“Ogni nota è una storia” — Dieci domande a Domenico Carere, tra chitarra, visione e vita

Una chitarra, un sogno d’infanzia, e una vita spesa tra arte, didattica e crescita personale. Domenico Carere è molto più di un chitarrista classico: è un narratore per corde, un imprenditore culturale, un coach e un autore capace di trasformare ogni progetto in un viaggio interiore. Con alle spalle una carriera che unisce concerti internazionali, pubblicazioni, innovazione didattica e ricerca umana, Carere ha saputo costruire un percorso unico, dove tecnica, passione e visione si intrecciano con forza. In questa intervista, lo invitiamo a raccontare il cuore di un mestiere che è, prima di tutto, una vocazione.

a cura della redazione


Domenico, benvenuto su Che! Intervista. Partiamo dal principio: cosa ricordi di quel primo momento in cui, da bambino, hai deciso che volevi “vivere con la chitarra”?
Il mio incontro con la chitarra è stato un colpo di fulmine che ha cambiato per sempre il corso della mia vita. Non sono stato io a cercarla, ma è stata lei a cercare me… Frequentavo ancora le elementari quando il destino ha tessuto i suoi fili: nella mia scuola stavano organizzando dei corsi di chitarra (con la signora Lidia!), ed io, spinto da un’irresistibile attrazione che ancora oggi non riesco a spiegare razionalmente, supplicai i miei genitori di iscrivermi.
Ricordo con una nitidezza cristallina quei primi giorni in aula: le dita che tremavano mentre cercavano di plasmarsi sui primi accordi, la lotta quotidiana contro le corde che sembravano ribellarsi, producendo quei ronzii fastidiosi che mi facevano disperare. Eppure, anche in quella battaglia iniziale, sentivo che stava nascendo qualcosa di magico. Non era fatica, era pura estasi! A casa continuavo a essere un bambino normale – giocavo a calcio e a tennis, mi perdevo nei cartoni animati – ma nel momento in cui le mie mani si posavano su quella chitarra, il mondo intero svaniva. Si accendeva un fuoco dentro di me che bruciava di passione pura. Il mio cuore iniziava a pulsare all’unisono con le vibrazioni delle corde, come se avessimo trovato lo stesso ritmo vitale.
Non era solo musica: era un dialogo d’amore fatto di suoni che danzavano nell’aria, ma anche di quei profumi inebrianti che il legno della mia chitarra sprigionava e che respiravo come fossero elisir di vita. Ogni volta che la abbracciavo, sentivo che stavo abbracciando la mia anima gemella. Fu in uno di quei momenti di totale comunione che presi il mio diario e, con la mano che tremava per l’emozione, scrissi quelle parole che oggi risuonano come una profezia: “”Voglio vivere con la chitarra!””. Non sapevo ancora cosa significasse esattamente quella confessione bruciante, ma sapevo che era la verità più pura che avessi mai scritto. Era il grido del mio cuore che iniziava a trovare la sua voce.

