A quasi trent’anni dall’uscita di Don’t Look Back In Anger, Shaza sceglie di riaprire il dialogo con uno dei brani più iconici del Britpop, sottraendolo alla dimensione collettiva per restituirlo a una sfera intima e riflessiva. La sua rilettura non è un’operazione nostalgica, ma un gesto generazionale che trasforma un inno da stadio in un soliloquio emotivo. Tra musica, arti visive e consapevolezza del presente, la giovane cantautrice comasca costruisce una poetica che mette al centro l’ascolto, il tempo e la possibilità di riconciliarsi con ciò che è stato.
a cura della redazione
Benvenuta Shaza, e grazie per essere con noi. Brucia Piano segna l’inizio di un nuovo capitolo artistico: con quale emozione presenti questo singolo al pubblico?
Ciao ragazzi, in primis grazie alla redazione per questa intervista e un grazie speciale a tutti i lettori. Questo singolo è frutto di tante emozioni ma anche di una certa vulnerabilità. È una canzone molto personale e credo sia uno dei brani in cui mi sono messa più a nudo. Per me rappresenta un nuovo inizio, un modo diverso di raccontarmi, più sincero e diretto. Sono felice di condividerlo perché racconta qualcosa che molte persone, prima o poi, vivono.
Il brano racconta qualcosa che non esplode all’improvviso, ma si consuma lentamente. Da quale momento personale o creativo è nata questa immagine?
È nata da un periodo in cui mi rendevo conto che alcune emozioni stavano cambiando senza che ci fosse un evento preciso a causarlo. A volte le cose non finiscono con un grande litigio o con una scelta improvvisa, ma si trasformano lentamente. Mi colpiva proprio questa idea di qualcosa che continua a esistere ma in modo diverso, quasi come una fiamma che non si spegne di colpo ma brucia piano.
In Brucia Piano parli della distanza che può nascere anche tra persone che si amano. Quanto è difficile raccontare una relazione mentre sta ancora cambiando, senza sapere davvero dove porterà?
È molto difficile perché mentre scrivi non hai ancora tutte le risposte. Ti trovi a raccontare qualcosa che stai vivendo in quel momento e che magari il giorno dopo percepisci già in modo diverso. Però credo che sia proprio questo a rendere la canzone autentica: non racconta una storia conclusa, ma un momento reale, con tutte le sue incertezze.
Hai descritto la canzone come nata da cose che avevi dentro e non riuscivi a esprimere. La musica, per te, diventa spesso il luogo in cui dare voce a ciò che resta bloccato?
Assolutamente sì. Spesso faccio fatica a spiegare alcune emozioni a parole, soprattutto quando sono molto intense o confuse. La musica è il posto in cui riesco a dare una forma a quello che sento. È come se mi permettesse di mettere ordine nei pensieri e trasformarli in qualcosa che posso condividere con gli altri.
Nel brano c’è una malinconia delicata, ma anche molto riconoscibile. Quanto ti interessa creare canzoni in cui chi ascolta possa ritrovare una parte di sé?
Penso sia la soddisfazione più grande di ogni artista. Quando ascolto musica, le canzoni che mi restano dentro sono quelle in cui riesco a riconoscermi. Vorrei che chi ascolta le mie canzoni potesse sentirsi meno solo, anche solo per tre minuti. Non mi interessa raccontare qualcosa di perfetto, ma qualcosa di vero.
Sei una cantautrice e polistrumentista: hai iniziato come batterista e poi hai ampliato il tuo percorso con basso, chitarra, pianoforte e canto. In che modo questa formazione influenza il tuo modo di scrivere?
Mi aiuta a vedere una canzone da prospettive diverse. Quando scrivo non penso soltanto alla melodia o al testo, ma immagino già il ritmo, le dinamiche e l’atmosfera che voglio creare. Ogni strumento mi ha insegnato qualcosa di diverso e credo che questo renda il mio approccio alla scrittura più completo e spontaneo.
Nel 2024 hai pubblicato diversi singoli prodotti da Max Zanotti. Che cosa ti hanno insegnato quei primi passi discografici?
Mi hanno insegnato tantissimo, sia dal punto di vista artistico che umano. È stato il periodo in cui ho iniziato a capire davvero cosa significa trasformare delle idee in canzoni e poi portarle al pubblico. Ho imparato ad avere più fiducia nella mia scrittura e a cercare la mia identità artistica senza inseguire necessariamente quello che fanno gli altri.
La collaborazione con Roberto Costa per Anche se piove ti ha portata anche a importanti passaggi live sulle televisioni nazionali. Quanto conta per te la dimensione dal vivo nel rapporto con il pubblico?
Conta moltissimo. Sul palco si crea una connessione diversa, immediata e sincera. Vedere le reazioni delle persone mentre canti qualcosa che hai scritto nella tua stanza è un’emozione difficile da spiegare. È uno dei motivi per cui faccio musica: condividere emozioni in modo diretto.
L’incontro con Max Cenatiempo e Greys Company ha aperto una nuova fase creativa. Che cosa hai trovato in questa nuova collaborazione artistica?
Ho trovato uno spazio in cui sentirmi libera di sperimentare e di esprimermi senza dover rinunciare alla mia identità. C’è stata molta attenzione non solo alle canzoni, ma anche al percorso che sto costruendo come artista. Questo mi ha permesso di affrontare la scrittura con più maturità e consapevolezza.
Dopo Brucia Piano, quali emozioni, suoni e aspetti della tua identità desideri approfondire nel primo album a cui stai lavorando?
Penso che questo album sarà il posto in cui raccogliere tutti i pezzi di me che negli ultimi anni ho scoperto, perso e ritrovato. Vorrei parlare di emozioni che spesso facciamo fatica a spiegare: la nostalgia, la paura di cambiare, il sentirsi lontani anche quando si è vicini, ma anche la voglia di crescere e andare avanti.
Dal punto di vista sonoro sto cercando qualcosa che mi rappresenti davvero, un equilibrio tra scrittura cantautorale, influenze indie e sonorità più moderne. Mi piace l’idea di creare musica che sia delicata ma che allo stesso tempo abbia carattere, che possa far ballare qualcuno e un attimo dopo farlo fermare a pensare.
Essendo anche un’artista visiva, però, non sto immaginando solo un album di canzoni. Vorrei costruire un mondo completo, dove immagini, colori, fotografie e musica raccontino la stessa storia. Mi piacerebbe che chi ascolta il disco potesse entrarci dentro come si entra in un film o in un diario, ritrovando magari qualcosa di sé tra le mie parole. Credo che il filo conduttore sarà proprio questo: trasformare emozioni molto personali in qualcosa di universale.
Grazie Shaza e complimenti per la tua carriera artistica!
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