Tra digitale e analogico: il viaggio interiore di 4Grigio “Digitanalogico”, il nuovo album.

Cantautore romano trapiantato a New York, 4Grigio è una voce che si muove sul confine tra mondi: quello fisico e quello virtuale, l’intimità cantautorale e le suggestioni elettroniche, la nostalgia e la spinta verso il futuro. Con Digitanalogico, il suo nuovo album appena uscito, racconta un percorso artistico e umano fatto di adattamento, ricerca e domande aperte. Un disco che nasce lontano da casa, ma che parla profondamente di identità, appartenenza e trasformazione.

a cura della redazione


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Benvenuto su Che! Intervista
Digitanalogicoè un titolo che racchiude una tensione continua tra due mondi: quando hai capito che questo dualismo era diventato centrale anche nella tua vita personale?
Ho la necessità di sentirmi vicino al mio Paese, anche vivendo all’estero. La tecnologia gioca quindi un ruolo fondamentale, e il mio rapporto con l’Italia è, in larga parte, di natura digitale. Per questa ragione, New York City per me non è solo lo spazio fisico nel quale mi muovo, ma anche il contenitore del mondo digitale che visito ogni giorno, che è però simulacro di un mondo fisico che esiste al di là dell’oceano. Digitanalògico nasce e si sviluppa all’interno di questa vita sospesa tra due mondi.

Nelle tue canzoni ritorna spesso il tema dell’altrove, dell’essere sospesi: è una condizione che vivi come una ferita o come una possibilità?
Appartenere a due mondi contemporaneamente è senz’altro un vantaggio. Hai accesso al meglio che le due culture hanno da offrire, permettendoti allo stesso tempo di trovare alternative dove queste culture invece hanno delle carenze. Tuttavia, ti senti costantemente accompagnato da un senso di irrequietezza, dato dal fatto che non ci si senta mai davvero a casa da nessuna parte. Ma è in questo spazio mentale, dominato dall’ambiguità e dal dualismo, che trovo molte fonti d’ispirazione, specialmente quando tratto temi introspettivi.

Produci la tua musica nel salotto di casa: quanto è importante per te mantenere un rapporto intimo e quotidiano con il processo creativo?
È assolutamente fondamentale. Avere tutto a portata di mano significa non doversi preoccupare degli aspetti logistici; posso immediatamente tuffarmi in uno stato creativo, ogni volta che l’ispirazione arriva.

“Altrodove” e “Che c’è” sono stati punti di svolta nel tuo percorso: cosa ti hanno insegnato sul rapporto con il pubblico e con le tue fragilità?
La risposta di pubblico che ha avuto “Che c’è?” mi ha veramente sorpreso: ero convinto che non l’avrebbe ascoltata nessuno, perché era diversa dai brani che avevo pubblicato in precedenza. Eppure molte persone adulte si sono ritrovate in quel testo, sebbene questo parli delle difficoltà che si vivono durante l’adolescenza. È stato un abbaglio da parte mia, ma sono felicissimo di essermi sbagliato!

Con “Altrodove” invece sapevo di avere una buona canzone tra le mani, ma pensavo si assestasse su numeri molto più bassi. Credo che molte donne sulla trentina, alle quali il brano è dedicato, abbiano riconosciuto quel senso di immobilismo che descrive. Quella è un’età spesso cruciale, nella quale ci si pongono domande che pretendono risposte immediate—in contrasto con una mente ancora settata sui vent’anni, che incoraggia la procrastinazione e porta a una paralisi decisionale.

In Digitanalogico convivono ballad introspettive e brani più energici: come trovi l’equilibrio tra il bisogno di raccontarti e quello di intrattenere?
Non ho fatto scelte strategiche: se fossero venute fuori 8 ballad, avrei pubblicato quelle. Se fossero venuti fuori 8 brani uptempo, avrei fatto la stessa cosa. Non penso mai al livello di intrattenimento che una canzone potrebbe generare; mi concentro nel realizzare quello che ho in testa, augurandomi che il risultato finale trovi un suo pubblico.

Trasferirsi in una metropoli come New York può amplificare il senso di solitudine: quanto questa esperienza ha inciso su brani come “Troppe verità”?
“Troppe verità” racconta i miei primi mesi di vita a New York, quando all’entusiasmo per una nuova avventura si contrapponeva un senso di disorientamento—nato dall’impatto con una cultura completamente diversa da quella italiana. La solitudine quindi non è semplicemente collegata ai rapporti interpersonali, ma passa attraverso la difficoltà di adattarsi a una realtà che non comprendi a fondo.

Il grigio, per te, è adattamento e neutralità: pensi che questa capacità di “stare nel mezzo” sia anche una cifra generazionale?
Nel mio caso, si tratta di una capacità innata, che poi ho raffinato con gli anni e l’esperienza. Non saprei dirti se si tratti anche di un’abilità generazionale. C’è una certa frammentazione dovuta dall’esistenza di tante sottoculture cresciute online, che magari mancano di un linguaggio che le faccia comunicare tra di loro in maniera efficace. In questo contesto c’è senz’altro un’influenza di tipo generazionale.

La copertina dell’album ritrae un luogo destinato a scomparire: quanto ti spaventa l’idea che il mondo analogico stia lentamente lasciando spazio a quello digitale?
Mi spaventa molto: ci sono attimi in cui immagino un mondo nel quale le persone vivono perennemente online, mentre le strade, le piazze, i palazzi cadono in disuso e in rovina, perché non c’è più nessuno che se ne occupi.

Dopo Digitanalogico, ti senti più vicino a una vetta da raggiungere o a un nuovo viaggio ancora tutto da immaginare?
Digitanalògico è alle mie spalle. Sto già lavorando al mio terzo album, e sono curioso di vedere che forma prenderà, mese dopo mese, singolo dopo singolo.

Grazie e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri

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