Psychos raccontano “Twisted Youth Freeway”: hard rock, trauma e identità sulla strada della sopravvivenza

Three men in black leather jackets pose with arms crossed against a dark backdrop, center man wearing a black hat and blue sunglasses.

Con Twisted Youth Freeway, distribuito da Corallo Records per Lotus Music Production, gli Psychos firmano un concept album intenso e drammatico, guidato dalla visione artistica e produttiva di Andy Romi. La band senese costruisce un viaggio hard rock e progressive di matrice seventies dentro il tema dell’abuso intra-familiare, della fuga, della strada e della ricostruzione dell’identità. Dieci tracce che compongono una narrazione unitaria, cruda e profondamente umana, in cui la musica diventa spazio di denuncia, sopravvivenza e trasformazione.

a cura della redazione


Benvenuti su Che! Intervista, Psychos, e grazie per essere con noi. Twisted Youth Freeway è un album dal forte impatto narrativo ed emotivo: da quale urgenza nasce questo progetto?
Buongiorno e grazie per averci concesso questo spazio!
Twisted Youth Freeway è nato in modo piuttosto particolare… io (Andy Romi) sono sempre stato piuttosto prolifico come compositore e avevo iniziato a scrivere le musiche che sono confluite in questo disco già durante la promozione di Look Into Your Soul, il disco precedente, senza sapere esattamente quale direzione avrebbero preso queste musiche.
E’ stato l’incontro con un ragazzo con un passato “complicato” a cui ho fatto da tutor che ha dettato la direzione artistica di questo progetto: appena abbiamo scoperto di avere una forte affinità in quanto a gusti musicali, ha iniziato a ripetermi che avrebbe voluto raccontarmi la sua storia perché ne scrivessi una canzone.
L’idea mi intrigava e ho deciso di prenderlo in parola, sono andato da lui e abbiamo registrato circa due ore di video in cui mi racconta la sua vita: era chiaro che una sola canzone non sarebbe bastata e ci è voluto un intero disco!

    Il disco affronta il tema dell’abuso intra-familiare e della casa che, da luogo di protezione, diventa uno spazio di paura. Quanto è stato difficile trasformare una materia così dolorosa in racconto musicale?
    In questo sono stato aiutato dal genere musicale che mi è più congeniale: il rock, che in questo disco si è riavvicinato al metal della mia adolescenza, ha la “durezza” necessaria per un argomento del genere pur mantenendo, grazie alla melodia sempre fortemente presente nelle mie composizioni, il giusto impatto emotivo; la mia propensione al progressive mi ha permesso di usare strutture complesse per sottolineare la rottura con la “normalità”, grazie a tempi dispari e composti che danno la sensazione di una “frattura”

      L’album segue la parabola di un ragazzo costretto alla fuga, per il quale la strada diventa l’unico perimetro possibile di libertà. Perché avete scelto di costruire il disco come un vero e proprio concept narrativo?
      La scelta è dovuta principalmente al tema che ha dato origine al progetto: c’erano troppi aspetti da affrontare per poterlo fare con un solo brano e la storia era abbastanza ampia da riempire un intero disco, quindi il concept album è risultato la forma ottimale per raccontare correttamente un aspetto della società che raramente viene preso in considerazione con la dovuta attenzione

        Dal punto di vista sonoro, Twisted Youth Freeway unisce hard rock, progressive e suggestioni seventies, con una sezione ritmica potente e atmosfere oscure. Come avete lavorato per far coincidere il peso musicale con quello emotivo della storia?
        Le strutture che avevo scritto inizialmente, registrando una linea base (solitamente di chitarra, talvolta di basso o tastiere, per un brano anche di batteria) sono state modellate sul testo in fase di arrangiamento: ho scelto di correlare brani e temi in base al tipo di emotività espressa dalla musica per poi adattarle alle parole scritte.
        In particolare la parte musicale di No Safe Place In Tomorrow era nata con una struttura completamente diversa: tutta la variazione centrale, ad esempio, dove si sviluppa l’assolo, è stata scritta durante l’arrangiamento per dare risalto alla fase cupa e meditativa in cui il protagonista si domanda se valga ancora la pena vivere una vita senza futuro e qui, tra illusions e tempi del tutto insoliti per un brano rock, il progressive aiuta fortemente ad esprimere questo stato d’animo e creare una atmosfera surreale, quasi sospesa nel tempo

        La scelta della lingua inglese sembra rispondere a un’esigenza di universalità. Quanto era importante raccontare un dramma che potesse superare confini geografici e culturali?
        Indubbiamente rendere questa storia fruibile in ogni parte del mondo era un aspetto importante che avrebbe portato a questa scelta anche se non l’avessimo fatta già prima: era ormai già chiaro che l’estero ha maggiore affinità con il nostro stile musicale e già con il precedente disco avevamo deciso di assecondare le numerose richieste di chi ci segue per una lingua universale che potessero più facilmente comprendere

