Paola Minussi: “Con e nella scrittura, ho trovato il mio posto nel mondo”

Paola Minussi è scrittrice, musicista e docente di chitarra classica alla Musikakademie di Basilea. Da sempre convinta che la scrittura possa essere un potente strumento di consapevolezza, trasformazione e impegno civile, intreccia nei suoi testi autobiografia, temi sociali e lo studio degli archetipi, che, nel tempo, continuano a raccontare chi siamo.
Accanto alla produzione letteraria, conduce laboratori di scrittura e narrazione di sé per adulti e ragazzi, dove le parole diventano occasione di cura, memoria e libertà. 
Nei suoi romanzi affronta questioni attuali e profonde, dando voce a chi spesso non ne ha: in L’ultimo segreto di Via Volpi (Bertoni Editore, 2025), un noir ambientato tra Lisbona e il lago di Como, si confronta con le ferite della giustizia negata e il desiderio di vendetta, attraverso una protagonista intensa e determinata, l’ispettrice Rosa Carvalho.

a cura di Francesca Ghezzani


Benvenuta su Che! Intervista, Paola, spazi dalla musica alla scrittura, fino all’impegno civile. Come convivono queste anime nella tua vita quotidiana?
Convivono come coinquiline diverse ma solidali: ogni tanto litigano per chi deve avere la priorità – la chitarrista che reclama ore di studio, la scrittrice che vuole tempo e silenzio, la cittadina che non riesce a stare zitta davanti a certe ingiustizie – ma poi, alla fine, trovano sempre un modo per farcela. Dalla musica ho tratto la sensibilità per i silenzi, per le pause e i crescendo narrativi: ogni scrittura ha un proprio ritmo, e frequentare le note mi ha aiutato a dosare e a ritmare meglio le vicende che racconto. Alla fine tutte e tre hanno in comune la stessa radice: cercare senso e bellezza, anche quando sembra impossibile.

Quanto la musica influenza il tuo modo di scrivere?
Moltissimo. Scrivere per me è come comporre: penso ai ritmi delle frasi, alle pause, ai crescendo emotivi. Ci sono parole che vibrano come note alte, e altre che sono bassi profondi che ti restano nello stomaco. La musica mi ha insegnato la disciplina dell’ascolto – degli altri e di me stessa – e questa è una scuola formidabile per chi scrive. Ma non solo: fin dall’età di sette anni (e come poteva essere altrimenti, con quel numero che ritorna sempre nella mia vita?) la pratica musicale mi ha insegnato costanza, pazienza e un’infinita tolleranza alla frustrazione, quella che nasce dalle ore e ore passate a ripetere lo stesso passaggio, a perfezionare in modo quasi maniacale quei virtuosismi che sullo strumento richiedono attenzione vigile e presenza assoluta. Soprattutto quando sei in scena.

Con L’archivista di Torrechiara quali temi avevi esplorato?
Non era il mio primo romanzo, ma è stato il primo in cui mi sono cimentata con un genere che mi appassiona: la distopia. Un futuro solo apparentemente lontano – il 2027 – e scenari che, purtroppo, stanno diventando sempre più reali. In quel libro ho esplorato la manipolazione della memoria, il rapporto tra la Storia e le storie individuali, la fragilità delle democrazie e la facilità con cui possono incrinarsi. Ho raccontato di come siamo vittime della propaganda e di come sia facile scivolare nella barbarie e nella sopraffazione più feroce. E purtroppo gli avvenimenti della cronaca attuale non mi danno torto.

Dal romanzo è nato anche il monologo teatrale Risveglio a Torrechiara. Che sensazioni hai provato nel vedere le tue parole prendere vita sul palco?
Un’emozione grandissima, e al tempo stesso un ponte artistico felice e azzeccato. Claudia Fontana, attrice e regista ispirata, ha reso il romanzo un monologo di teatro di narrazione potente e di grande impatto, sottolineando la valenza umana e politica della vicenda. Vedere le mie parole trasformarsi in respiro, gesto, voce viva è stato uno dei momenti più intensi del mio percorso creativo.
Aggiungo un dettaglio curioso: la mia collaborazione con Claudia Fontana prosegue anche in questo nuovo romanzo: è proprio lei la donna fotografata in copertina. Truccata e vestita come una signorina anni ‘50, per l’obiettivo di Matteo Malavasi, autore anche dell’immagine di copertina del precedente libro.

