Samantha Di Bernardini: la scrittura come riscatto e libertà

Con il nuovo libro “Ciò che non si vede”, in uscita a gennaio 2026 per Bookabook, esplora il mondo dell’ansia e della vulnerabilità, raccontando come la fragilità possa diventare forza.

a cura della redazione



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Ciao Samantha, benvenuta su Che! Intervista. Come ti senti nel presentare al pubblico il tuo nuovo romanzo “Ciò che non si vede”?
Sono emozionata, ma anche molto nervosa: questo è il primo Romance che pubblico in cui c’è davvero tanto di me. Ludovica, la protagonista, è quasi il mio riflesso — nel suo carattere, nel modo in cui sente e vive le emozioni. Le tematiche dell’ansia e del disagio nelle relazioni con gli altri sono aspetti che mi toccano profondamente e che spesso ti fanno sentire fuori posto, come se non ci fosse mai un luogo davvero tuo. Se ne parla poco, ma ho capito, aprendomi con le persone, che in realtà riguarda molti più di quanto si pensi.

La scrittura è stata per te una forma di riscatto personale. Quando hai capito che sarebbe diventata la tua voce più autentica?
Non posso dire di aver avuto una vera e propria “chiamata”, né un momento preciso in cui tutto è iniziato. Scrivere, per me, è sempre stato il modo più naturale per esternare ciò che sentivo. È uno sfogo, un mezzo attraverso cui riesco a dare forma e voce alle mie emozioni — un po’ come fa un bambino che, giocando, riproduce una paura o un evento vissuto per imparare ad affrontarlo. In fondo, ho sempre scritto così: come una forma di terapia personale, un dialogo sincero con me stessa

“Mebahel” e il suo seguito hanno raccontato storie di resilienza. In che modo “Ciò che non si vede” prosegue questo percorso?
“Ciò che non si vede” è un romanzo unico e autoconclusivo, non collegato ad altri libri.“Mebahel” e “Mebahel – la protettrice dei mille volti” fanno parte di una trilogia fantasy, di cui il terzo volume è attualmente in fase di lavorazione

Ludovica, la protagonista, vive con un disturbo d’ansia. Quanto c’è di te in lei?
Ludovica è il riflesso del mio inconscio.Con questo romanzo ho deciso – e mi sono convinta – a parlare di ciò che più mi crea disagio.L’obiettivo principale è prendere coscienza dei propri demoni e intraprendere un percorso di miglioramento, normalizzando il chiedere aiuto e superando lo stigma del “se prende farmaci è matta”.La mente, anche la mia, è un organo incredibilmente complesso, con sfaccettature difficili da comprendere.Bisogna imparare a prendersene cura, senza giudicarla troppo, ma con gentilezza e consapevolezza.

L’incontro con la cagnolina è centrale nel romanzo. Cosa rappresenta questo legame per te?
Amo profondamente tutti gli animali, ma sento un legame speciale con i cani. Nella mia vita ci sono due compagni a quattro zampe, Ninfa e Zago, che per me sono semplicemente indispensabili. E proprio come Ninfea, la dolce cagnolina di Ludovica, anche loro mi hanno aiutato moltissimo nei momenti più difficili.

Il personaggio di Luca, pilota di MotoGP, sembra l’opposto di Ludovica. Come hai costruito questo contrasto?
Avevo bisogno di una figura forte, con un carattere deciso, quasi presuntuoso nelle proprie certezze.Una presenza capace di scuotere Ludovica, di provocare in lei uno stravolgimento totale.Sono appassionata di moto da quando sono nata: è una passione che mi ha trasmesso mio padre.Sogno da sempre di averne una tutta mia — e chissà, magari l’uscita di questo libro sarà la spinta giusta per realizzarlo.Luca è l’opposto di Ludovica: all’apparenza la trascina nelle sue tenebre più profonde, ma chi leggerà fino alla fine potrà percepire il percorso di crescita e rinascita che lei compie proprio attraverso quell’oscurità.