Hai studiato con grandi maestri come Balestra, Ghiglia, D’Amario, Diaz. Qual è l’insegnamento più prezioso che ti hanno trasmesso e che oggi cerchi di restituire ai tuoi allievi?
I grandi maestri – Balestra, Ghiglia, D’Amario, Diaz – sono stati i fari luminosi che hanno illuminato il mio cammino artistico nei corsi di perfezionamento, quando già muovevo i primi passi come giovane insegnante e la mia carriera concertistica stava sbocciando. A loro devo tutto quello che sono oggi come artista: sono stati i “”migliori”” maestri nel senso più puro del termine, quelli che hanno plasmato la mia anima musicale con saggezza e dedizione infinita.
Ma se devo identificare l’insegnamento più prezioso che oggi riverso con fervore nei cuori dei miei allievi, devo fare un paradosso che la vita mi ha insegnato con durezza: questo tesoro lo devo ai “”cattivi”” maestri che ho incontrato nei miei primi anni di studio. Maestri inadeguati, mediocri sia sul piano umano che professionale, che hanno seminato nel mio percorso spine dove avrebbero dovuto piantare rose.
Oggi, per quanto possa sembrare un’assurdità del destino, è proprio a loro che devo il mio successo come forgiatore delle future generazioni di chitarristi. Ogni loro fallimento pedagogico è diventato la mia vittoria didattica. Il mio impegno brucia di una missione sacra: fare in modo che i miei allievi non debbano mai attraversare il deserto di difficoltà, delusioni e amarezze che io ho attraversato. Non voglio che conoscano il sapore amaro delle incertezze pedagogiche che ho dovuto ingoiare. Quelle prove di fuoco mi hanno temprato come l’acciaio nella fornace, mi hanno forgiato un’anima di guerriero che ha capito una verità fondamentale: dovevo rimboccarmi le maniche fin da giovanissimo e contare esclusivamente su me stesso, sulle mie capacità, sul mio talento, sulla mia passione divorante per conquistarmi un posto in questo mondo musicale spietato e competitivo. “Amo dire che sono diventato quello che sono, non grazie a quei maestri fallimentari, ma nonostante loro. La loro inadeguatezza è stata il combustibile della mia determinazione. Oggi osservo le nuove generazioni con una preoccupazione che mi attanaglia il cuore: non vedo più quella determinazione feroce, quella disciplina di ferro che mi hanno salvato. Alle prime difficoltà, rischio di vedere svanire un allievo come nebbia al sole. Per questo ogni giorno mi impegno con passione totale ad essere il migliore maestro che possano mai incontrare – da ogni punto di vista, senza eccezioni, senza compromessi. È il mio modo di restituire al mondo quello che ho ricevuto, trasformando le cicatrici in capolavori.

    La tua attività artistica si muove tra recital classici, jam session e sperimentazioni con l’ukulele. Come riesci a coniugare mondi musicali così diversi in un’unica visione artistica?
    Per me la musica è innanzitutto un dialogo intenso, viscerale, che nasce dalle profondità più intime del mio essere. È una conversazione appassionata che inizia sempre con quella parte segreta di me stesso, quel nucleo ardente dove risiedono le emozioni più pure, e poi si espande come onde concentriche verso l’esterno, abbracciando il mondo. Per questo non fa alcuna differenza se questo dialogo bruciante si manifesta durante un recital classico intimo, dove ogni nota viene scolpita nel silenzio sacro di una sala da concerto, o se esplode in una jam session improvvisata con l’ukulele insieme ai miei allievi, dove la spontaneità è fondamentale. L’essenza rimane immutata: è sempre lo stesso fuoco che arde, la stessa anima che si svela.
    Quando imbraccio la chitarra classica per interpretare Bach o quando accarezzo le corde dell’ukulele per suonare una melodia hawaiana, sto semplicemente scegliendo lingue diverse per esprimere la medesima verità.
    La musica, per me, non conosce confini né frontiere. Non esistono mondi vicini o distanti, non ci sono generi o stili che la possano imprigionare in gabbie concettuali. Questa frammentazione è un’invenzione della mente, una catalogazione artificiale che tradisce la natura universale dell’arte musicale. Per me la musica è bella o brutta… Non importa se nasce da un contrappunto di Bach o da quattro accordi strimpellati su un ukulele al tramonto in riva al mare. Se tocca l’anima, se fa vibrare quella corda invisibile che ci unisce all’infinito, allora è bella. Se non lo fa, allora è vuota, indipendentemente dalla sua complessità tecnica o dalla sua etichetta di genere.
    Per questo il mio percorso artistico non è una collezione di stili diversi, ma un unico fiume impetuoso che scorre attraverso territori diversi, mantenendo sempre la stessa purezza sorgiva.

