Cantautore di Castrocaro, GRÉ costruisce il suo percorso tra pop, R&B e cantautorato contemporaneo, mettendo al centro la scrittura e l’esperienza live. Dopo un’intensa attività sui palchi italiani e collaborazioni che ne hanno definito l’identità artistica, pubblica “Resterà soltanto l’odio”, un brano che racconta la trasformazione emotiva di una relazione segnata da silenzi e incomprensioni. Un dialogo che attraversa musica, fragilità e consapevolezza.
a cura della redazione
Nel tuo percorso artistico la scrittura sembra essere una bussola costante: quando hai capito che raccontare emozioni sarebbe stato il cuore del tuo progetto?
Credo di averlo capito davvero quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni da solo, chiuso in camera, senza pensare a chi le avrebbe ascoltate. Avevo forse 15 o 16 anni, e mi sono accorto che ogni volta che mettevo su carta qualcosa di sincero mi sentivo più leggero, più vero.
A 19 anni so di essere ancora all’inizio del mio percorso, ma ho già capito che raccontare emozioni non è una scelta strategica: è un bisogno. La scrittura per me è diventata una bussola perché mi aiuta a dare un senso a quello che vivo, alle paure, agli amori, ai cambiamenti. È da lì che nasce tutto il mio progetto.
“Resterà soltanto l’odio” descrive un sentimento che si deforma nel tempo: quanto c’è di autobiografico in questa storia e quanto invece nasce dall’osservazione degli altri?
“Resterà soltanto l’odio” nasce da qualcosa che ho sentito sulla mia pelle, ma non è una fotografia precisa di un solo episodio. C’è sicuramente una parte autobiografica: delusioni, parole non dette, rapporti che col tempo si sono trasformati in qualcosa di più freddo e distante.
Allo stesso tempo, mi ispiro molto a quello che vedo intorno a me. Ho osservato amici, amori finiti male, legami che si sono consumati piano piano. Metto tutto insieme e lo filtro attraverso la mia sensibilità. Anche se ho 19 anni, credo che certe emozioni non abbiano età: cambiano forma, si deformano, ma lasciano sempre un segno.
Il brano parla di silenzi, parole non dette e orgoglio: pensi che oggi le relazioni soffrano più per ciò che non viene detto che per ciò che viene detto male?
Sì, credo di sì. A volte quello che non diciamo pesa molto più di una parola detta male. Il silenzio crea distanza, lascia spazio ai dubbi, alle interpretazioni, e piano piano costruisce muri che diventano difficili da abbattere.
Nel brano ho voluto raccontare proprio quell’orgoglio che ti blocca la voce, che ti fa rimandare una verità finché è troppo tardi. A 19 anni vedo tante relazioni intorno a me spegnersi così, non per un grande litigio, ma per una somma di cose non dette. E forse la mia musica nasce anche dal bisogno di dare voce a quei silenzi.
Musicalmente ti muovi tra pop, R&B e cantautorato: come trovi l’equilibrio tra immediatezza sonora e profondità emotiva?
Cerco sempre di partire dall’emozione, non dal genere. Se una melodia funziona, se ti resta addosso al primo ascolto, allora ha già quella parte di immediatezza che serve. Poi però lavoro tanto sui testi, sulle immagini, sulle parole giuste: è lì che provo a mettere profondità.
Tra pop, R&B e cantautorato mi muovo in modo naturale, senza forzature. Il pop mi aiuta ad arrivare diretto, l’R&B mi dà spazio per le sfumature e il cantautorato è la mia radice, il modo in cui racconto quello che vivo. Ho 19 anni e sto ancora cercando il mio equilibrio, ma so che voglio che chi ascolta trovi qualcosa di semplice da cantare e difficile da dimenticare.
Lavorare con un produttore come Chris Lapolla ha influenzato il modo in cui hai raccontato questa storia? In che modo la produzione ha accompagnato il cambiamento emotivo del testo?
Sì, lavorare con Chris Lapolla ha avuto un impatto forte su questo brano. Io arrivo sempre in studio con l’emozione molto “nuda”, magari solo voce e chitarra, e lui mi ha aiutato a trasformarla in un percorso sonoro che seguisse davvero l’evoluzione del testo.