Hai detto che i tuoi libri sono i tuoi stati emotivi trasformati in storie. Quali emozioni ti hanno guidata in quest’ultima opera?
Le paure.C’è stato un periodo molto buio della mia vita in cui hanno preso il totale controllo su di me.
L’arrivo del Covid ci ha costretti a restare chiusi in casa, ma per me è stato anche un momento di pausa: avevo finalmente il tempo e il conforto di cui avevo bisogno.Vivo in campagna, e in quei mesi ho riscoperto passioni e spazi interiori che avevo dimenticato.Mentre il mondo viveva un disagio collettivo, io trovavo una serenità semplice nella famiglia e nella vita domestica.Il vero problema è arrivato dopo: il ritorno alla quotidianità frenetica.Anche il semplice gesto di andare in paese a comprare qualcosa da mangiare mi creava ansia.È stata una fase particolare, difficile da spiegare, ma che mi ha insegnato molto su di me e sulla fragilità della mente umana.

Come ha influito la dislessia sul tuo modo di scrivere e sul rapporto con le parole?
Non è stato facile.Quando mi è stata diagnosticata la difficoltà, ero in quinta elementare.Per anni avevano pensato che fossi solo una bambina molto timida, chiusa nel mio mondo.Ma la verità era un’altra.A quei tempi non c’erano le stesse attenzioni e strumenti di oggi.Così, una volta ricevuta la diagnosi, mi dissero che ormai ero “troppo grande” per intraprendere un percorso di miglioramento.In un certo senso, sono stata lasciata a me stessa, costretta ad affrontare tutto da sola.Eppure, in mezzo a quel buio, c’erano loro: i miei genitori.Ricordo con estrema dolcezza il momento in cui tornavano dal lavoro: cenavamo e poi ci mettevamo tutti insieme sul lettone a leggere, leggere e leggere ancora.Papà mi faceva dei piccoli segni con la matita sui libri, per aiutarmi a seguire le righe.Sono stati la mia ancora, la mia forza, le mie mani quando io non riuscivo a muoverle da sola.Se oggi ho trovato il coraggio di scrivere e di raccontarmi, è grazie a loro —a quelle mani che non mi hanno mai lasciato, neppure quando io ero in bilico tra il nero e il bianco,tra la paura di leggere ad alta voce davanti ai miei compagni e la serenità di essere semplicemente me stessa, a casa.

Nella vita quotidiana lavori in ambito odontoiatrico, a contatto con le persone. In che modo questa esperienza nutre la tua sensibilità di autrice?
Adoro il mio lavoro.Mi considero davvero fortunata, perché ho trovato un ambiente accogliente e colleghi con cui posso essere semplicemente me stessa, senza troppi pregiudizi.Il contatto quotidiano con i pazienti mi richiede molta energia — a volte, quando finisco la giornata, sento il bisogno di ritagliarmi un momento di silenzio, solo per me.Eppure, sono proprio loro a nutrire la mia scrittura.Attraverso i loro racconti, ascolto storie di vita straordinarie, esperienze che mi arricchiscono e spesso diventano ispirazione per i miei personaggi.Ogni persona che incrocia il mio cammino lascia qualcosa: una parola, un gesto, un pensiero.Avere la possibilità di confrontarmi ogni giorno con vite, età e visioni così diverse è un privilegio che mi accultura, mi plasma e alimenta continuamente la mia sensibilità di scrittrice e di donna.

Cosa speri che i lettori portino con sé dopo aver letto “Ciò che non si vede”?
Credo che questa sia la domanda più difficile.Il mio obiettivo, con questo romanzo, è sensibilizzare su un tema ancora troppo spesso taciuto e dare coraggio a chi vive situazioni simili alle mie.Vorrei che chi legge capisse che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di forza, e che non bisogna credere sempre a ciò che appare, ma imparare ad ascoltare ciò che si ha dentro.Non ho un obiettivo rigido o strategico: scrivo per condividere emozioni vere, per far arrivare un messaggio semplice ma profondo —“Non sei sola, non sei solo. C’è sempre una via per risalire.”

Grazie Samantha per il tuo tempo e complimenti!

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