    “Intense Life”, “La chitarra magica”, “Home”: i tuoi progetti sembrano unire musica e narrazione. Che ruolo ha il racconto nei tuoi concerti e nelle tue composizioni?
    Quando varco la soglia del palcoscenico, non salgo semplicemente per suonare: salgo per provare a tessere incantesimi, per creare mondi che esistono solo nell’istante magico dell’incontro tra la mia anima e quella del pubblico. Ogni mio concerto nasce dalla sete insaziabile di offrire un’esperienza che trascenda il semplice ascolto, un viaggio immersivo che penetri nel cuore e nella memoria di chi mi ascolta. E così la mia mente si accende come una fornace creativa: mi invento universi di emozioni, architetto racconti che pulsano di vita propria, costruisco ponti luminosi che collegano la nobile e antica storia della chitarra alle palpitazioni più intime dell’anima umana. Così prendono forma i miei concerti, come creature viventi che respirano di narrazione e musica fuse insieme. “”Intense Life”” è sbocciato come un concerto, ma la sua forza esplosiva lo ha trasformato in qualcosa di molto più grande: un progetto artistico multiforme, un brand che porto nel cuore con orgoglio. È diventato un marchio d’identità che racchiude la mia visione dell’arte e della vita come esperienza totale, travolgente.
    “La chitarra magica” rappresenta il mio tuffo nell’universo dell’infanzia, un progetto discografico e
    uno spettacolo che ho creato per i bambini, ma che conquista anche i cuori degli adulti. È una favola musicale che nasconde una morale profondissima, un tesoro di saggezza avvolto in melodie che danzano nell’immaginazione.
    “Home” è stato il recital che ho portato in scena lo scorso anno, nato da una riflessione bruciante attorno a una domanda che mi tormenta e mi illumina: “”Cos’è davvero la musica per me? La risposta mi è arrivata come una rivelazione: è un luogo dell’anima dove rifugiarmi per dare senso profondo alla mia esistenza, per ritrovare quella pace interiore che il mondo esterno spesso mi sottrae. È quel regno incantato dove regnano sovrane le emozioni pure e la bellezza assoluta, quel paradiso che non esiste nella realtà tangibile ma che, quando riesco a raggiungerlo attraverso le corde della mia chitarra, diventa la mia vera… casa. Ecco che “il racconto” non è un ornamento nei miei progetti: è il sangue che scorre nelle vene della mia arte. Ogni nota che suono porta con sé una storia, ogni accordo è una parola di un discorso più grande. Perché la musica senza narrazione è come un corpo senz’anima, mentre la musica che racconta è magia pura che trasforma l’effimero in eterno.

      Hai fondato e dirigi la “Scuola di chitarra” e “La Bottega della Musica”: quanto conta oggi creare spazi fisici e mentali in cui coltivare l’arte in modo autentico e profondo?
      Viviamo in un’epoca dove l’autenticità artistica rischia di essere divorata dalle fauci spietate del mercato, dove la purezza dell’espressione viene sacrificata sull’altare del profitto. Ma io ho scelto una strada diversa, controcorrente: se da un lato come artista non mi sono mai lasciato trascinare nel grande business dei concerti, preservando gelosamente la mia libertà creativa e la purezza della mia espressione, dall’altro ho trasformato il mio modo di fare business in un’opera d’arte. Di questo vado fierissimo, perché rappresenta la mia rivolta silenziosa contro la mercificazione dell’arte.
      La Bottega della Musica, che ho fondato nel 2004 insieme a mia moglie Eliana, è molto più di una semplice impresa: è un tempio dove la passione e la cultura si respirano come incenso sacro.
      Chiamarlo “negozio di strumenti musicali” è riduttivo quanto definire una cattedrale “un edificio di pietra”. È un universo parallelo dove abbiamo deliberatamente affiancato agli spazi espositivi commerciali tradizionali, ambienti dedicati alla performance e alla cultura, spazi fisici che ospitano format musicali originali dove l’anima può finalmente respirare.
      E in più, all’interno di tutto questo pulsa il cuore della mia Scuola di chitarra, una realtà didattica che rappresenta il frutto più maturo della mia passione divorante per l’insegnamento. Non è una scuola tradizionale: è un laboratorio dell’anima dove ho sviluppato moduli didattici innovativi e un approccio olistico alla didattica chitarristica che va ben oltre la semplice tecnica.
      Oggi più che mai è fondamentale creare questi spazi fisici e mentali dove l’arte può germogliare in modo autentico e profondo. Ai giorni nostri l’ambiente formativo può fare la differenza tra la fioritura di un talento e il suo inaridimento. In un mondo che corre sempre più veloce, dove tutto è superficiale e usa-e-getta, questi luoghi diventano oasi di resistenza culturale. La Bottega della Musica e la Scuola di chitarra sono i miei modi di restituire al mondo quella bellezza autentica che ho sempre cercato nella musica. Sono spazi dove il tempo rallenta, dove si può ancora coltivare quel dialogo intenso con se stessi che è l’essenza stessa dell’arte. Perché l’arte vera, quella che tocca l’anima, ha bisogno di tempo, silenzio e profondità – lussi che il mondo moderno sembra aver dimenticato, ma che io custodisco gelosamente in questi templi della creatività.

