A quasi trent’anni dall’uscita di Don’t Look Back In Anger, Shaza sceglie di riaprire il dialogo con uno dei brani più iconici del Britpop, sottraendolo alla dimensione collettiva per restituirlo a una sfera intima e riflessiva. La sua rilettura non è un’operazione nostalgica, ma un gesto generazionale che trasforma un inno da stadio in un soliloquio emotivo. Tra musica, arti visive e consapevolezza del presente, la giovane cantautrice comasca costruisce una poetica che mette al centro l’ascolto, il tempo e la possibilità di riconciliarsi con ciò che è stato.

a cura della redazione


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Benvenuta su Che! Intervista.
Cosa ti ha spinto a confrontarti proprio con Don’t Look Back In Anger, un brano così carico di memoria collettiva?
Perché è una canzone che conoscono tutti, ma che secondo me pochi si sono davvero presi il tempo di ascoltare da soli. Io non volevo “rifarla”, volevo entrarci dentro. Togliere il rumore intorno, lo stadio, il coro, e vedere cosa rimane quando resti tu e le parole. Mi interessava capire se, al di là della memoria collettiva, potesse ancora parlare in modo sincero a chi oggi ha vent’anni.

Nella tua versione il pezzo perde la dimensione corale per diventare quasi un dialogo interiore: quanto è stato importante per te portarlo dentro una dimensione privata?
Tantissimo. Per me quella frase non è un grido, è quasi una domanda.
Portarla in una dimensione privata è stato un modo per renderla vera. Quando canti da sola, senza protezione, ogni parola pesa di più.
Volevo che sembrasse una conversazione fatta di notte, quando sei lucida ma fragile allo stesso tempo.

La tua rilettura sembra parlare più di accettazione che di rabbia: che rapporto hai oggi con l’idea di passato e con ciò che non può essere cambiato?
Sto imparando a non trattarlo come un nemico.
Non sempre riesco a “non guardare indietro con rabbia”, però ho capito che restare arrabbiata non mi fa andare avanti.
Il passato per me è tipo una stanza: puoi chiuderla, ma sai che esiste. Io preferisco entrarci, fare pace con quello che c’è e poi uscire con più leggerezza.

Appartieni a una generazione cresciuta tra iperconnessione e senso di isolamento: in che modo questa condizione influisce sul tuo modo di interpretare un classico degli anni Novanta?
Noi siamo sempre online ma spesso ci sentiamo fuori posto.
Un brano anni ’90 nasceva in un’epoca più analogica, più fisica. Io l’ho filtrato attraverso la mia realtà: meno euforia, più introspezione.
Credo che la mia generazione abbia bisogno di spazi dove sentirsi capita senza dover urlare. E questa versione va in quella direzione.

Essendo anche studentessa di liceo artistico, come dialogano musica e arti visive nel tuo processo creativo, soprattutto in un progetto così essenziale e spogliato?
Per me la musica è sempre un’immagine.
Quando lavoro a un brano penso a luce, ombre, superfici, colori, movimento. In questo caso vedevo toni freddi, spazi vuoti, una stanza quasi bianca, ma con una luce gialla, luminosa.
L’essenzialità non è povertà: è scelta. Togliere è come lasciare un margine bianco in un disegno, serve a far respirare quello che resta.

Nel tuo approccio si avverte una grande attenzione al silenzio e alle pause: che ruolo hanno per te gli spazi vuoti dentro una canzone?
Sono fondamentali.
Il silenzio è il momento in cui chi ascolta può entrarci dentro. Se riempi tutto, non lasci spazio a nessuno.
Le pause sono un atto di fiducia: è come dire “adesso fermiamoci un attimo e sentiamo cosa succede”.

Hai parlato di un “dialogo con il tempo”: cosa significa, per te, dialogare con un brano che appartiene a un’altra epoca senza rimanerne prigioniera?
Significa rispettarlo senza copiarlo.
Non volevo fare nostalgia, ma traduzione.
Prendere qualcosa nato in un altro momento storico e chiedergli: “Cosa hai da dire oggi?” Se resta vivo nel presente, allora non è un museo. È ancora arte.

Questa interpretazione sembra più una confessione che una performance: quanto è difficile esporsi emotivamente quando si lavora su un pezzo così noto?
È difficile perché tutti hanno un’idea già pronta di quella canzone.
Esporsi vuol dire accettare che qualcuno preferirà sempre l’originale. E va bene così. Io però non volevo competere, volevo raccontarmi. Quando smetti di pensare al confronto e inizi a pensare alla verità, diventa tutto più leggero.

Il singolo arriva in un momento di assestamento del tuo percorso artistico: senti che questa scelta rappresenti una presa di posizione sul tuo modo di fare musica oggi?
Sì.
È una specie di dichiarazione silenziosa: voglio fare musica che mi assomigli davvero, anche se è più fragile, meno immediata.
Non mi interessa fare rumore per forza, mi interessa lasciare qualcosa che resti.

Pensi che questo lavoro possa aprire una nuova fase del tuo progetto artistico, più orientata all’introspezione che all’impatto immediato?
Credo di sì.
Non perché l’introspezione sia “più matura”, ma perché oggi mi rappresenta di più. Se deve nascere una nuova fase, voglio che sia onesta. Anche più piccola, magari. Ma vera.

grazie per il tuo tempo ed un grosso in bocca al lupo per la tua carriera artistica

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