Con “Quando i fiori avranno tempo per me”, Sara Gambazza si conferma come una delle penne più originali della narrativa italiana contemporanea. Dopo l’esordio con “Ci sono mani che odorano di buono”, la scrittrice parmigiana torna con un romanzo profondo, che dà voce a donne marginali, indomite, capaci di resistere a un mondo ostile e di reinventarsi nonostante tutto. Ambientato nella Parma del 1922, tra miseria, violenza e speranze, il libro ha già conquistato lettori e critica, grazie a una prosa viva, piena di immagini, e a personaggi che restano impressi nel cuore.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, Sara, è un vero piacere ospitarti. Il tuo nuovo romanzo ci trasporta nella Parma del 1922, tra donne forti e invisibili, tra fame e lotta. Cosa ti ha spinta a raccontare proprio questa storia, e in questo preciso tempo storico?
Buongiorno a voi e grazie dell’invito!
A ‘chiamarmi’ spingendo forte in testa è stato il sangue: il mio, la parte turbolenta da parte di padre, che mi scuote l’anima da quando ho infilato i piedi nel mondo. Ninfa, personaggio volitivo e fumantino, era mia nonna, una donna cresciuta nella miseria più estrema e che al grigiore dell’esistenza non ha mai chinato la testa. Raccontarne l’infanzia e la prima giovinezza, dal ventennio fascista alla seconda guerra mondiale, mi ha calata nel pozzo buio di quel periodo storico. Uscita dalla bolla dell’immaginazione e tornata al mio oggi, ho continuato ad avvertire parte di quel buio. Nella violenza. Nella sacrificabilità di chi ha voce flebile. Nel torpore collettivo che permette al nero di avanzare.
Anita è una protagonista memorabile: madre, sopravvissuta, figura che sfida i giudizi morali dell’epoca. Come è nata lei, e quanto c’è di te nella sua voce?
Anita era la mia bisnonna, che ha messo il pane in tavola per una vita facendo la prostituta. Stessa sorte è toccata a mia nonna Ninfa, per la quale però ho voluto immaginare un destino differente, una rivalsa che nella vita reale non le è toccata. Non ho conosciuto la mia bisnonna, ma sono cresciuta respirando marciume e dignità in uguale misura, vedendo la stizza nello sguardo degli ultimi, scansando il giudizio con un’alzata di spalle come le donne della mia famiglia mi hanno insegnato a fare. Tutte loro sono Anita. Io sono Anita.
Nel romanzo si percepisce una forte attenzione al linguaggio: la lingua parlata, di borgata, diventa quasi un personaggio. Quanto è stato importante per te il lavoro sul lessico e sulla musicalità della prosa?
Ho lavorato duro per trovare la musica giusta per ogni parte del romanzo: dalla voce in prima persona di Ninfa, che doveva crescere con lei, alle lunghe parti in terza, che volevo trascinassero il lettore tra i borghigiani, che il proprio nome non lo sapevano scrivere, ma erano intrisi fino alle ossa d’orgoglio e sapere pratico. Il linguaggio non doveva solo descriverli, doveva accompagnarli.
In un romanzo credo non si debbano percepire lavoro e fatica, esattamente come nella danza: solo leggerezza, espressività, passione, la tensione dolorosa dei muscoli è della ballerina e solo sua. Se qualcuno nota l’impegno però, il petto si scalda d’emozione.
La maternità emerge come una forza brutale ma salvifica. Che riflessione volevi offrire sul legame tra madri e figlie in un contesto così difficile?
L’amore che descrivo, quello che sento ‘giusto’, è un amore naturale, istintivo, feroce e profondissimo. È una pulsione animale, fatta di protezione, calore, umori oscillanti e disperazione. Si usa dire che l’amore per i figli sia incondizionato e a me pare un’idea al rovescio: oggi una madre è condizionata da tutto. Le viene detto quello che potrebbe, sarebbe meglio, non deve, deve fare. L’amore non può essere incondizionato, ma può essere così viscerale da strapparti la carne. Questo prova Anita per le sue figlie, un sentimento che graffia, toglie il respiro, spinge a vivere anche quando la vita non fa che prenderti a calci.
