Roberto Formignani presenta “202”: quarant’anni di blues, ricerca e identità

Venerdì 23 gennaio 2026 il Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara ospita l’anteprima d’ascolto e la presentazione di “202”, il nuovo album di Roberto Formignani. Un Meet & Greet che diventa occasione di racconto, ascolto e dialogo attorno a un progetto che racchiude oltre quarant’anni di musica, esperienza e coerenza artistica. Storico chitarrista, autore e cantante, Formignani è una figura centrale della scena blues italiana, capace di coniugare tradizione e visione personale.

a cura della redazione


Benvenuto su Che! Intervista, Roberto. Presenti “202” nella tua Ferrara, al Ridotto del Teatro Comunale: che valore ha per te questa anteprima e questo luogo?
Presentare un disco è sempre eccitante ed entusiasmante perché è il momento in cui la tua musica viene resa nota al pubblico. Solitamente tutte le presentazioni le abbiamo fatte con un concerto ma questa volta abbiamo pensato di cambiare formula per far sentire esattamente quello che abbiamo prodotto in sala di registrazione; parlo al plurale perché condivido sempre tutto con i musicisti con cui collaboro e quindi è stata una scelta comune, insieme a Roberto Morsiani (batteria) e Alessandro Lapia (basso). Il Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara è una novità e quindi la cosa si rende ancora più elettrizzante, è un luogo istituzionale e cercherò di fare di tutto perché l’evento non diventi troppo formale.

“202” arriva dopo un percorso artistico lungo e coerente: in che momento della tua carriera nasce questo album e cosa rappresenta rispetto ai lavori precedenti?
I brani scritti per le mie band, sia precedenti che attuali (Mannish Blues Band, The Bluesmen), sono sempre arrivati dopo un lento processo di maturazione, solitamente infatti gli album hanno una cadenza di cinque anni di distanza l’uno dall’altro ed è stato così anche per questo che è un po’ il continuo dell’album del 2020 da solista (Roberto Formignani) con però diverse cose nuove. Ho sentito l’esigenza di produrlo per parlare di Blues, Rock’n’roll, Country e dare continuità ad un percorso coerente ma difficile da portare avanti: la seconda traccia dell’album lo dice in Dirty Road.

Il tuo linguaggio musicale attraversa blues, rock, country e songwriting: quali direzioni sonore e narrative hai esplorato in questo nuovo progetto?
La scelta di produrre un ulteriore album a mio nome é dovuto al fatto che mi piacciono diversi filoni musicali ed essendo gli undici brani tutti molto diversi tra loro, non mi sembrava giusto metterli sotto il cappello di ‘The Bluesmen’. Ho scritto alcuni brani piuttosto Rock ed altre ballad con derivazioni Blues, strizzando l’occhio anche ad una mia altra grande passione che è il Country elettrico. Come già successo in altre occasioni, ho suonato l’armonica in un brano, anche se non sono propriamente un armonicista. L’armonica è uno strumento che mi è sempre piaciuto ed ho iniziato a suonarla negli anni ’70. Quando ho conosciuto Antonio D’Adamo ho smesso: lui era un portento ed abbiamo suonato insieme fino al 2005 quando è venuto a mancare per un male incurabile. Eravamo a tutti gli effetti dei fratelli Blues fin dai primi anni ’80 con The Mannish Blues Band. Ho suonato anche diverse parti di chitarra slide, altra mia grande passione.

In oltre quarant’anni di attività hai calcato palchi importanti e collaborato con artisti internazionali: quanto di questo vissuto confluisce oggi nelle canzoni di “202”?
Credo che la cosa più importante nella musica sia quella di usare il linguaggio che si è acquisito in anni e anni di lavoro, esperienze e collaborazioni, in modo sincero ed onesto, rimanendo il più possibile se stessi, cercando di lanciare messaggi interessanti che lascino qualcosa su cui riflettere, senza sforzarsi di assomigliare o sembrare qualcun altro; credo che la mia lunga militanza nelle file del Blues si faccia sentire spontaneamente anche in brani che non hanno quel tipo di derivazione e penso di aver così acquisito un linguaggio piuttosto personale e riconoscibile.
Dopo tanti anni di musica, metabolizzare il proprio vissuto e trasmetterlo in maniera personale credo faccia la differenza, sia a livello esecutivo che compositivo.

