Purgatorio in scena: teatro, arte e verità nel memoir di Ilaria Palomba

Debutta al Teatro di Documenti di Roma “Purgatorio”, trasposizione teatrale dell’omonimo memoir di Ilaria Palomba, candidata al Premio Strega e tra le voci più intense della letteratura italiana contemporanea. Diretto da Mariaelena Masetti Zannini, lo spettacolo andrà in scena il 16 e 17 gennaio 2026 alle ore 20.45 e il 18 gennaio alle ore 18.00, portando sul palco un’esperienza di teatro-verità che intreccia parola, corpo e arti visive. Un atto artistico e civile che nasce da un vissuto reale e si rinnova nel dialogo diretto con il pubblico.

a cura della redazione
Photo by Dino Ignani


Benvenute su Che Intervista. “Purgatorio” arriva ora a teatro dopo essere stato un libro di grande impatto: che significato ha per voi questo debutto al Teatro di Documenti di Roma?
Un significato potente e catartico. Poiché il personale è politico, vi è corrispondenza e non esclusione tra le istanze, una tragedia personale, che fa affiorare temi quali il suicidio, il miracolo, la disabilità, la grazia, non può essere circoscritta allo spazio privato di una casa. Vogliamo gettare luce sulla fragilità umana e sulla genesi dei rapporti di forza; ma anche soprattutto sulla trasformazione del dolore in conoscenza, dunque consapevolezza.

“Purgatorio” nasce come memoir profondamente autobiografico: quali sono state le principali sfide nel trasformare una materia così intima e dolorosa in un linguaggio scenico condiviso?
Per Ilaria l’autobiografia non esiste. Parla sempre di autoconoscenza. Conoscere, dunque, se stessi, per comprendere il mondo. Inabissarsi nella profondità più recondita dell’io, che è non io, dunque inconscio, per trasformare ciò che consideriamo orrore. Tutto scorre nel nostro sangue, nel nostro corpo, mente e cuore.
“Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi/
non avrò vissuto invano/
Se allevierò il dolore di una vita/
o guarirò una pena/
o aiuterò un pettirosso caduto/
a rientrare nel nido/
non avrò vissuto invano.” Emily Dickinson

Il vostro lavoro si colloca nel solco del teatro verità: cosa significa oggi, per voi, portare in scena la realtà senza mediazioni, soprattutto quando è così fragile e complessa?
Ci saranno due diversi piani di realtà, quello scenico, una vera e propria drammaturgia teatrale e, volendo, cinematografica, di una storia che ha avuto un’eco profonda, e ancora sconta e vive in tale risonanza; è il piano performativo di improvvisazione totale, in cui Ilaria sarà reale, autentica, senza maschere, per qualunque domanda, per qualunque confronto. E ciò non è semplice, si tratta di volersi mettere in gioco e offrire.

La presenza scenica dell’autrice assume un valore centrale nello spettacolo: quanto cambia il rapporto con il pubblico quando chi racconta è anche chi ha vissuto direttamente quella storia?
È un banco di prova incommensurabile. Non sappiamo ciò che accadrà in quel momento. Sarà soprattutto l’ascolto nostro di chi verrà a vederci e sentirci a fare la differenza.

Parola, corpo e arti visive convivono in “Purgatorio” come un’unica narrazione: come avete costruito questo dialogo multidisciplinare e che ruolo ha nella restituzione del vissuto?
I momenti performativi all’interno dello spettacolo sono improvvisazioni basate solo su alcuni elementi costruiti insieme: la scultura di Gianluca Bagliani, la performance di Marco Fioramanti, il canto di Giulia Nardinocchi. La scrittura di Olivia Balzar, e la sua preparazione teatrale, il talento e l’esperienza di Luciano Roffi, la visionaria genialità di Mariaelena Masetti Zannini. Valentina Blasi aiuto regia e conduzione coreografica e musicale.

Il percorso narrativo si inserisce nella trilogia letteraria Scisma, Restituzione, Purgatorio: in che modo lo spettacolo dialoga con questo continuum di scrittura e vita?
Scisma e Restituzione saranno in scena, sarà citata una poesia da entrambi, è un percorso unico quello di questi libri, laddove Scisma è l’inizio del disastro, Purgatorio l’espiazione, Restituzione l’estasi.

Accanto a voi, un ensemble artistico eterogeneo e azioni performative dal vivo, come la scultura e l’arte visiva: che funzione hanno questi elementi nel racconto e nella sua forza emotiva?
Quello che intendiamo fare è una performance totale, con una sua ritualità, è un momento catartico, perciò il canto, la scultura, la pittura, la performance art, la musica sono scandite millimetricamente e scandiscono a loro volta la narrazione.

Lo spettacolo affronta tematiche psicologiche e sociali di grande attualità: pensate che il teatro possa ancora essere uno spazio di responsabilità civile e di consapevolezza collettiva?
Assolutamente, lo è. Ci siamo resi conto durante le prove di quanto stesse accadendo, vi sono stati momenti di profonda emozione, si è trattato davvero di un condividere.

Avete parlato di una sorta di “manifestazione silenziosa” per pochi, non per esclusione ma per profondità: che tipo di ascolto e di risposta vi aspettate dal pubblico?
Non ne abbiamo idea. Tutto ciò che conta è essere all’altezza della tematica: perché vale la pena di vivere e non di morire?

Dopo “Purgatorio”, quale dialogo sperate resti aperto nello spettatore una volta uscito dal teatro, e che ruolo può avere l’arte nel trasformare il dolore in possibilità di rinascita?
Ci auguriamo davvero resti aperto, e che si possa proseguire, non sappiamo ancora come, ma un incipit è tracciato.

Grazie e complimenti per il vostro progetto!

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