      Oltre alla musica, ti sei formato come coach e hai ideato un metodo che unisce crescita personale e pratica strumentale. Come nasce Guitar Workout e qual è la sua filosofia?
      La crescita personale è sempre stata la mia grande passione. Da questa passione nasce Guitar Workout – un programma rivoluzionario che non si limita a formare chitarristi, ma forgia l’uomo
      che vive in ogni musicista. Perché prima di essere chitarristi, siamo esseri umani pulsanti di sogni inarrestabili. Ogni persona che imbraccia una chitarra porta dentro di sé una fiamma inestinguibile – il desiderio bruciante di vivere una vita intensa, serena e traboccante di successi autentici. Scegliere la chitarra significa regalarsi un’esperienza di vita straordinaria, significa liberare quella unicità irripetibile che ti appartiene e far germogliare quel potenziale infinito che porti dentro fin dalla nascita. Ma la realtà è spietata: troppi musicisti di talento si arrendono alle paure, permettendo ai limiti mentali di soffocare i propri sogni più luminosi. Si auto-sabotano, si convincono di non essere abbastanza, costruiscono prigioni invisibili attorno alla loro creatività. È uno spreco intollerabile di genialità umana! Guitar Workout è il programma di allenamento che ti collega direttamente a chi puoi davvero diventare, trasformando ogni tua fragilità in una forza inarrestabile. Non è solo un metodo: è una rivoluzione interiore che esplode nel momento in cui decidi di smettere di accontentarti e di iniziare a pretendere il meglio da te stesso!
      Questo programma è nato, inizialmente, come esperienza di studio personale – ore e ore di ricerca appassionata per comprendere i meccanismi che bloccano o liberano il potenziale umano – poi si è evoluto in un libro ed, infine, in un live seminar che cambia letteralmente la vita di chi lo vive. La sua filosofia è disarmante nella sua potenza: aiutare ogni chitarrista a demolire una volta per tutte le barriere psicologiche che imprigionano mente e corpo, liberando finalmente quel sogno musicale puro che accarezzi fin da bambino.

        Il tuo romanzo “Intense Life – Il Concerto dell’anima” sembra racchiudere il senso di un’intera visione esistenziale. Quali sono le riflessioni che ti hanno spinto a scriverlo?
        Nell’agosto 2024 ho iniziato a scrivere quello che doveva essere un project work per il mio master in “Coaching umanistico e programmazione neuro-linguistica”. L’intenzione era di esplorare le connessioni tra la moderna disciplina della PNL, con il suo focus sulla mente, il linguaggio e il comportamento umano, e un’antica filosofia di vita orientata alla consapevolezza e all’idea che l’essere umano possieda una riserva infinita di potere, in armonia con il Tutto. Avevo studiato la programmazione neuro-linguistica circa vent’anni fa e oggi la considero efficace non tanto per la crescita personale, quanto per altri contesti come il marketing, le vendite, la persuasione. Nel frattempo, ho trovato nelle antiche filosofie una risorsa profonda, dove la semplicità e la pratica quotidiana possono offrire una crescita interiore più autentica.
        È così che è nata l’idea di creare due personaggi che potessero incarnare questo confronto: uno legato alla PNL e l’altro ispirato a una filosofia ancestrale, quella Huna. Mai avrei immagi nato di scrivere un romanzo di formazione come Intense Life – Il Concerto dell’anima: forse un nuovo disco o un nuovo metodo di coaching per musicisti, ma non un’opera narrativa. Eppure, mi sono trovato a seguire, con sorpresa, l’evoluzione dei personaggi, che quasi si facevano spazio da soli, rivelando ciascuno aspetti di me, della persona che sono stato, che sono oggi e che, probabilmente, sarò in futuro. Non aggiungo altro sulla trama del romanzo per lasciare al lettore il piacere della lettura…

