuova fase artistica o si inserisce come naturale prosecuzione del tuo racconto personale?
Per me si tratta di un pezzo del puzzle, sicuramente uno dei più cristallini.
Grazie Ellen e complimenti per la tua carriera artistica!
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