Docente, scrittrice, operatrice culturale e voce critica del panorama letterario e teatrale contemporaneo, Rosa Elenia Stravato attraversa linguaggi e formati con uno sguardo attento al presente e alle sue trasformazioni. Dalla scrittura creativa al teatro, dall’editoria ai progetti educativi, il suo lavoro si muove lungo il confine tra formazione, narrazione e responsabilità culturale. In questa intervista esploriamo il suo percorso, le sue visioni e le molteplici anime che ne definiscono l’identità artistica e professionale.
a cura della redazione
Benvenuta su Che Intervista, Rosa Elenia. Partiamo dall’inizio: quando e come hai compreso che la scrittura e il teatro sarebbero diventati non solo una passione, ma una direzione di vita?
Non ne ho memoria. Davvero. So che mi sono sempre lasciata abitare, vestire dalle parole. Il teatro mi ha educato alla complessità, al centellinare le parole, sceglierle con cura giacché qualcun altro avrebbe dovuto incarnarle. Per me, quando ero piccola, tutto questo era profondamente affascinante. Ho sempre avuto l’impressione che le parole fossero la mia casa, ovunque. Non si è mai trattato di un hobby, un qualcosa gettato lì per impiegare tempo. No, assolutamente. È sempre stato il mio modo di prendermi tempo autentico. Chiaramente, questo devo sottolinearlo necessariamente, sono un’attenta divoratrice di libri. In fondo, no?
Tutto è stato già scritto, raccontato e ci sono dei “mostri sacri” nel mondo letterario che hanno – in maniera inequivocabile- portato me ed altre centinaia di persone verso il mondo di carta. Il mondo delle parole, del resto, è così affascinante. Teatro e scrittura per me hanno un valore sommo. È catarsi pura, nel senso più intimo: una purificazione. Da cosa, mi chiederete.
Vi rispondo con franchezza: dal tempo che vivo costellato, come quello di tutti, da imperativi a cui attendere. Dalle mode passeggere, dal senso di inadeguatezza verso certi chiacchiericci. Insomma scrivere è un pò scegliere l’abito più giusto con cui raccontare quello che tu ritieni importante. Il mio atto più grande di egoismo lo definirei. La ragione? Perché quando si scrive, almeno per me, occorre pace. Occorre prendersi cura di un tempo che dedichi a quelle singole lettere. È un modo, del resto, per scegliere con cura e dovizia cosa dire e come. Un tempo in cui non puoi lasciare spazio a distrazioni, problemi. Farlo, per me, significa “vivere”. No. Giuro. Non è un’esagerazione ma non esiste giorno in cui io non dedichi almeno una mezz’ora alla scrittura. Anche se sono stanca, incasinata, mangiata dalla routine; io scelgo sempre di appuntare qualcosa che sia su un’agenda, al pc, sul cellulare. La scrittura è la mia casa ed il teatro è lo spazio in cui quella casa prende forma.
Nel tuo percorso convivono narrativa, poesia, scrittura scenica e giornalismo culturale: che rapporto c’è tra questi linguaggi e come dialogano tra loro nel tuo lavoro quotidiano?
Nel mio percorso tutte queste forme di scrittura non costituiscono ambiti separati ma sistemi comunicanti, ciascuno dotato di specificità formali e funzionali, che entrano costantemente in dialogo. Il loro rapporto può essere descritto come una relazione di reciproca contaminazione, nella quale ogni linguaggio contribuisce ad affinare e riorientare gli altri. La narrativa rappresenta lo spazio dell’elaborazione strutturata dell’esperienza, in cui il tempo, la costruzione dei personaggi e la dimensione diegetica consentono di sviluppare un pensiero complesso e stratificato. Devo ammettere che, in questo, sono molto aiutata dalla formazione teatrale che ha delle logiche e delle regole che, chiaramente, invadono il campo. La poesia, al contrario, lavora per condensazione: essa agisce sul ritmo, sull’immagine e sulla densità semantica del linguaggio, influenzando in modo significativo anche la prosa narrativa, che nel mio lavoro tende a ricercare una forte attenzione alla musicalità e alla precisione lessicale.
La scrittura scenica introduce una dimensione ulteriore, legata al corpo, alla voce e alla presenza. Essa impone una riflessione costante sull’oralità, sul dialogo e sulla performatività del testo, elementi che arricchiscono tanto la narrativa quanto la poesia, orientandole verso una maggiore consapevolezza del destinatario e della dimensione relazionale della scrittura. In questo senso,
il testo non è mai concepito come entità chiusa, ma come dispositivo aperto, destinato a essere incarnato e interpretato.
Il giornalismo culturale, infine, svolge una funzione di ancoraggio alla realtà e al contesto storico-sociale. Esso richiede rigore, chiarezza espositiva e responsabilità critica, competenze che incidono profondamente anche sulle forme più propriamente letterarie. Allo stesso tempo, l’esperienza letteraria consente al giornalismo di evitare una scrittura puramente informativa, aprendosi a una maggiore profondità analitica e a una più consapevole costruzione del discorso. Posso dire che, in tutte le formule di scrittura, vi è alla base una profonda curiosità che non si accontenta di restituire scenari ma vuole evocare passioni nei lettori. Nel lavoro quotidiano, questi linguaggi dialogano attraverso un processo di costante attraversamento: le tecniche poetiche affinano la prosa, la pratica scenica rende la scrittura più concreta e incarnata, mentre il giornalismo fornisce un orizzonte etico e critico. Ne deriva una concezione della scrittura come campo interdisciplinare, in cui le diverse forme espressive cooperano alla costruzione di un pensiero complesso e di una pratica autoriale coerente, pur nella pluralità dei linguaggi adottati.
