Il nuovo singolo non è semplicemente un brano folk contemporaneo né un esercizio di contaminazione elettronica: è un atto politico, un’indagine identitaria, un varco che apre la tradizione alla possibilità di parlare una lingua nuova senza tradire le sue radici.

a cura della redazione


Il punto di partenza è un’immagine dura, quasi sacra nella sua crudeltà: una ragazza di sedici anni promessa in sposa a un uomo deciso da altri. Questa figura, che potrebbe sembrare relegata a un passato remoto, emerge invece come simbolo universale di tutte le imposizioni – culturali, familiari, sociali – che continuano a scolpire scelte e destini. IBLA non la utilizza come reliquia etnografica, ma come detonatore narrativo: da qui si apre la domanda cardine del brano, una ferita lucida nella tessitura del testo. Quanto delle nostre decisioni nasce davvero da noi?

Musicalmente “Rituale” è una costruzione magnetica, stratificata, al confine fra arcaico e digitale. La produzione di James & Kleeve e Salvo Scibetta impasta tamburi ancestrali, invocazioni magiche siciliane e bassi urban in un equilibrio che non cerca la nostalgia, ma la trasformazione. Il suono non accompagna il testo: lo amplifica, lo sospinge, lo scompone. L’elettronica non sterilizza il folklore, lo porta invece in uno spazio di contemporaneità pulsante, dove l’eco delle magare si intreccia a una ritmicità moderna che parla al presente senza perdere il proprio respiro mediterraneo.

La voce di IBLA è il centro gravitazionale del pezzo. Tellurica, corporea, vissuta, conserva un’energia rituale che sembra attingere a un altrove più antico del brano stesso. È una voce che non rappresenta: agisce. Non descrive la liberazione, la compie. E nel farlo rivela l’anima più profonda del progetto artistico dell’autrice: trasformare la tradizione da cornice a strumento, da vincolo a possibilità, da destino a scelta.

Il valore del brano risiede proprio in questa operazione di riscrittura. IBLA sottrae un linguaggio nato per legare – il rito usato un tempo per unire due destini – e lo riposiziona come gesto di autonomia. La magia popolare, sfilata dalla sua funzione originaria, diventa parola nuova, grammatica contemporanea, prisma per interrogare ciò che ereditiamo senza volerlo.

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