Ivan Zazzaroni sceglie di partire da una ferita ancora aperta — la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali per la terza volta consecutiva — non per aggiungere l’ennesimo commento amaro al grande archivio delle recriminazioni nazionali, ma per trasformare il fallimento in materia d’indagine civile.
a cura della redazione
Il libro non cerca alibi. Non si rifugia nel dettaglio consolatorio del rigore sbagliato, dell’arbitraggio avverso, della serata storta. Zazzaroni guarda altrove, più in basso e più in profondità: non alla Nazionale come colpevole, ma alla Nazionale come sintomo. Il punto d’arrivo di una filiera malata, che per anni ha lucidato le vetrine ignorando le fondamenta, curando l’immagine del calcio professionistico mentre la base si svuotava, si impoveriva, si chiudeva.
La tesi più forte del volume è anche la più dolorosa: il calcio, un tempo linguaggio popolare e strumento di mobilità sociale, è diventato progressivamente un servizio a pagamento. Non più il campo aperto dell’oratorio, della strada, della periferia, ma un sistema regolato da quote, iscrizioni, costi crescenti e selezioni indirette. «Giocano solo i ricchi» non suona allora come una provocazione giornalistica, ma come una constatazione amara: il talento, in Italia, rischia di non essere più cercato dove nasce, ma solo dove può permettersi di pagare per essere visto.
Zazzaroni scrive con il passo di chi conosce il calcio da dentro, ma anche con la lucidità di chi rifiuta la nostalgia sterile. Il suo non è un rimpianto romantico del pallone di una volta, bensì un atto d’accusa contro un sistema che ha trasformato i bambini in clienti, le scuole calcio in piccole aziende, i vivai in strumenti contabili e i giovani in promesse da monetizzare prima ancora che da educare. In questo paesaggio, il talento non viene accompagnato: viene accelerato, consumato, spesso bruciato.
Particolarmente efficace è il confronto con altri modelli europei. La Spagna, con la sua cultura tecnica coerente e radicata; la Germania, con la programmazione metodica e la capacità di riformarsi dopo il fallimento; altri Paesi che hanno saputo leggere la crisi come occasione di ricostruzione. L’Italia, invece, sembra restare prigioniera di una contraddizione: parla di giovani, ma non dà loro tempo; invoca il merito, ma permette al denaro di filtrare l’accesso; celebra il talento, ma spesso dimentica che il talento ha bisogno di errore, gioco libero, protezione e fiducia.
Il merito di Per vincere domani è proprio questo: spostare il discorso dal campo alla società. Perché il calcio, quando è davvero popolare, non è soltanto sport. È educazione sentimentale, palestra di comunità, linguaggio comune, promessa di riscatto. Quando perde questa dimensione, perde anche se stesso. E una Nazionale che non riesce più a qualificarsi non è soltanto una squadra che fallisce: è il riflesso di un Paese che ha smesso di investire nelle proprie radici.
Zazzaroni firma dunque un libro urgente, diretto, necessario. Non un semplice pamphlet sportivo, ma una riflessione sul futuro di un patrimonio collettivo. La sua scrittura alterna denuncia e analisi, amarezza e proposta, senza cedere alla tentazione del disfattismo. Perché il titolo contiene già una possibilità: Per vincere domani significa che una via esiste, ma passa da scelte coraggiose e immediate.
Restituire il calcio ai bambini. Abbattere le barriere economiche. Ridare valore agli allenatori di base. Proteggere il tempo della crescita. Ricostruire campi, spazi, comunità. Tornare a considerare il pallone non come privilegio, ma come bene pubblico.
Solo così la vittoria potrà smettere di essere un ricordo e tornare a essere un progetto.
Per saperne di più visita: mondadori.it
Ogni storia merita spazio. Raccontaci la tua
Contattaci adessoSe apprezzi il nostro lavoro, il tuo contributo è importante.

