Con Prima di Morire, Marco Simoncelli firma uno dei lavori più intensi e controcorrente del panorama musicale italiano recente. Armonicista raffinato, cantante e autore dalla voce riconoscibile, Simoncelli sceglie l’italiano per un disco fortemente cantautorale, attraversato da jazz, soul, reggae e gospel, ma soprattutto da testi lucidi, ironici e profondamente critici. Un album che non cerca consenso facile, ma dialogo, riflessione e presa di coscienza. Lo abbiamo incontrato per parlare di questo nuovo capitolo artistico, tra musica, pensiero e urgenza espressiva.
a cura della redazione
Benvenuto Marco, “Prima di Morire” è un titolo forte, quasi definitivo: quando hai capito che questo disco doveva chiamarsi così e che cosa rappresenta per te questa espressione?
L’espressione “Prima di Morire” nasce da una chiacchiera da bar con amici musicisti, con cui ci scambiavamo considerazioni circa il mio ‘eclettismo’ musicale, manifestatosi, diciamo, variopinto durante tutta la mia carriera … non per niente il mio album del 2008 si intitola “Tuttology”. Quindi a questi amici l’avevo sparata grossa…. “prima di morire voglio fare un disco di cantautorato in italiano”. Questa buttata mi è rimasta in testa fino a quando, finalmente, si è presentata l’occasione di manifestarla. In effetti con il mio titolo il desiderio è quello di stuzzicare le coscienze dei miei ascoltatori… prima di morire, di inaridirci dentro, prima che la nostra anima spiri ancor prima che il corpo, diamoci una svegliata! Insomma questa frase mi sembra essere l’imperativo giusto al momento giusto.
Questo album segna una svolta: è il tuo primo lavoro interamente in italiano e molto cantautorale. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta proprio ora del tuo percorso?
Era tempo che mi frullava in testa l’idea ma non sapevo come e quando… non sono uno di quegli artisti a contratto con una major che devono per forza “vomitare fuori inutili rutt”’ (cit. Morgan) a scadenza periodica; pertanto, aspettavo il momento giusto che la pancia mi dicesse di scrivere. Molto bene, è arrivato quel momento, un bel momento di sconforto, di crisi, causata da una persona alla quale a questo punto ho deciso addirittura di dedicare l’album. Questo individuo mi che mi ha messo talmente in discussione da spingermi a sfogarmi scrivendo tutto, di getto, in una settimana…. et voilà.
Nei nove brani emergono dissenso, critica sociale e rifiuto delle narrazioni standardizzate. Quanto senti oggi il bisogno, come artista, di “prendere posizione”?
Lo sento più che mai, come persona prima che come ‘artista’, dovremmo sentirlo tutti. C’è talmente nonsenso nel quotidiano e nella narrazione del quotidiano filtrato attraverso uno schermo che anche la parola ‘distopico’ ha perso di significato. A mio parere stiamo andando tutti a 300 all’ora contro un muro, se esiste ancora uno spazio di frenata è di 50 metri scarsi. Non sono certo che tirare il freno ci salverà ma possiamo almeno provarci…
L’apertura con Il Circo sembra un vero manifesto programmatico: che immagine volevi offrire all’ascoltatore entrando subito così nel cuore del disco?
Volevo mettere l’ascoltatore di fronte al pericolo e, senza tanti giri di parole, dirgli che il pericolo è lui stesso. Ci rendiamo conto oppure no che lo scroll compulsivo è una forma di schiavitù senza bisogno di schiavisti?
Brani come Carolina, Pollo al BBQ o Natale Triste affrontano temi durissimi – anoressia, suicidio, critica politica – usando però linguaggi musicali anche groovy o ironici. Come lavori sull’equilibrio tra forma musicale e contenuto emotivo?
Accidenti, qui mi fate più profondo di quel che sono! Semplicemente non lavoro sull’equilibrio tra forma musicale e contenuto emotivo, ho solo la fortuna di avere dalla mia parte due caratteristiche: l’ironia e l’autoironia. Ritengo che la vita degli uomini sia caratterizzata anche e soprattutto da sentimenti negativi e che siamo circondati anche e soprattutto da manifestazioni delle debolezze umane di cui si può benissimo parlare senza tabù; aggiungiamo che scrivere di amore, sole, cuore mi fa schifo… e da qui Carolina, Pollo al BBQ e Natale Triste….
In Il Cantautore Lucio rendi omaggio a Lucio Dalla e a Toots Thielemans: che ruolo hanno avuto questi riferimenti nella tua formazione e in questo album in particolare?
Riguardo alla mia formazione Toots e Lucio l’hanno fatta da padrone, non ho dati statistici alla mano ma sono certo che staccano di parecchie lunghezze, per quantità, tutti gli altri miei ascolti di una vita. Riguardo all’album invece, soprattutto riguardo a Lucio esistono alcune coincidenze che danno tutto un senso alla questione, due su tutte: 1) la foto di copertina è di Renzo Chiesa, ovvero lo stesso fotografo dell’iconica immagine di Dalla sulla copertina dell’omonimo album, 2) la foto è stata scattata presso il Castle Studios di Carimate mentre un giovanissimo Aki Chindamo (il mio produttore) assisteva a quel miracoloso scatto di Renzo Chiesa.
Dal jazz al reggae, dal soul al gospel: Prima di Morire attraversa molti linguaggi. È una sintesi naturale del tuo percorso o una scelta concettuale precisa?
Sarò breve, si è una sintesi del mio percorso.
La copertina, con lo scatto di Renzo Chiesa, sembra già dichiarare un’intenzione artistica forte. Quanto conta per te l’immagine nel raccontare un disco così denso?
L’immagine conta molto, tutti i miei album hanno una copertina che significa tanto riguardo al messaggio dell’album… in questo caso è un disco sincero, senza filtri, mio al 100%, cosa c’è di meglio della mia immagine quindi immortalata dal ‘fotografo dei cantautori’?
Guardando alla tua carriera, dagli esordi blues fino all’esperienza europea e a Bruxelles, che cosa senti di aver “portato con te” dentro questo lavoro?
Ho portato tutto il mio bagaglio, nulla escluso, dalla musica ai miei pensieri, da me stesso al sangue del mio sangue, mio figlio Lorenzo al basso e mia figlia Vittoria ai cori, più di cosi?!?!?
Se questo disco fosse davvero ciò che vuoi dire “prima di morire”, cosa speri rimanga a chi lo ascolta: una domanda, una ferita aperta o una possibilità di cambiamento?
Una domanda, un sacco di domande… riappropriamoci dell’esercizio di farci delle domande, è stupido vivere solo di certezze e di certezza ce n’è una sola… che tutti dobbiamo prima o poi…o no?
Complimenti e grazie per il tuo tempo 😉
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