Rosa e Ninfa, le due figlie, affrontano il mondo da prospettive molto diverse ma entrambe segnate da un destino che non hanno scelto. Come hai lavorato sulle loro psicologie infantili?
Mi sono ascoltata. Ho ricordato. Chiunque, prima o poi, si trova il cammino dell’esistenza sbarrato da un muro: più o meno precocemente, ostacoli altissimi o muriccioli. È naturale che accada. Di fronte all’intralcio, ciascuno non può che provare gli unici impulsi possibili: lasciare che sia, prendere atto, costeggiare il muro affidandosi al nuovo percorso, o arrampicarsi, ferirsi, arrabbiarsi e cercare di passare oltre, certi che la strada giusta sia quella. Rosa e Ninfa sono l’espressione di quegli impulsi opposti, che io stessa ho sentito forte nella pancia mille volte, spesso mescolati, annodati, incasinati.
In che modo l’ambientazione nella campagna e nei vicoli di Parma – una città che conosci profondamente – ha influenzato la costruzione della narrazione?
Più che influenzata, l’ha presa per mano. Raccontando sapevo esattamente dove si trovavano i miei personaggi, conoscevo i borghi, il ponte, il torrente, la chiesa, la piazza. Luoghi che vivo tuttora, non così diversi, che sento profondamente miei per storia, sangue, affetto. Mi sono riempita la testa di vecchie fotografie perché la narrazione avesse il giusto sapore, per far emergere gli odori, e ho amato moltissimo farlo.
“Quando i fiori avranno tempo per me” è un titolo poetico e struggente. Da dove nasce questa immagine e quale significato simbolico racchiude secondo te?
Il titolo del romanzo è tratto da un verso della poesia di Sylvia Plath “Io sono verticale”. Essere ‘verticali’ di fronte al mondo è necessario: mostrarsi pronti, capaci, adeguati a un’esistenza che ci viene data in sorte.
Stare sdraiata è per me più naturale, dice Sylvia Plath, bocciolo nero, creatura intrisa della fatica di vivere, Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio, (…) finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
Anita, Rosa, Ninfa potrebbero esprimere questo stesso pensiero. E così personaggi secondari come Ida, Pinna, Olga, Marianna, Renza. L’intero romanzo è un lungo sospiro. Uno sguardo al cielo coi piedi infilati nel fango.
La violenza politica del tempo, gli squadristi, la fame e l’ingiustizia sociale sono parte integrante della storia. Credi che questo romanzo possa parlare anche all’Italia di oggi?
Sì. La violenza politica si fa più sottile e pericolosa, una punta d’ago che rischia d’infilarsi dappertutto, l’intolleranza assume nuovi colori, l’ingiustizia sociale diventa malattia che guasta i cervelli e porta a dividersi, quando l’unica forza da sempre sta nello stringersi. È un casino. E fa paura.
Molte autrici e critiche hanno lodato il tuo sguardo disincantato ma compassionevole sull’umanità. Cosa ti guida nella scelta dello sguardo da offrire ai lettori?
Lo sguardo è il mio. Conosco la violenza, il giudizio, la solitudine. La prepotenza dei bisogni, che calpesta i pensieri, ti fa gridare dentro e fa un male che se non lo provi difficilmente puoi capire. Ma conosco anche la potenza dei piccoli gesti, il calore di una mano tesa, la dignità di chi al giudizio non si piega. Racconto quel che so. Lascio il timone alla mia storia.
Dopo due romanzi così intensi e pieni di umanità, hai già in mente il prossimo passo narrativo? Ci sarà ancora spazio per queste voci femminili così vive e resistenti?
Ho tante idee e poca disciplina, cosa per la quale mi stramaledico un giorno sì e l’altro pure. Cerco con fatica di ammansire il cervello, di dare il giusto tempo alle storie che lo attraversano, perché ho perso il conto delle pagine scritte con foga e buttate senza rimpianti alla prima rilettura.
Di ‘cavalcare’ la scrittura sento il bisogno, vediamo a quale cavallo riuscirò a piazzare una sella sulla schiena…
Grazie Sara e complimenti per la tua carriera!
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