Filosofo, saggista e docente, Paolo Ercolani (Roma, 1972) è una delle voci più autorevoli del panorama filosofico contemporaneo italiano e internazionale. Studioso delle evoluzioni della società liberale, docente presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e autore di numerosi saggi di respiro globale, Ercolani unisce analisi storica, etica e politica a una profonda riflessione sulle trasformazioni tecnologiche e culturali. Il suo ultimo libro, Nietzsche l’iperboreo, indaga la condizione umana nell’era dell’intelligenza artificiale, suscitando un dibattito acceso in Italia e all’estero.
a cura della redazione
Professore Ercolani, benvenuto su Che! Intervista. Come si sente nel vedere le sue riflessioni filosofiche affrontare temi così attuali e dibattuti nel panorama culturale contemporaneo?
Grazie, mi piace mo0lto essere intervistato perché questa modalità mi permette di diffondere i miei studi e riflessioni in maniera più chiara e, spero, utile anche per un pubblico di non specialisti della filosofia. Filosofia che, come sosteneva il grande Hegel, è il proprio tempo appreso col pensiero, quindi mi sento di stare svolgendo la mia funzione di filosofo quando affronto tematiche contemporanee. L’alternativa è chiudersi nella torre eburnea dell’Accademia, il luogo dove la filosofia sta morendo, non solo per una questione di numeri di iscritti.
Nei suoi lavori analizza la società liberale e le sue evoluzioni. Quali ritiene siano oggi le sfide principali poste dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale alla libertà individuale e collettiva?
La sfida più importante è quella di restare umani. Se definiamo l’umano con i termini logos (pensiero), pathos (sentimento), demos (ragione politica) e cronos (l’esistenza limitata), allora dobbiamo prendere atto dei tanti studi che documentano come le nuove tecnologie stanno stravolgendo queste dimensioni peculiari dell’umanità. Pensiamo sempre meno e male (cioè in maniera non autonoma ma eterodiretta), siamo più ansiosi, soli e narcisisti nella vetrina plastificata e costante della Rete, disinteressati alla politica (che ormai è regno del potere finanziario) ed entusiasti all’idea di una falsa immortalità promessa dai transumanisti (i filosofi entusiasti della nuova galassia digitale). Dobbiamo lasciarci alle spalle il vecchio mito di un’IA in grado di eguagliare la ragione umana e prendere atto del problema vero: quanto l’IA sta crescendo a spese dell’intelligenza umana in tutte le sue connotazioni. Non ha neppure senso parlare di libertà individuale e collettiva se lasciamo che l’umano evapori trasformandoci tutti in docili robot.
In Nietzsche l’iperboreo esplora la “morte dell’uomo” nell’era digitale. Quanto crede che la filosofia possa contribuire a orientare il dibattito pubblico su temi così complessi e radicali?
L’essenza dell’era digitale consiste nell’affermarsi di una logica meramente quantitativa, numerica, calcolante. Praticamente siamo in balia di un numero impressionante di dati gestiti dagli algoritmi, con i quali si pretende di ridefinire una nuova struttura cognitiva e sociale. Ma se non sappiamo discernere fra quella mole impressionante di dati, se non sappiamo mantenere acceso il nostro pensiero critico e autonomo, lasceremo che siano sempre di più gli algoritmi (e chi li programma!) a governare porzioni sempre più rilevanti delle nostre esistenze. Ecco perché mai come oggi la filosofia è non solo utile, ma necessaria. Possiamo definirlo come l’ultimo baluardo a difesa di persone che vogliano e sappiano mantenersi autonome, pensanti, umane.
La sua formazione accademica e il rapporto con Domenico Losurdo hanno segnato il suo percorso. In che modo l’eredità dei maestri influenza il suo pensiero critico sulle questioni contemporanee?
Un maestro come Mimmo (Losurdo, appunto), con cui ho avuto il privilegio di lavorare per quasi trent’anni, ti dà il metodo, le basi e infine la fiducia per spiccare il volo. Dopodiché, come scrisse Nietzsche, fa un torto al proprio maestro chi non lo supera, chi no va oltre facendo entrare in gioco le proprie idee e capacità specifiche. Mimmo mi ha dato tanto per essere altro da lui, mentre altri miei maestri «minori» (nel senso che li ho frequentati molto meno, personalmente, avendo appreso più dai loro libri – come Galimberti e Canfora – mi hanno permesso di integrare gli arnesi di cui mi ha fornito il mio maestro con dei materiali su cui far lavorare quegli stessi arnesi. La nostra epoca attuale è molto sciagurata anche perché non abbiamo più maestri in troppi ambiti: o meglio, in mezzo al minestrone di narcisismo egoriferito prodotto dal sistema mediatico, ogni individuo lavora soltanto per la propria immagine e il proprio tornaconto. In ambito culturale ciò si traduce nel non avere studiosi che sappiano essere anche maestri e nel non avere studenti con l’umiltà di costruire il proprio edificio personale partendo dalle fondamenta di qualcun altro che ne sa di più perché lo precede in quel gioco temporale che è la vita.
Ha scritto anche saggi sul pregiudizio di genere e sulla condizione femminile, come Contro le donne. Come si concilia l’indagine storica con l’analisi critica della società attuale?