La produzione accompagna il cambiamento emotivo in modo graduale: si parte più essenziali, quasi sospesi, e poi i suoni diventano più pieni, più tesi, proprio come il sentimento che nel brano si deforma e si indurisce. Anche i dettagli, i silenzi, gli spazi, certe scelte ritmiche sono state fondamentali per dare peso alle parole non dette.
A 19 anni per me è importante confrontarmi con chi ha più esperienza: non per snaturare quello che scrivo, ma per trovare il modo più forte e sincero di farlo arrivare a chi ascolta.
Nei tuoi concerti dai grande importanza alla dimensione live: cosa cambia per te quando una canzone come questa passa dallo studio al palco?
Quando una canzone passa dallo studio al palco cambia completamente prospettiva. In studio cerchi la perfezione, sul palco cerchi la verità. Lì non conta più la take perfetta, ma l’emozione che riesci a creare in quel momento.
Da cantautore di 19 anni, il live è il posto dove capisci davvero se una canzone funziona: se un ritornello arriva, se un silenzio pesa, se il pubblico si riconosce in quello che stai cantando.
Hai suonato in contesti molto diversi, dai club alle rassegne fino a luoghi simbolici come la Pieve di Romena e la casa circondariale di Bologna: come questi spazi modificano il tuo modo di percepire le canzoni?
Ogni spazio cambia il modo in cui sento le canzoni. In un club c’è energia, puoi spingere di più e lasciarti trascinare dal pubblico.
Alla Pieve di Romena tutto diventa più intimo: le parole e i silenzi pesano di più. Alla Casa Circondariale di Bologna, invece, la musica diventa soprattutto incontro umano, quasi un dialogo. Come ti dicevo prima, il live è verità: ogni luogo tira fuori una sfumatura diversa della stessa canzone.
Il titolo “Resterà soltanto l’odio” è forte e definitivo: secondo te è davvero ciò che resta, o dietro quella parola si nasconde anche altro, come nostalgia o rimpianto?
Il titolo è forte, quasi definitivo, ma non credo che resti davvero solo l’odio. Spesso quella parola è una maschera: sotto c’è delusione, nostalgia, a volte persino rimpianto.
Come ti dicevo prima, per me le canzoni cambiano molto tra studio e palco. Dal vivo ti accorgi che quello che sembrava rabbia pura in realtà è qualcosa di più fragile. Quando la canti e guardi le persone negli occhi, senti che dentro quell’“odio” c’è ancora un legame, qualcosa che non si è del tutto spento.
Anche i luoghi in cui suoni fanno la differenza: in uno spazio intimo emerge la malinconia, in un club magari viene fuori più energia. Ma alla fine, più che una sentenza, quel titolo per me è una domanda aperta. Perché spesso ciò che resta non è l’odio, ma ciò che non siamo riusciti a dirci.
Sei ambasciatore dei giovani d’Europa per il Comune di Forlì: in che modo questa esperienza fuori dalla musica entra nel tuo modo di scrivere e di stare sul palco?
Essere ambasciatore dei giovani d’Europa per il Comune di Forlì mi arricchisce come persona, ma non interferisce con la mia scrittura: quando compongo resto un ragazzo di 19 anni che prova a essere sincero con quello che sente.
Sul palco, però, mi rende più consapevole: so che sto creando uno spazio di ascolto e dialogo. Non cambia le canzoni, ma cambia il modo in cui le porto alle persone.
Pensi che in futuro continuerai a raccontare le relazioni come luoghi di conflitto e trasformazione, o senti il bisogno di spostare lo sguardo verso altri temi interiori?
Le relazioni per me restano un centro inevitabile: sono luoghi di conflitto, crescita, trasformazione. Le canzoni d’amore non smetterò mai di scriverle, perché fanno parte di quello che sono e di quello che vivo, soprattutto a 19 anni.
Però spero che andando avanti la vita mi dia anche altri temi da raccontare. Come dicevo prima, per me la musica nasce da ciò che è vero in quel momento: se cambiano le esperienze, cambieranno anche le prospettive.
L’importante è continuare a essere sincero, sia in studio che sul palco, e lasciare che le canzoni crescano insieme a me.
Grazie e complimenti per la tua carriera artistica!
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