Attore di origine campana e romano d’adozione, diplomato presso la scuola di recitazione Teatro Azione, Luigi Pisani incarna una generazione di interpreti che hanno saputo attraversare palcoscenico, cinema e serialità senza perdere l’essenza dell’artigianato scenico. Entrato giovanissimo nella compagnia di Massimo Ranieri, ha calcato i palchi più prestigiosi, lavorando accanto a figure come Mariangela Melato e Monica Guerritore. Lo abbiamo visto al cinema con Mario Martone, in televisione con serie di culto come Gomorra e Mare Fuori, fino a Il Mostro di Sollima per poi ricoprire ruoli in commedie e programmi di grande seguito. Da oltre dieci anni, affianca alla sua attività artistica l’insegnamento, trasmettendo ai nuovi attori una visione lucida e appassionata del mestiere.

a cura della redazione


Benvenuto su Che! Intervista Luigi.
Partiamo dall’inizio: com’è nato il desiderio di diventare attore e qual è stato il momento in cui hai capito che sarebbe diventato il tuo mestiere?

Grazie e bentrovati.
Dunque, innanzitutto credo che il contesto in cui sono cresciuto fino a 18 anni (poi mi sono trasferito a Roma) abbia particolarmente influito.
Io, infatti, provengo da Agnone Cilento (comune di Montecorice), un piccolo borgo sul mare, che, anche grazie alla genuinità dei rapporti umani, offriva e offre, nel bene e nel male, grandi stimoli creativi per chi, come me, ha,  sin da bambino, un’attitudine spiccata a osservare e studiare le persone e i loro comportamenti e atteggiamenti.
Poi, sicuramente, questo mio desiderio è stato stimolato e accresciuto dalla mia numerosa e variegata famiglia di origine e dai miei genitori.
Mia madre, insegnante di italiano, mi coinvolgeva , anche da esterno, nei suoi progetti di teatro per le scuole e mio padre mi ha fatto scoprire, sin da piccolo, alcuni grandi capolavori cinematografici degli anni ‘50 e ‘60.

La tua carriera ti ha portato da subito sulla scena teatrale accanto a figure gigantesche. Cosa significa, per un giovane attore, trovarsi a lavorare con nomi come Massimo Ranieri, Mariangela Melato e Monica Guerritore?
Effettivamente ho avuto la fortuna (che è essenziale nella vita) di lavorare con grandi attori, attrici e registi.
Della Melato, ricordo lo sguardo sempre amorevole verso noi ragazzi, mentre con Ranieri ho lavorato 5 anni e, ancora oggi, siamo legati da un rapporto di stima e affetto.
Con Pietro de Silva siamo diventati, nel tempo, grandi amici e un altro incontro molto importante per me e la mia crescita attoriale è stato quello con Gianfranco Gallo.
Poi ce ne sono stati tanti altri: Monica Guerritore, Luigi Petrucci, Enzo De Caro… fino ad arrivare ad uno degli incontri più importanti della mia carriera, vale a dire quello con Mario Martone.
Ecco, alla fine, dal confronto con tutti loro, sento di aver ricevuto insegnamenti, rimproveri e indicazioni che mi hanno aiutato e mi aiutano ancora, a sviluppare una maggiore consapevolezza nelle mie scelte professionali.

Sei passato con naturalezza dal teatro al cinema. Che differenza percepisci nella “verità” interpretativa fra palcoscenico e macchina da presa?
A parte le differenze tecniche nel confrontarsi con una macchina da presa (dove viene sottolineato anche un respiro) e un palcoscenico (dove gesti e vocalità vanno modulati in base allo spazio più o meno grande in cui si agisce), ritengo che, in entrambi i casi, alla base ci debba essere un’ adesione totale a ciò che si sta facendo.
Voglio dire che la tecnica è sempre fondamentale (e va studiata, imparata e coltivata bene proprio per acquisirla e non pensarci più) ma poi, perché un’interpretazione risulti credibile, c’è bisogno di un’attenzione massima e una connessione con le proprie emozioni, che passi attraverso un’apertura a mostrare sia le proprie certezze che le proprie fragilità.
Questo non è facile ma, per me, è essenziale, per chi vuole provare a fare il mestiere dell’attore.

Nel 2010 il tuo debutto sul grande schermo in Noi credevamo di Mario Martone: che impatto ha avuto quell’esperienza sul tuo modo di percepire il cinema e il tuo ruolo di interprete?
Mario è un regista attento a tutto, che ti costringe a pensare e riflettere sul dettaglio prima di girare ogni scena ma, al contempo , riesce ad instaurare un rapporto molto umano con gli attori.
Interpretare uno dei giovani protagonisti in Noi credevamo” (insieme a tantissimi volti noti del cinema italiano) è stato un viaggio meraviglioso e suggestivo, durato un anno solare, che ha permesso di farmi innamorare ancora di più del lavoro enorme che c’è dietro alla realizzazione di un film.Se penso alla mia prima scena girata con Toni Servillo, ricordo ancora il tremolio delle gambe la sera prima. E poi la prima parte del film è tutta ambientata in Cilento … la mia terra natia…insomma, non potevo chiedere battesimo migliore.