Veniamo a L’ultimo segreto di Via Volpi: hai raccontato che l’idea della storia ti accompagna da tempo. Qual è stata la scintilla che ti ha convinta che fosse il momento giusto per scriverla?
Sai quelle storie che bussano alla porta della mente e tu continui a dire: “Non adesso, ho da fare”? Ecco, Via Volpi ha bussato per anni, finché non ha buttato giù la porta. La scintilla è stata un intreccio di coincidenze: un viaggio a Lisbona, il ricordo di certi luoghi di Como, e soprattutto la necessità di dare voce a temi che non potevo più tenere in silenzio, come la violenza di genere e le ferite lasciate dal narcisismo patologico che caratteristica alcuni uomini. È notizia di questi giorni l’esistenza del gruppo Facebook “Mia Moglie”, scenario di un intrattenimento perverso tra insospettabili.  Ecco il mio romanzo parla esattamente di questo.

Il libro esplora il confine sottile tra giustizia e vendetta. Tu, personalmente, come ti poni di fronte a questo confine?
Con inquietudine. Non so dare una risposta netta. So che la giustizia è fondamentale, ma so anche che chi ha subito violenza o ingiustizia sente spesso bruciare dentro una sete di vendetta. Il romanzo nasce proprio da questa ambiguità: mostrarla, senza pretendere di risolverla. Nel tempo che stiamo vivendo, la linea sottile tra giustizia e vendetta sta diventando sempre più evanescente.

C’è un passaggio o una scena del romanzo che senti particolarmente vicina o che ti ha emozionata di più scrivere?
Una scena che sento particolarmente vicina è quando Rosa si reca nel parco pubblico di Campo de Ourique, a Lisbona, e si ferma a osservare le tartarughe che vivono nello stagno che si trova nel centro del giardino. È un gesto che compio anch’io ogni volta che torno in quella città: mi siedo su una panchina, mi guardo attorno e mi perdo nelle piccole scene di vita comune. I bambini che giocano, i ragazzi e le ragazze che passeggiano mano nella mano, gli anziani che si sfidano a carte o a scacchi sui tavolini di metallo. Momenti quotidiani che trovo insieme poetici e commoventi, capaci di raccontare una città meglio di qualunque guida.
In quel parco Rosa riflette sul proprio motto – “Senza fretta, ma senza tregua”. È una frase che mi accompagna da anni e che racchiude un po’ anche il mio modo di stare al mondo: andare avanti, sempre, senza fermarsi, ma senza lasciarsi consumare dalla fretta cieca.

Un’ultima curiosità… Nel saggio Rituali Armonizzanti con gli Arcani, scritto con Valentina Geissler, hai affrontato il tema degli archetipi femminili. Lo ritroviamo anche in questo nuovo libro?
Sì, ma non solo. In Via Volpi ritroviamo alcuni archetipi femminili, ma c’è anche una carta che appartiene – almeno apparentemente – al mondo maschile: L’Imperatore. Dico “apparentemente” perché la linea tra maschile e femminile è, in realtà, molto evanescente. Alcuni personaggi della vicenda incarnano proprio questa figura, ma non voglio svelare troppo: preferisco che sia il lettore a scoprire in chi e come si nasconde questo archetipo.
E poi, sì, ci sono due archetipi che regnano sull’intera vicenda: La Giustizia, con la sua peculiare astuzia divina, quella sorta di giustizia interiore che va oltre ogni regola terrena e umana; e, naturalmente, il numero 7 – numero magico che attraversa tutta la trama – e che rimanda alla carta de Il Carro, simbolo di conquista e progresso, del trovare finalmente il proprio posto nel mondo. Per quanto mi riguarda, con e nella scrittura, ho trovato il mio posto nel mondo.

Grazie Paola e complimenti per tutto!

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