Questo album è il frutto di un lavoro condiviso con musicisti, fonici e creativi visivi: che ruolo ha avuto il lavoro di squadra nella costruzione del disco?
Negli anni ho messo a punto un modo piuttosto personale di trasmettere le idee su una produzione musicale e devo dire che mi ci trovo piuttosto bene, credo al contempo sia anche un modo originale e strano di fare le cose e mi spiego: una volta, dopo aver fatto diverse prove si entrava in sala di registrazione e si cercava di suonare al meglio tutti insieme le idee che erano state elaborate e concordate, cercando di dare il meglio di se stessi e si veniva senza dubbio condizionati dal momento, dal fonico, dal tempo che si cercava di risparmiare per non spendere una fortuna e così via, lasciando al caso diverse fasi della produzione.
Adesso invece, quando ho un’idea la registro al volo sul telefonino, poi se mi convince la incido con un programma di registrazione che ho imparato a gestire avvalendomi di una batteria elettronica che sincronizzo con un clock e solitamente le chitarre ritmiche e soliste rimangono buone così, registrate spesso a sentimento, in solitaria cercando una grande ispirazione senza condizionamenti esterni. Registro poi una linea di basso come bozza e una traccia vocale solo per dare dei riferimenti di stesura. Una volta ultimato il processo invio il materiale al Sonic Design di Marco Malavasi che toglie la batteria elettronica e dopo aver attentamente microfonato la batteria con almeno 16 microfoni, fa suonare Morsiani sulle mie chitarre ritmiche e soliste con solo il clock di riferimento ritmico. Va da sé che gli accenti, gli stacchi, gli stop decisi da me a casa, possono essere ricalcati in maniera precisa una volta che il brano viene lungamente ascoltato: questo viene fatto anche da Alessandro Lapia al basso, che toglie la mia traccia di basso e risuona una nuova linea che decide in modo assolutamente personale.
Le voci definitive vengono registrate alla fine, sotto la supervisione di mio nipote Vittorio che mi indirizza sulla pronuncia corretta. Quando registro le voci gli spunti di Marco Malavasi sono piuttosto importanti e di lui mi fido molto. La grafica l’ha fatta Loriano Pellegrinelli che oltre ad essere bravissimo nel suo lavoro, è anche un grande amico, questa volta però credo che il compito sia stato aiutato molto dallo scatto di Guido Harari. Insomma, dopo un processo creativo e di scrittura completamente personale, c’è un lavoro di squadra molto ben rodato.

L’evento di presentazione prevede ascolti in anteprima, aneddoti e dialoghi con i protagonisti delle registrazioni: quanto è importante per te raccontare il “dietro le quinte” di un album?
Solitamente cerco di lasciare la “parola” alla musica senza troppe “chiacchiere”, ma credo che la presentazione di un lavoro pensato e prodotto, possano valere la pena di soffermarsi ad ascoltare insieme i brani, parlare del loro significato, raccontare le fasi di registrazione e far parlare del proprio lavoro i musicisti ed i creativi che hanno reso possibile la realizzazione dell’opera. Ascoltare insieme i brani in un momento storico in cui siamo sempre distratti da qualsiasi avvenimento, credo sia un modo per tornare a quando ci si sedeva sul divano con la copertina del vinile in mano ascoltando il disco tutto d’un fiato, immaginandosi chissà quali scenari anche solo guardando i contenuti della copertina; in questo caso saremo noi a parlare e a raccontare quello che potrebbe essere curioso sapere per gli appassionati.

Dal blues del Mississippi al Po: Ferrara è da sempre il tuo centro gravitazionale. In che modo il territorio continua a influenzare la tua musica e il tuo sguardo artistico?
Ho sempre creduto che a prescindere dal luogo in cui viviamo, tutti abbiamo un blues da cantare, infatti nel 2007 ho scritto un brano strumentale dal titolo ‘Balkan Blues’ per l’album dei The Bluesmen ‘Wild in The Country’. Certamente credo che nel mio animo ci sia un parallelismo fra il Mississippi ed il Po e questo territorio piatto e nebbioso d’inverno e terribilmente caldo d’estate, è stato fonte di ispirazione per la creazione dei miei brani che non hanno avuto difficoltà nel venirmi in mente. Sono cresciuti con me e alcune volte sono nati quasi per caso. Non mi sono mai sforzato di pensare ai brani, li ho sempre scritti in modo molto spontaneo e naturale; io aspetto e prima o poi mi salta fuori un riff sul quale poi imbastisco tutto il pezzo, senza l’ansia di doverli per forza fare.

