Tra inganni, ossessioni e ferite: Elena Zucchi racconta il labirinto dell’animo umano

Dopo Le scintille di Alma, Elena Zucchi è tornata da quale mese in libreria con Il tempo degli inganni (Arkadia Editore), un romanzo che attraversa le zone più complesse dell’animo umano e mette in dialogo passato e presente, memoria e senso di colpa, amicizia e tradimento, desiderio di vendetta e possibilità di liberazione. Al centro della storia c’è Arianna Radice, una psicoterapeuta milanese quarantenne che, attraverso l’incontro con un nuovo paziente, si trova costretta a fare i conti con una ferita adolescenziale mai davvero rimarginata e con una persona che appartiene al suo passato.

Con una narrazione in prima persona e due piani temporali profondamente intrecciati, Zucchi racconta il difficile percorso di chi scopre che per poter vivere pienamente il presente è necessario prima confrontarsi con ciò che si è cercato di dimenticare. Un romanzo che nasce anche dalla sua esperienza professionale nel campo della psicologia e dalla volontà di esplorare quelle contraddizioni che possono convivere nella stessa persona.

a cura della redazione


Benvenuta Elena, grazie di essere qui con noi, qualche riga per raccontare se stessa come donna, professionista e autrice.
E.Z. Vivo queste dimensioni di me non come compartimenti stagni, ma come aspetti interconnessi che si alimentano a vicenda.  In particolare, la passione per la parola e la curiosità per l’essere umano caratterizzano la mia vita privata di relazione, la mia scrittura e il mio lavoro di coach e formatrice.

Nel libro emerge una riflessione molto intensa sull’abbandono e sulle ferite affettive. Quanto il ricorso a miti e archetipi ci aiuta a capire più in profondità?
E.Z. Il ricorso a miti e archetipi è uno strumento potentissimo perché offre un linguaggio universale e senza tempo per dare un senso al caos del dolore umano.
Nel romanzo il nome stesso della protagonista richiama implicitamente il mito classico del labirinto di Arianna. Il suo trauma adolescenziale e gli inganni mai superati diventano un dedalo intricato in cui Arianna, abituata a guidare gli altri come psicoterapeuta, deve ritrovare il proprio “filo” per non rimanere intrappolata nel desiderio di vendetta.
Poi, ho citato esplicitamente l’archetipo del “Guaritore Ferito”: Arianna è una professionista affermata ma profondamente fragile, con una vita sentimentale disordinata e ferite d’infanzia profonde. Rappresenta la figura mitica di chi cura gli altri pur portando dentro di sé una piaga aperta, dimostrando che la comprensione del dolore altrui passa inevitabilmente attraverso l’accettazione delle proprie imperfezioni.
Infine, l’archetipo dell’Ombra e il Doppio: la protagonista si trova a fare i conti con la sua ex migliore amica del liceo, Malena Malè. Il loro legame spezzato e il gioco di specchi che si viene a creare possono incarnare l’archetipo dell’Ombra di stampo junghiano. Malena rappresenta la parte rimossa, irrisolta e “oscura” del passato della protagonista.

Arianna sviluppa un’ossessione nei confronti della sua ex migliore amica. In che misura possono essere ambivalenti i legami dell’amicizia?
I legami d’amicizia possono essere profondamente ambivalenti laddove oscillano tra identificazione e rivalità, specialmente quando affondano le radici nell’adolescenza. Nel romanzo il rapporto tra la protagonista e l’ex amica Malena incarna questa doppiezza emotiva, in cui l’affetto originario si trasforma nel tempo in un’ossessione totalizzante e distruttiva.

Il ritorno di Malena e Livio riapre, quindi, ferite mai rimarginate. È davvero possibile lasciarsi alle spalle certi traumi?
E.Z. Sì,è possibile, il che non significa dimenticarli ma integrarli nella propria storia attraverso un intenso processo di elaborazione. Nel romanzo il ritorno improvviso di Malena e Livio dimostra che i traumi irrisolti dell’adolescenza non svaniscono con il tempo, ma restano latenti finché non vengono affrontati apertamente. Non ci si lascia alle spalle il trauma scappando, ma solo attraversandolo per ridefinire il proprio presente e così poter poi progettare il proprio futuro.

Chi aiuta gli altri, alla fine da chi viene aiutato?
E.Z. Direi anzitutto da sé stesso, attraverso il riconoscimento della propria vulnerabilità. L’aiuto non arriva da una figura esterna, ma dalla capacità di smettere i panni del “salvatore infallibile” per accogliere la propria parte fragile.
È fondamentale anche l’incontro autentico con l’altro: nel setting terapeutico, l’ascolto del dolore altrui rimanda continuamente al terapeuta i propri nodi irrisolti, spingendolo a elaborarli.
Arianna Radice incarna l’archetipo del “guaritore ferito”: una professionista che cura gli altri ma che, per salvarsi dall’ossessione del passato, deve compiere un percorso di auto-aiuto ed elaborazione. La discesa nel proprio “labirinto” si rivela fondamentale: chi aiuta gli altri non può salvarsi da solo finché non decide di guardare dentro la propria “Ombra” e affrontare i traumi sepolti.

