Sergio Giangaspero: Favole, Baião e Inclusione – Il Viaggio Musicale di un Cantastorie Contemporaneo

Con il nuovo singolo “La gente di Bahia” in rotazione radiofonica dal 16 maggio 2025, e l’album “Favole e canzoni” disponibile sulle piattaforme digitali, Sergio Giangaspero firma un lavoro maturo, intenso e poetico. Dodici brani che intrecciano sonorità pop, folk e suggestioni brasiliane, in un equilibrio raffinato tra melodia e narrazione. Il chitarrista e compositore, noto per la sua lunga attività live e discografica, ci accompagna in un viaggio tra emozioni, tradizioni e nuove consapevolezze. In attesa di ascoltarlo dal vivo, lo incontriamo per una conversazione a cuore aperto.

a cura della redazione


Sergio, benvenuto su Che! Intervista. È un piacere ritrovarti in occasione dell’uscita del tuo nuovo singolo “La gente di Bahia” e del tuo album “Favole e canzoni”. Da dove nasce il desiderio di raccontare queste “favole” musicali oggi, in questo momento del tuo percorso?
Grazie! Il desiderio di raccontare è sempre presente in me, anche quando scrivo musica strumentale racconto, ma ora ho voluto farlo in maniera più esplicita.

Il brano “La gente di Bahia” colpisce subito per il suo ritmo travolgente e il messaggio di inclusione. Come hai scelto il baião come struttura musicale portante e cosa rappresenta per te questo ritmo?
Ho scelto un ritmo brasiliano per esprimere il legame che ho con la musica di quella terra, che ho cominciato a coltivare da molto giovane e tuttora è parte del mio repertorio. Bahia qui è un po’ il simbolo della multietnicità e della multiculturalità, e la gente che la abita ci invita a vedere come sia possibile confrontarsi con curiosità e tolleranza, lasciando da parte la diffidenza con cui spesso ci si approccia a ciò che non ci appartiene.

Parli spesso di storie vere e verosimili. Qual è il confine tra realtà e immaginazione nelle tue canzoni?
Non c’è na linea di confine precisa; mi è sempre piaciuto fantasticare, alcune storie che racconto soo paradossalmente successe dopo che le avevo scritte. Si tratta di riflessioni su diversi momenti della vita.

“Favole e canzoni” nasce da una rilettura del tuo repertorio giovanile. Come ti sei rapportato oggi con quei testi e melodie scritti anni fa? Li hai riscoperti o trasformati?
Li ho sia riscoperti che trasformati. Mi sono accorto che dopo decenni la mia mentalità e il mio modo di raccontare non sono cambiati poi così tanto. Le idee da cui nascono i brani sono tutte giovanili, la forma sia dei testi che delle musiche a volte è stata filtrata dall’esperienza. Alcuni pezzi sono rimasti uguali a quando li avevo scrittti, intorno ai vent’anni, altri sono stati riscritti e adeguati alla maturità raggiunta. Alcune musiche nascono ex novo molto di recente. Insomma, si tratta di un lavoro molto variegato.

La tua carriera ti ha portato a esibirti in teatri, jazz club e festival tra Italia, Slovenia e Austria. Quanto ha influito questa dimensione internazionale sul tuo modo di comporre?
Cimentarsi con repertori diversi ed ensamblle diversi è sempre motivo di apprendimento e di crescita personale. La possibilità che ho avuto di attingere alla musica balcanica, o al mondo del folk gipsy, per non parlare poi della frequentazione con la musica brasiliana, che non si è mai interrotta, ha arricchito e sviluppato il mio gusto e la mia conoscenza. Inoltre, il fatto di esibirsi all’estero permette di confrontarsi con un pubblico sempre diverso.

Sei da sempre legato alla chitarra classica, ma in questo disco c’è una forte apertura verso nuove sonorità. Come hai lavorato agli arrangiamenti e cosa volevi trasmettere attraverso le scelte musicali?
La chitarra è uno dei pochi strumenti completi, che sono quelli che da soli svolgono tutte le fasi della musica: melodia, armonia e ritmo, quindi è normale che chi vi si dedica abbia un panorama completo della musica. Le sonorità sono spesso legate agli stili; ho voluto fare un album che spazia tra il pop e la world music, senza troppe alchimie elettroniche nè tantomeno suoni artificiali, scrivendo arrangiamenti piuttosto essenziali. Nella produzione devo dire che mi ha aiutato molto il co-produttore artistico dell’album, Andrej Pirjevec; è da questa collaborazione che nasce il suono dell’album.

Il titolo dell’album richiama un mondo narrativo, quasi letterario. Quanto c’è della tua passione per la scrittura, oltre che per la musica, in questo progetto?
C’è sicuramente una grande riconoscenza alla storia della canzone d’autore italiana, e ad alcuni grandi artisti che hanno elevato la canzone a genere quasi letterario (non faccio nomi perchè non vorrei escludere nessuno). Sul piano letterario, i modelli che ho seguito si trovano nelle ricchissime pagine di quell’importantissima tradizione. D’altro canto, però, non dimentico di essere prima di tutto un musicista, quindi ho voluto prestare molta attenzione anche anche alla scrittura musicale.

Tra i brani spiccano titoli evocativi come “1965al di là del confine” e “Escapulario – Epilogo”. Puoi raccontarci qualcosa sul processo creativo dietro questi titoli e le storie che racchiudono?
“1965: al di là del confine” racconta di un esule che torna nei luoghi in cui era nato e cresciuto e che ha dovuto abbandonare. Il riferimento è all’esodo giuliano-dalmata avvenuto nel secondo dopoguerra. Si tratta della canzone più intima e autobiografica dell’album, poichè entrambi i miei genitori, da ragazzini, hanno dovuto emigrare da Pola, che oggi si trova in Croazia, allora in Jugoslavia. È un dramma che oggi vive moltissima gente ad altre latitudini; in questi anni il tema dell’esilio, volontario o forzato, è sicuramende di stringente attualità. “Escapulario” è un interludio che presenta un breve pezzo di Caetano Veloso, quasi una preghiera a rivestire di poesia la vita quotidiana. “Epilogo” racconta la quotidianità disillusa della provincia dell’estremo nordest italiano, in cui sono nato e tuttora vivo.

Hai detto che questo album segna la chiusura di un cerchio e insieme un nuovo inizio. Cosa significa per te “ricominciare” oggi, artisticamente e umanamente?
Secondo me non è necessario ricominciare, nè nella vita, nè tanto meno nella musica. Credo che sia importante cogliere i cambiamenti che abbiamo intorno, oggi più frenetici che mai, e prendere una posizione consapevole che ci permetta di affrontarli senza scandalizzarci o chiudere porte. E poi continuare a imparare, soprattutto da chi è più giovane di noi.

Quali sogni, progetti o nuove “favole” ti piacerebbe trasformare in musica nei prossimi anni?
Non ne ho la più pallida idea, ma non vedo l’ora di scoprirlo.

Grazie Sergio e complimenti per la tua carriera artistica!

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