“Piramide” non è un disco di recupero né un esercizio nostalgico, ma un atto di responsabilità. Sei brani scritti tra il 2004 e il 2017 che oggi trovano forma come dichiarazione morale, rifiuto della retorica e presa di posizione netta contro ogni spettacolarizzazione del dolore. Andrea Gioè attraversa memoria, identità, migrazione, famiglia e criminalità organizzata con una scrittura diretta, plurilingue e senza indulgenze, riportando la Sicilia e il rock alla loro gravità originaria: stare dalla parte di chi non abbassa lo sguardo. Un lavoro che misura la dignità nella capacità di restare in piedi, qualunque sia il prezzo.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Andrea, partirei da “Piramide”: cosa significa per te pubblicare oggi questi brani scritti in un arco di tempo così ampio e tenerli finalmente insieme in un unico lavoro?
Rappresenta la chiusura di un capitolo di vita con maturità, serenità con la consapevole felicità di aver finalmente portato alla luce con un degno arrangiamento sei dei miei figli in musica che in un modo o l’altro tra il 2004 e 2017 han segnato il mio cammino.
Hai definito queste canzoni come documenti di un tempo irrisolto: cosa è cambiato oggi, personalmente e artisticamente, che ti ha permesso di consegnarle alla luce?
Avevo da tempo il desiderio di regalargli una forma definitiva.
Ad eccezione di “Piramide” ed “Io, noi due … mai più” che sono rimaste in silenzio fino alla candidatura per Sanremo Big 2026, le altre quattro sono nate grazie a delle jam session con la mia band francese Les Branlagats tra il 2015 e 2017 ed han avuto una bella gavetta durante i nostri concerti di quel periodo affinandosi di giorno in giorno fino a divenirne le versioni ufficiali che adesso sono state pubblicate.
In “Mafia”rifiuti ogni forma di mitizzazione o folklore: quanto è stato importante per te togliere qualsiasi filtro narrativo e restare nei fatti, nelle ferite, nella realtà quotidiana?
“Mafia” è nata dall’esigenza di far capire ai francesi che han condiviso il mio percorso artistico nel 2017 la gravità di questa parola e la sofferenza di un siciliano come me nel doversi ripetutamente imbattere in battute del cazzo come “Ma voi siciliani siete tutti mafiosi….”. Personalmente, io la Mafia l’ho sempre combattuta a modo mio e con orgoglio nel 2018 sono stato speaker di Radio 100 Passi grazie al caro Danilo Sulis che insieme al compianto Peppino Impastato sono stati il simbolo di questa radio. Ho voluto scriverla in francese ad eccezione di voluti accenti in siciliano proprio per rimarcare e far capire la potente gravità di questa parola.
La scelta di usare più lingue — italiano, francese, inglese e siciliano — racconta un’esistenza vissuta fuori senza smettere di appartenere: che ruolo ha la lingua nel tuo modo di stare nel mondo e nella musica?
Principalmente, sin dal 1994, ho sempre scritto in italiano e palermitano. Nel tempo ho aperto i miei orizzonti allo spagnolo, inglese, francese e hawaiiano. Alcune canzoni, come “Un sicilien” o “Mafia”, suonano bene perché ci sta quella scrittura in francese. In italiano non avrebbero avuto la stessa musicalità e potenza artistica. Tutto l’opposto è invece “Never betray me (…Merry Christmas)” a cui ho lasciato le parti in inglese e italiano eliminandone quelle in francese perché suonavano male con l’intenzione della canzone. Insomma per me ad ogni canzone va la sua lingua d’adozione. Poi, nel tempo, mi son sorpreso con delle traduzioni funzionali che sono piaciute di più delle originali come “La realtà” (pubblicata nel 2013) che in italiano risultava bella ma pesante rispetto a “La realidad” (pubblicata nel 2025). Oppure “La mia unica follia (2011), brano che mi ha regalato comunque un bellissimo terzo posto in classifica su Mondadori Shop” rispetto a “Eres mi ùnica locura (2021)” che dal vivo è stata apprezzata di più.
Il disco attraversa temi civili forti senza mai diventare manifesto politico: dove finisce, per te, la denuncia e dove inizia la responsabilità individuale dell’artista?
Premesso che a me della politica non me n’è mai fregato nulla. Quello che scrivo e canto nasce in primis da una mia esigenza di voler comunicare al mondo i miei pensieri. Che poi il mondo li voglia rigirare per personali scopi politici e non … non me ne curo più di tanto. La mia responsabilità sta nell’essere credibile in quello che canto, se una canzone la devo cantare tanto per… preferisco anche farne a meno, come già successo svariate volte, specialmente quando mi chiedono durante degli eventi di cantare anche cover. “Io, noi due … mai più” è citata tra le vicende chiave del mio libro “Il mio eclettico primo tempo” (disponibile su Amazon). Li mi prendo la piena responsabilità di cantarvi un momento delicato della mia vita tra il 2003 e 2004 e lo faccio con genuina veridicità.