Senso di colpa e sete di vendetta: entrambi finiscono per deformare la percezione della realtà?
E.Z. Sì, il senso di colpa e la sete di vendetta possono agire come lenti distorcenti che deformano profondamente la percezione della realtà, anche intrappolando l’individuo in nodi irrisolti.
Nel romanzo, queste due forze emotive dominano la psiche dei personaggi e alimentano la fitta rete di inganni e autoinganni su cui si regge la trama.
La deformazione del senso di colpa spinge a leggere ogni evento presente come una conferma della propria inadeguatezza e porta all’auto-sabotaggio. La sete di vendetta polarizza la realtà in una dinamica rigida tra vittime e carnefici.
Nel romanzo il legame tra Arianna e Malena produce un cortocircuito emotivo: colpa e vendetta si alimentano a vicenda, il rancore per i torti subiti nell’adolescenza si mescola al rimorso per ciò che si sarebbe potuto fare o evitare, trasformando i fatti reali in un labirinto di supposizioni e ossessioni.
La liberazione da questa distorsione cognitiva ed emotiva avviene solo quando i personaggi accettano di spogliarsi delle proprie maschere per guardare i fatti nella loro cruda, ma liberatoria, realtà.

Come sceglie i nomi dei suoi personaggi?
E.Z. Attribuisco ai miei personaggi i nomi di persone che conosco. Generalmente non hanno nulla a che vedere con la storia ma è per me un piacere trovare i miei amici nelle mie pagine, sono una grande compagnia durante il lungo tempo della scrittura.

Le piacerebbe scrivere un nuovo romanzo con protagonista un personaggio maschile?
E.Z. Sì, ci sto proprio pensando per il prossimo romanzo.

Lei, che lavora con la mente, trova terapeutico scrivere libri anche per se stessa? In altre parole, potrebbe mai fare a meno della scrittura?
E.Z. Sì, trovo catartico trattare alcuni temi, mi permette di dare ordine alla complessità emotiva che osservo quotidianamente, in me e negli altri. Il rapporto profondo, quasi fusionale, che vivo con i miei personaggi permette di scendere insieme a loro nelle zone più d’ombra della psiche.

E la lettura, invece, che effetto sortisce?
E.Z. È per me un’esperienza istintiva, esplorativa e profondamente relazionale. Il rapporto con i libri e le storie altrui sortisce su di me un effetto di continua scoperta e confronto. La lettura non è un atto del tutto solitario, ma alimenta lo scambio culturale con altre persone, oltre che creare una connessione speciale e unica tra chi scrive e chi legge, che avverto sia come autrice che come lettrice.

È soddisfatta di questo libro e del percorso che sta facendo?
E.Z. Il passaggio dalla scrittura accademico-professionale alla narrativa è stato per me un traguardo fortemente desiderato, e perseguito con tutta la tenacia che serve oggi se ci si vuole affermare come autori.
Scrivere narrativa mi ha permesso di realizzare un desiderio che coltivavo fin dall’infanzia, quando mio papà nelle gite in montagna mi assegnava un tema che io sviluppavo mentalmente in salita, per poi raccontare ad alta voce in discesa. Credo avesse intuito la mia inclinazione per l’invenzione di storie e cercasse così di stimolarmi all’alpinismo. Non c’è riuscito, ma penso che lì sia stato piantato il primo seme di ciò che mi ha permesso poi di diventare un’autrice.
Del romanzo sono soddisfatta, ma se potessi cambierei ancora alcuni aspetti. Scrivere un libro è un cantiere aperto che potrebbe non finire mai, a un certo punto bisogna fermarsi e pronunciare la fatidica frase: “Visto, si stampi”. Quando poi passa il tempo, anche grazie alle domande e ai feedback dei lettori, c’è sempre qualcosa su cui nasce il desiderio di rimettere le mani.

In chiusura, c’è un genere nuovo che la sta incuriosendo in cui si cimenterebbe volentieri e uno che, invece, proprio non sarebbe nelle sue corde di scrittrice?
E.Z. Mi piacerebbe cimentarmi in un romanzo corale, mentre non sento proprio nelle mie corde i romanzi storici o di fantascienza.

Grazie Elena per la sua intervista e complimenti per tutto!

Per saperne di più:
Instagram | arkadiaeditore.it

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