Con Le ragazze sono in giro, in uscita a luglio 2026 per Officine Pindariche, Niky Marcelli torna al romanzo con una travolgente teen dramedy ambientata nei primi anni Duemila, dove farsa e dramma si rincorrono senza sosta. Autore, scrittore, critico eccentrico e autentico personaggio dannunziano, Marcelli porta sulla pagina un universo narrativo attraversato da Caravaggio, motori, satira sociale e riferimenti pop, a partire da un titolo che strizza l’occhio a un celebre brano di Luciano Ligabue. Cresciuto in un ambiente culturale e mondano popolato da figure leggendarie del Novecento, l’autore conserva nella scrittura uno sguardo ironico, elegante e irregolare, capace di osservare la società con spirito narrativo, memoria personale e gusto per il dettaglio fuori schema.
a cura della redazione
foto di Simona Poni
Benvenuto Niky Marcelli, e grazie per essere con noi. Le ragazze sono in giro è il suo nuovo romanzo: che cosa rappresenta questa uscita nel suo percorso di scrittore?
Grazie a voi! La fine di un lungo percorso, perché a questo romanzo ho lavorato – a fasi alterne – per molto tempo.
Il libro viene presentato come una teen dramedy travolgente, sospesa tra farsa e dramma. Da dove nasce il desiderio di raccontare cinque sedicenni nei primi anni Duemila?
Ho tratto ispirazione da una mia figlia, che aveva quell’età proprio in quegli anni, e dalle lunghe chiacchierate che facevamo, nelle quali mi raccontava il suo mondo. Premetto che mi sono ispirato a lei e ad alcune sue amiche per i personaggi principali, ma la storia è tutta farina del mio sacco.
Nel romanzo convivono Caravaggio, motori e satira sociale. Come si costruisce un equilibrio narrativo tra elementi così diversi senza perdere ritmo e coerenza?
Rileggendo e revisionando il romanzo più e più volte in fase di scrittura.
Il titolo strizza l’occhio a un celebre brano di Luciano Ligabue. Quanto conta, nella sua scrittura, il dialogo con l’immaginario musicale e popolare italiano?
Nel particolare, è stata proprio una canzone di Ligabue – artista che ho sempre apprezzato – ad ispirarmi questo romanzo. Stavo tornando a Roma da un viaggio e, sull’autoradio, hanno trasmesso “Piccola stella senza cielo”. Mentre l’ascoltavo, ha preso forma quella che è poi diventata la scena finale del libro e dalla quale sono in seguito partito per scrivere tutto il romanzo.
In generale, la musica, sia italiana, sia internazionale, conta fino ad un certo punto. Magari immagino questo o quel brano come “colonna sonora” di una scena, ma quando scrivo ho bisogno del silenzio assoluto.
Lei è stato definito in molti modi: “Richard Castle italiano”, “scrittore-gourmet”, “scrittore-dandy”, “raffinato esteta dannunziano”. Quale di queste etichette la diverte di più e quale sente più vicina?
Mi diverte di più una che non ha citato: “usa la testa solo per appoggiarci il cappello”. In ogni caso, non ho mai amato le etichette, di nessun genere, sia quelle negative che quelle positive, perché hanno la disdicevole caratteristica di essere limitanti. Di chiuderti in un recinto, che può essere anche d’oro zecchino, ma sempre recinto rimane.
La sua biografia è attraversata da incontri straordinari, da Fellini a Moravia, da Pasolini a Dacia Maraini, da Dalì a Oriana Fallaci. In che modo crescere in un ambiente così ricco di presenze artistiche ha influenzato il suo modo di osservare e raccontare il mondo?
Senz’altro ha contribuito ad aprirmi la mente, a conoscere ed apprezzare punti di vista diversi e ad imparare che tutte le opinioni sono preziose. Soprattutto quelle diverse dalla tua, perché ti permettono il confronto e la discussione. E, a volte – come mi disse molti anni fa Dario Fo – di spostare anche qualche punto e qualche virgola.
Prima ancora che romanziere, lei è stato cronista investigativo, critico di spettacolo, autore televisivo e teatrale. Quanto di queste esperienze entra nella costruzione dei personaggi e dei dialoghi?
Ovviamente tutte queste esperienze hanno contribuito sostanzialmente a costruirmi come scrittore e, di conseguenza, a costruire i miei libri.
Nel suo percorso c’è sempre stata una forte componente ironica, satirica e anticonformista. Che ruolo ha oggi l’ironia nella letteratura, soprattutto quando si raccontano temi sociali o generazionali?
In un’epoca abbastanza triste e seriosa, in cui non si può dire nulla che si rischia di offendere qualcuno, non so che ruolo possa avere ancora l’ironia. Da me scorre innata e mi è impossibile prescinderne sia nello scrivere che nell’osservare il mondo. E se offendo qualcuno, chissene!
Il suo stile personale, anche nell’abbigliamento, è diventato parte del personaggio pubblico: cappelli Panama, Fedora, tabarri, cache-col, eleganza classica e dettagli eccentrici. Quanto lo stile, per lei, è anche una forma di narrazione?
Lo stile è senz’altro una forma di narrazione. L’abito non farà il monaco ma, nella civiltà dell’immagine, è senz’altro da considerarsi un “biglietto da visita”. Un qualcosa che contribuisce, alla prima impressione, a farsi un’idea di chi si ha davanti. Feuerbach diceva che “l’uomo è ciò che mangia”, ma secondo me è anche ciò che indossa. Fermo restando che continuano ad esistere comunque le cosiddette “mentite spoglie”.
Con Le ragazze sono in giro, quale sguardo desidera consegnare ai lettori sull’adolescenza, sulla società e su quel confine sottile in cui la commedia può trasformarsi improvvisamente in dramma?
Il mio.
Grazie Niky e complimenti per la sua carruera artistica!
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