        Hai collaborato con il brand Philippe Bosset per creare una linea di corde Signature. Che tipo di ricerca hai condotto per arrivare a un prodotto che porta il tuo nome?
        È accaduto tutto quasi per caso, durante un mio viaggio di lavoro in Germania. Ma a volte le cose più autentiche nascono proprio così, senza preavviso. Sono stati loro a propormi di dare vita a una linea di corde che portasse il mio nome, e io ho accettato con entusiasmo, ma anche con un profondo senso di responsabilità. La ricerca tecnica è stata tutta curata dal brand Philippe Bosset, un lavoro di altissima precisione e sensibilità artigianale. Io ho portato la mia visione e loro
        l’hanno tradotta in corde realizzate in nylon, titanio e carbonio, disponibili nelle tensioni medio e forte. Questa Signature Series non è solo un prodotto, è un ponte tra due mondi: la maestria francese e la musicalità italiana, l’artigianato e l’anima.

          Suoni strumenti pregiati, come la De Bonis del 1985 e la Turkowiak del 2019. Che relazione hai con questi strumenti e quanto contano nella tua espressione musicale?
          La mia relazione con questi strumenti è qualcosa che va ben oltre la musica. La Vincenzo De Bonis è “la bionda”, la Turkowiak è “la Regina”. Sono due presenze vive nella mia quotidianità, due anime diverse che convivono con la mia. Le custodisco in una stanza dove controllo temperatura e umidità come si fa con ciò che si ama davvero. Quando mi dedico a loro – al settaggio, alla pulizia, al cambio corde – è come se stessi facendo l’amore. È un rituale, un momento di intimità profonda. La De Bonis è una parte di me. È cresciuta con me, ha attraversato viaggi, concerti, fatiche e gioie. Oggi porta con sé qualche acciacco, ma ha una voce che tocca il cuore: delicata, profonda, ricca di storia. È l’essenza della grande liuteria italiana, e ogni volta che la suono sento un pezzo della mia anima vibrare con lei.
          La Turkowiak, invece, è uno strumento moderno, ambizioso, con un suono proiettato verso il futuro. Ha una potenza notevole, ma a volte è indomabile.
          E poi… sono ancora alla ricerca. Forse arriverà “la spagnola”, chissà. Una nuova compagna, una nuova chitarra con cui crescere. In fondo, come si dice? Il ciabattino va in giro con le scarpe rotte… Ma io continuo a cercare la chitarra, quella che saprà raccontare il prossimo capitolo della mia vita.

          Dopo una carriera così ricca, cosa ti emoziona ancora oggi quando sali sul palco o insegni a un nuovo allievo? E cosa sogni ancora di realizzare con la tua musica?
          Gli occhi che si illuminano… Quelli di mia moglie Eliana quando salgo sul palco, quelli di un mio allievo quanto impara qualcosa di nuovo.
          Sogno di continuare a ispirare, con il mio esempio quotidiano, soprattutto i miei figli. Vorrei che guardassero a me e vedessero un uomo che ha scelto la via del sacrificio, dell’onestà, della passione, del lavoro fatto con il cuore. Che capissero che la vera ricchezza è fare ciò che ami
          veramente e metterci l’anima, ogni giorno.

          Grazie Domenico e complimenti per il tuo lavoro e la tua carriera!

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