Oltre all’attività di musicista, sei da anni impegnato nella formazione e nella divulgazione musicale: come dialogano oggi il tuo ruolo di insegnante e quello di autore?
La mia attività didattica mi ha permesso di incontrare molte persone che hanno contribuito alla mia crescita e sono state di grande stimolo. Ho iniziato ad insegnare nel 1986 in una scuola di blues del quartiere Barca a Bologna perché con The Mannish Blue Band avevamo partecipato a Quelli della Notte con Renzo Arbore. Già allora godevo di buona reputazione come chitarrista blues ma ero veramente un selvaggio: avevo imparato da autodidatta e oltre ad una grande comunicativa, non avevo un granché di nozioni musicali. Nel ’89 sono stato poi chiamato ad insegnare presso la Scuola di Musica Moderna di Ferrara dove insegno tuttora e dove dal 2000 sono presidente e direttore. Da lì, le innumerevoli domande degli allievi mi hanno fatto riflettere molto sulla mia preparazione musicale, stimolandomi a crescere e a studiare continuamente, sempre in modo autodidatta. Teniamo presente che negli anni ’80 e ’90 i punti di riferimento chitarristici erano molto virtuosi e quindi ho analizzato dei percorsi che non avevo mai preso in considerazione prima, facendomi un discreto bagaglio culturale.
Oltre all’insegnamento ho la direzione di una scuola di musica piuttosto grande, con circa 700 allievi e una ventina di docenti. Tutto questo richiede parecchio tempo: conciliare quindi l’attività concertistica ed il ruolo di autore non è facile. Credo che la creatività abbia bisogno di tempo e anche di ozio, mentre di tempo ne ho poco. Lo trovo però nel periodo estivo, quando la scuola è chiusa, e lì infatti ritrovo gli spazi creativi, infatti questo album l’ho registrato principalmente d’estate. 

Pubblicare musica indipendente è una scelta di responsabilità e libertà: che significato ha per te sostenere e difendere questo modello produttivo?
Prima di tutto credo che sia importante dare il buon esempio alle nuove generazioni di musicisti, far vedere loro che chi fa musica ho un dono ed un obbligo nei confronti dell’universo, sarebbe un peccato aver imparato un linguaggio per non parlare e non lasciare traccia di noi stessi. Conosco bravissimi musicisti della mia età che suonano da 50 anni e non hanno mai inciso nulla, per me è inconcepibile. Abbiamo avuto la fortuna di essere dotati e portati per una forma d’arte che  va senza dubbio rispettata, coltivata e amata e i frutti che vengono raccolti è importante condividerli. Certamente in alcune occasioni si cade senza dubbio in situazioni di sconforto e analizzando il tempo in cui viviamo, a volte ci si chiede ‘ma perché lo faccio?’. Nell’album c’è un brano dal titolo “All In Vain” perché agli occhi di chi credeva di cambiare il mondo con la musica, ogni sforzo, ed ultimamente gli sforzi sono sempre più intensi, sembra tutto vano. Quindi perché farlo? Non certo per una aspettativa di chissà quale guadagno, anzi… lo si fa perché è bello farlo, ed è bello condividerlo per trasmettere emozioni e passione, cose importanti e fondamentali.

Guardando al futuro, cosa speri che il pubblico colga da “202” e quale nuova tappa immagini per il tuo percorso artistico dopo questo album?
Dopo quanto detto sopra, questa è la domanda più difficile e più facile al contempo; mi aspetto che al pubblico arrivi la mia grande passione per la musica e si diverta come me ad ascoltare i brani, cogliendone il significato e magari producendone una propria interpretazione. Per quanto mi riguarda non credo cambierà chissà cosa, però contribuirà a farmi avere la consapevolezza di rimanere me stesso, come dice il testo di “Like When I Was Young”.

Grazie Roberto e complimenti per la tua carriera artistica!

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