La title-track “Piramide”è un dialogo intimo con tuo padre: quanto è stato difficile trasformare un legame così personale in una canzone senza cadere nel sentimentalismo?
“Piramide” è stata tra tutte la liberazione più grande in quanto ho avuto la gioia di sfatare con mio padre quel momento duro del 1999 in cui lui perse il lavoro a causa di un incendio nel negozio di giocattoli in cui ha lavorato per vent’anni. Non ho mai avuto paura di mettere a nudo e crudo i miei sentimenti attraverso le mie canzoni anzi per me spesso e volentieri ne diventa gioia e liberazione. La consapevolezza di riuscire ad aver trovato il coraggio dopo 21 anni di portare alla luce e in musica un pezzo così delicatamente forte è stato qualcosa di toccante sia per me, mio padre e mio fratello Mirko. Per una volta ho avuto l’emozione collettiva di famiglia di aver sì pianto per quel momento brutto ma anche sorriso su perché per fortuna nel bene e nel male in un modo o l’altro “è passato”.
In “Un Sicilien”racconti l’identità di chi parte ma non si autoesotizza: cosa significa oggi essere siciliano senza farne né un mito né un alibi?
Chi vive all’estero come è successo a me in Francia tra il 2013 e 2017 in qualche modo diviene un simbolo nostalgico delle proprie radici, è inevitabile. C’è chi non lo fa notare ma dentro arde di nostalgia e c’è chi come me sottolinea al mondo le proprie radici con orgoglio e vergogna senza maschere né mezze misure.
“Never betray me (… Merry Christmas)”mette al centro la musica come unico spazio che non tradisce: che rapporto hai oggi con il tuo strumento e con l’idea di fedeltà artistica?
La mia fedeltà artistica sta nel proteggere e salvaguardare sempre le mie canzoni al di sopra di ogni cosa. Da quando pubblicai nel 2009 il mio primo album “A testa alta” decisi di difendere ancor più che mai i miei inediti, pagandone a volte il prezzo amaro dell’ignorante indifferenza dell’ascoltatore medio che va alle serate musicali non per istruirsi come me di nuova musica ma perché deve per forza “cantare” e a modo suo esserne il protagonista come tante persone che vanno al karaoke. La musica, quella vera che mi fa stare bene non mi tradirà mai. Quando suono uno dei miei tanti strumenti musicali (ultimo il mio regalo di Natale anticipato fatto da mia moglie Miriam, una bella chitarra da viaggio che inaugurerò a fine gennaio per Hego Tv) mi sento al sicuro, mi sento felice ed a mio agio. La musica è una delle poche cose al mondo che spesso tende a salvarci. Per me è una salvezza quotidiana che non mi tradirà mai.
Nei brani d’amore e di perdita emerge spesso una frattura identitaria più che sentimentale: quanto la scrittura ti serve per ridefinire i confini di te stesso?
La mia scrittura, le mie canzoni sono l’unguento per la mia anima. Aver messo in musica brani struggenti come “Io, noi due … mai più”, “Piramide”, “Lo so”, “Bimbi senza eroi”, “Cancellarti dalla mente” eccetera è stata uccisione primordiale dell’io e lenitiva salvezza di quell’Andrea del domani. Contestualmente, la ridefinizione dei miei confini avviene anche con canzoni d’amore sentimentali come “Intuarsi” o come “Branlagats blues in Sib” che è tra le canzoni d’amore più fighe e controcorrente che ho composto (canzone che chiude tra l’altro il nuovo ep), perché si può parlare d’amore ma facendoti saltare dalla sedia al ritmo di blues. Non a caso mi hanno definito negli anni e mi sono auto confermato un “Eclettico.”
Guardando a “Piramide”nel suo insieme, pensi che questo lavoro chiuda un ciclo o apra una nuova fase del tuo percorso, umano e musicale?
“Piramide” chiude il capitolo artistico targato “Ardente sogno (2025)”, e spiana le vele verso una nuova rotta di Gioè. Quale sarà la mia futura meta ancora non lo so, di certo la mia amata “Musica blu” ne farà da capitano e timone per attraversare quella marea di idee, incertezze, enigmi e probabili sorprese che il domani chiamato 2026 mi riserverà.
Un abbraccio a tutti i lettori di Cheintervista da Andrea Gioè, cantautore palermitano. Sempre a testa alta & on the rock!
Grazie Andrea e complimenti per tutto!
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