Hai partecipato a serie diventate fenomeni culturali, come Gomorra e Mare Fuori. Come si vive un set la cui narrazione entra nell’immaginario collettivo? Cambia qualcosa nella responsabilità attoriale?
Quando si trattano trame così delicate che parlano di personaggi spesso torbidi, è essenziale, per me, che l’attore, innanzitutto, sospenda il giudizio e cerchi di vestire dei panni scomodi in maniera agevole. La responsabilità attoriale c’è sicuramente ma viene condivisa con tutta la troupe e, in particolare, con sceneggiatori e regista. Per esempio il 22 ottobre, su Netflix, è uscita la miniserie “Il Mostro”(in cui interpreto il giudice istruttore Mario Rotella), che racconta l’inizio dell’incubo di una delle pagine più buie e irrisolte della cronaca nera italiana, quella sul mostro di Firenze. In questo caso, essere diretto da Stefano Sollima (che avevo già incontrato sul Set di Gomorra), mi ha permesso, come attore, di calarmi con più consapevolezza nei meandri di una storia così cupa e intricata.

È possibile scegliere un personaggio che ti ha cambiato come attore e come persona?
Ogni personaggio che ho interpretato è, inevitabilmente, legato a dei ricordi e a degli incontri che mi hanno arricchito e, a volte, turbato, sia professionalmente che umanamente… Sceglierne uno diventa difficile, quindi proverò con tre: Salvatore in “Noi credevamo”, perché mi ha regalato un bellissimo esordio nel Cinema d’autore e legami affettivi che ancora oggi fanno parte della mia vita.
Mario Rotella nella miniserie “Il Mostro” di Stefano Sollima. Perché mi ha permesso di restituire la professionalità e l’umanità di un Giudice istruttore che si è speso molto per cercare di risolvere un mistero che, ancora oggi, presenta mille interrogativi. Lino Colombo, protagonista dello spettacolo “Sciabbadai”, per la regia del mio amico Gabriele Marcelli (che ha vinto anche il premio Fersen 2023 alla drammaturgia), perché ha segnato un cambiamento profondo nella mia visione sul mestiere dell’ attore, rendendomi più centrato e coraggioso anche come persona.

Oggi assistiamo a un pubblico che consuma storie velocemente, fra piattaforme e social. Secondo te l’attore contemporaneo deve evolversi anche nell’immagine e nel linguaggio?
Sicuramente l’immediatezza e l’apparenza sono molto ricercate dal pubblico di oggi, ma io, come attore, cerco di stare attento a non coltivare solo questi aspetti. Per me è fondamentale, infatti,  prendersi uno spazio di calma, tranquillità e silenzio, per prepararsi al meglio e studiare situazioni e personaggi in maniera approfondita, così da poter restituire storie che, oltre a intrattenere, provino anche a far riflettere.

Da oltre dieci anni insegni recitazione: qual è l’errore più frequente che noti nei giovani aspiranti attori? E quale invece la qualità che ti sorprende di più?
Parto col dire che credo fermamente che nell’errore ci sia la base su cui si fonda la crescita, non solo attoriale. Quindi, quando vedo sbagliare gli allievi, cerco di evitare immediate correzioni e provo a invitarli a prendersi un tempo in più per stare nell’errore e capire come migliorare.
Sicuramente negli attori più inesperti noto, a volte, un’eccessiva fretta e un costante logorio mentale, poi però, quando si iniziano ad abbandonare e riescono a percepire il proprio corpo in maniera più istintiva (spesso grazie al lavoro con la musica), vedo emergere, soprattutto in alcuni, grande autenticità espressiva. Aggiungo che per me,come insegnante, rappresenta sempre motivo di crescita il confronto costante con amici e colleghi che stimo e con cui condivido una visione comune del nostro mestiere. Tra questi ci sono sicuramente gli attori/registi
David Gallarello e Giacomo Zito con cui collaboro da molti anni nella conduzione dei corsi.

La formazione attoriale è fatta di tecnica ma anche, inevitabilmente, di fragilità e introspezione. Come si guida uno studente a lavorare su se stesso senza cadere nel rischio della sovraesposizione emotiva?

Come dicevo prima, utilizzo moltissimo la musica come strumento di lavoro che, spesso, attraverso le improvvisazioni, aiuta a mollare le rigidità fisiche e l’eccessivo controllo razionale.
Seguendo con il corpo le melodie e i ritmi musicali, per un tempo anche lungo, gli allievi attori e attrici si lasciano andare e trovano, anche grazie al subentrare della stanchezza, nuovi canali espressivi.
Ovviamente ognuno ha i suoi tempi e modi e quindi, per un insegnante, è molto importante rispettare e accogliere le esigenze di tutti, cercando di mantenere un’atmosfera leggera e ludica.

Se guardi al panorama italiano, quali sono oggi le sfide più complesse per un attore? Produzioni, casting, precarietà… cosa pesa di più e cosa, invece, sta migliorando?
Secondo me, la sfida più grande, è riuscire a sviluppare un proprio metodo di lavoro che non vada dietro all’ansia da prestazione.
È essenziale, per un attore/attrice, non rincorrere a tutti i costi il lavoro ma lavorare per crearlo.
Spesso, per esigenze economiche, si può essere costretti a fare anche altro, ma questo non deve per forza essere vissuto come un problema. L’importante è continuare a lavorare su sé stessi e sulla propria formazione, tenendo ben presente che il successo sta nella capacità di farsi trovare pronti quando arriva l’occasione giusta che, molte volte, si presenta in forme varie e sorprendenti.
Spesso, tutto questo, non coincide con la fama, ma può risultare anche più appagante.

Grazie Luigi per il tempo dedicato e complimenti per la tua carriera artistica e professionale!

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