È stato proprio il mio maestro – che a sua volta faceva propria una grand elezione hegeliana – ad insegnarmi che la storia senza la filosofia è un sapere cieco e sterile, ma la filosofia senza la storia rischia di essere puro capriccio, elucubrazione individuale che non si appoggia su fondamenti solidi e concreti. La storia è il vero tribunale del mondo, rispetto alla quale noi possiamo cercare di essere soltanto dei bravi avvocati che forniscono il proprio contributo attraverso arringhe serie, documentate e fondate su argomenti materiali. Pensando alla questione femminile, mi viene in mente il fatto del tanto parlare che oggi si fa di un’entità inesistente come il fantomatico «patriarcato». In Occidente non esiste più da molto tempo – almeno da quando sono state abolite le leggi che discriminavano le donne – mentre è vero che esiste una cultura secolare impregnata di misoginia e maschilismo. Il fantomatico patriarcato ci si illude di combatterlo con ideologia a buon mercato e dichiarazioni sui media, mentre un pregiudizio secolare e radicato lo si combatte con una grande e faticosa operazione culturale e pedagogica. Vuole mettere quanto è più difficile questa seconda operazione! Ecco perché si pensa di cavarsela e si preferisce ricorrere a slogan insensati.
La sua attività spazia dalla scrittura accademica alla divulgazione televisiva e a festival culturali. Come cambia il modo di comunicare la filosofia quando ci si rivolge a un pubblico più ampio?
Il filosofo della scienza Karl Popper sosteneva che l’intelligenza consiste nello spiegare concetti complessi con parole semplici, non utilizzare parole complesse per nascondere ovvietà. Ecco, quando si rivolge a un pubblico di non specialisti, il filosofo deve cercare di essere intelligente nel senso affermato dal pensatore austriaco. Alcuni accademici pensano che parlare in maniera più semplice per rivolgersi a un pubblico di non specialisti sia in contraddizione con una seria attività di studio. Così facendo, oltre a sbagliarsi, pongono le basi per la morte delle materie umanistiche nelle rispettive accademie. Ma soprattutto, creano una distanza siderale fra pochi studiosi che si chiudono nella propria specializzazione, a quel punto sterile, e una larga fetta di popolazione che non può attingere nulla dagli stessi studiosi per orientare la propria esistenza. Come un meccanico che non volesse riparare automobili utilitarie, un medico che non volesse curare persone comuni, si condannano a un ruolo di irrilevanza e fallimento.
Il suo ultimo libro sta per uscire in un’edizione ampliata e aggiornata. Quali nuovi temi o approfondimenti ha deciso di includere in questa nuova versione?
Ho cercato di approfondire e descrivere in maniera più dettagliata e puntuale lo scenario tecnologico e antiumanistico in cui siamo piombati oggi, a partire dalle riflessioni di autori e dalle opere di scienziati che lavorano per un mondo postumano a partire dal pensiero del grande Nietzsche. Un grande della storia, appunto, ma con intuizioni tanto suggestive quanto inquietanti. E pericolose, per chi decidesse di provare ad applicarle e promuoverle nella realtà.
Crede che l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione possano davvero modificare la natura dell’essere umano, come suggerisce il titolo del suo libro, o si tratta piuttosto di un cambio di prospettiva culturale?
Voglio essere chiaro: si tratta di invenzioni straordinarie del genio umano, portatrici di potenzialità grandiose e imprevedibili. Il guaio è che oggi sono nelle mani di poche multinazionali del digitale la cui ricchezza è tale da permettergli di dominare sulla politica e manipolare menti e corpi di centinaia di milioni di persone. Da qui il pericolo di una mutazione antropologica che sembra orientata a conferire valore alle persone solo nella misura in cui queste contribuiscono a generare profitto o progresso. Siamo di fronte a un pericoloso capovolgimento mezzi-fini: l’umano è sempre più trasformato in strumento in vista di scopi che di umano hanno ben poco. La modificazione della natura umana è sotto gli occhi di tutti – essendo stati ridotti a individui narcisisti che postano foto ritoccate di se stessi sui social – mentre la prospettiva culturale risulta non pervenuta.
La sua esperienza come direttore scientifico del Festival Internazionale di Filosofia le ha permesso di osservare il dibattito filosofico a livello globale. Quali tendenze emergenti della filosofia contemporanea trova più interessanti o significative?
Di interessanti ce n’è più di una, e al di là di questo lo sono tutte se supportate da uno studio serio e approfondito. Ma a fronte di tutto quello che abbiamo detto, ne vedo emergere una come necessaria: l’etica dell’Intelligenza artificiale. Che poi, altro non è che lo sforzo della ragione umana di orientare e guidare una straordinaria invenzione affinché sia produttiva e non distruttiva per l’umano stesso.
Infine, guardando al futuro della sua ricerca, quali tematiche filosofiche ritiene centrali per i prossimi anni, in un mondo sempre più interconnesso e tecnologicamente avanzato?
Oltre alla suddetta etica dell’Intelligenza artificiale, ritengo indispensabile concentrarsi su una ridefinizione del concetto di umano – affinché lo stesso possa dialogare con la società ipertecnologizzata su un piano paritetico – e anche sull’elaborazione di una filosofia politica rinnovata, in grado di ridisegnare delle democrazie in cui il popolo e i suoi rappresentanti tornino ad essere decisivi nella formulazione di ideali e prassi che abbiano lo sviluppo delle persone come obiettivo centrale. Se non si riuscirà a operare bene in questo settore basilare, sarà difficile occuparsi di questioni urgenti come l’emergenza climatica, la riduzione dei conflitti bellici e la ricostruzione di uno stato sociale che contrasti le disuguaglianze economiche e i privilegi tornati dilaganti. Soltanto un’umanità ottusa può pensare che in un’epoca così decisiva e pericolosa sia necessario armarsi di bombe invece che di grandi idee e buona volontà.
Grazie Paolo e complimenti per la tua carriera!
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