          Andy Romi ha registrato e curato il disco allo Psychotic Studio, con un lavoro produttivo molto preciso. Quanto conta oggi, per gli Psychos, avere il controllo tecnico e artistico dell’intero impianto sonoro?
          In una realtà in cui gli artisti emergenti tendono a registrare in casa, spesso in una cameretta del tutto inadatta, i propri progetti, per noi è sempre stato basilare poter usufruire di strumenti che ci permettano di esprimere i nostri concetti con il suono adeguato.
          Già con “Dritto al Cuore”, primo vero e proprio album distribuito dopo i due demo che avevamo registrato nella nostra sala prove, avevamo sentito la necessità di avvalerci di una struttura adeguatamente equipaggiata come il Narada Studio per mixaggio e mastering.
          La mia personale passione per la registrazione mi ha portato a creare lo Psychotic Studio dopo aver seguito i necessari corsi di mixaggio e tecniche di registrazione con Percorsi Audio, conseguendo la qualificazione di Avid Pro Tools User, che mi ha permesso di seguire tutto il progetto fino ad ottenere il sound che abbiamo ritenuto adatto al nostro nuovo disco.

            La title track racconta il momento della fuga e una giovinezza deviata dalla violenza. Che cosa rappresenta, dentro il percorso dell’album, questa “freeway” distorta e necessaria?
            La “Twisted Youth Freeway” è quel non luogo dove ci si ritrova quando restare nella realtà di tutti i giorni significa morire, che sia metaforicamente o fisicamente, per cui uscire dai radar, rinunciando alla propria identità e alla cosiddetta normalità rimane l’unica via di uscita.
            Purtroppo spesso la Twisted Youth Freeway diventa la gabbia in cui si cerca la libertà senza rendersi conto delle sbarre che abbiamo intorno

              Where Do I Belong è accompagnato da un videoclip diretto da Gina Merulla e interpretato dagli attori del Teatro Hamlet di Roma. Come avete tradotto in immagini il tema dello smarrimento e della ricerca di un posto nel mondo?
              Non è stato facile, i due video che abbiamo realizzato con Gina e gli Attori del Teatro Hamlet hanno richiesto un lungo lavoro di sviluppo narrativo, sia per creare il “mondo dei nostri senza tetto” sia per tradurre in immagini il percorso seguito dal protagonista.
              Mentre in Twisted Youth Freeway il fulcro era la violenza del padre, con Marcello che ha magistralmente creato la tensione necessaria con la sua interpretazione dell’aguzzino, in Where do I Belong era necessario creare il rapporto di intima amicizia, a tratti deviata a causa dell’abuso di sostanze, tra il protagonista e il miglior amico e qui Damiano (il protagonista) e Fabrizio (l’amico) hanno dato il meglio di sè passando con naturalezza da una vita normale in cui riconoscersi a un abisso di devastazione aberrante ma da cui è difficile distogliere lo sguardo.
              Beatrice (l’amica risucchiata nel vortice delle droghe) e Marco (lo spacciatore che si azzuffa con il protagonista per la contesa del territorio) hanno, con le loro impressionanti rappresentazioni dei personaggi, completato un quadro surreale ma orribilmente realistico di questo tipo di esistenza.

                Nel finale con Fight To Survive, il protagonista diventa padre e prova a spezzare la catena della violenza transgenerazionale. Quanto era importante chiudere il disco non solo sul trauma, ma anche sulla possibilità di una scelta diversa?
                Per me era fondamentale concludere il disco con una sorta di “via di uscita” ma ben lontana da un lieto fine, sia chiaro.
                Ho conosciuto il protagonista di questa storia proprio per la sua inarrestabile voglia di uscire dalla spirale in cui si era ritrovato, combattendo per ritrovare la propria strada e la propria identità in una società che non cercherà mai di comprendere il suo passato, limitandosi a inquadrarlo in un ottuso clichè, tutto solo per ritrovare serenità e libertà, quella vera.
                Questo finale era importante per  mantenere il disco più fedele possibile alla storia reale.

                  Attraverso Twisted Youth Freeway, quale riflessione desiderate lasciare al pubblico sul rapporto tra dolore, identità, sopravvivenza e libertà personale?
                  Vorrei che questa società capisse una volta per tutte che non si può giudicare un libro dalla copertina: ognuno di noi si porta sulle spalle una vita di cui il resto del mondo sa poco o nulla, giudicare per l’aspetto, una situazione, per il passato, senza curarsi di quale sia la vicenda che ha portato al quadro che si sta osservando è ipocrita e inutile, ma purtroppo è quello che siamo abituati a fare ogni giorno.

                  Grazie ragazzi e complimenti per tutto!

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