Il teatro ha un ruolo centrale nella tua formazione e nella tua attività didattica: cosa rappresenta oggi la scena teatrale come spazio di riflessione e di educazione, soprattutto per le nuove generazioni?
Sono cresciuta in una famiglia in cui il teatro ha – sin da subito- chiarito la propria valenza: non un semplice aggregatore, bensì strumento finissimo di tradizione e sacrificio. Da piccola guardavo le commedie di De Filippo e poi sono inciampata su una scena recitando Ibsen. Ebbene, per citare Eduardo, “ho imparato dal primo della classe”: osservando, studiando, provando e vivendo.
Il teatro continua a rappresentare, oggi più che mai, uno spazio privilegiato di riflessione critica e di educazione civile, capace di coniugare esperienza estetica e responsabilità sociale. Davvero, mi è assurdo credere che il nostro Stato non riconosca quella grande dignità che è palese a quest’arte. Davvero. Come possiamo ipotizzare una nuova società, una società più matura e attenta al bene comune se non educhiamo alla scena? Nella mia formazione e nella mia attività didattica, la scena teatrale non è mai stata soltanto un luogo di rappresentazione, ma un laboratorio di pensiero, un dispositivo pedagogico e un presidio etico in cui si esercita, in forma viva e condivisa, il senso della comunità. Per le nuove generazioni, il teatro offre in primis un’esperienza del tempo e dell’ascolto radicalmente alternativa a quella dominante. In un contesto culturale segnato dalla frammentazione, dalla velocità e dalla sovraesposizione mediatica, la scena teatrale richiede presenza, attenzione e disponibilità all’incontro con l’altro. Questo aspetto ha un valore profondamente educativo: abitare lo spazio teatrale significa imparare a sospendere il giudizio immediato, ad accogliere la complessità e a confrontarsi con punti di vista molteplici, spesso conflittuali. Il valore civile del teatro risiede nella sua capacità di rendere visibili le tensioni del presente, interrogando temi quali l’identità, il potere, la giustizia, l’inclusione e la memoria collettiva. Attraverso il corpo, la parola e la relazione diretta con il pubblico, il teatro non si limita a rappresentare il reale, ma lo mette in discussione, sollecitando una presa di posizione etica. In questo senso, la scena diventa uno spazio di esercizio della cittadinanza, in cui si sperimentano forme di dialogo, di responsabilità e di partecipazione attiva.
Nel mio percorso, il teatro ha rivestito un ruolo centrale proprio come veicolo di valori sociali. La pratica teatrale, soprattutto in ambito educativo, consente di tradurre concetti astratti come rispetto, solidarietà, uguaglianza e cura dell’altro in esperienze concrete e condivise. Attraverso il lavoro sul corpo e sulla parola, gli studenti non apprendono soltanto tecniche espressive, ma sviluppano una maggiore consapevolezza di sé e del proprio ruolo all’interno di una collettività. In definitiva, il teatro rappresenta oggi un atto di resistenza culturale e civile e questo, forse, provoca paura ai “piani alti”. La sua forza risiede nella dimensione dell’incontro e nella possibilità di creare comunità temporanee fondate sull’ascolto e sul confronto. Per le nuove generazioni, esso è uno strumento insostituibile di formazione critica e umana; per me, continua a essere un luogo necessario, in cui l’arte si fa responsabilità e la pedagogia si intreccia indissolubilmente con l’impegno sociale.
Hai collaborato con numerose realtà editoriali e culturali nazionali: quanto è importante, oggi, fare rete nel mondo della cultura e quali sono le maggiori criticità che incontri?
A mio avviso la cultura è il mezzo aureo per ricordarci di essere umani. Per portarci ad essere degli esseri umani liberi e pensanti. Pensare di poter fare cultura da sé, come monadi penso sia un qualcosa di profondamente sciocco ed insensato. Nel panorama culturale contemporaneo, caratterizzato da una crescente complessità e da una progressiva frammentazione dei contesti produttivi, il fare rete rappresenta una condizione non solo auspicabile, ma strutturalmente necessaria. Le collaborazioni con realtà editoriali e culturali nazionali hanno reso evidente come la costruzione di relazioni stabili e progettuali consenta di ampliare gli orizzonti di ricerca, di mettere in circolo competenze differenti e di rafforzare l’impatto pubblico delle iniziative culturali, sottraendole all’isolamento e all’autoreferenzialità. Fare rete significa, innanzitutto, riconoscere il valore della reciprocità:
la cultura cresce quando si fonda su un dialogo continuo tra soggetti diversi, capaci di condividere visioni, risorse e responsabilità.
In un sistema spesso segnato dalla precarietà e dalla scarsità di investimenti, le reti permettono di ottimizzare le energie, di sostenere la continuità dei progetti e di costruire percorsi di lungo periodo, indispensabili per incidere realmente sul tessuto sociale e civile. Accanto a questi aspetti virtuosi, tuttavia, emergono alcune criticità rilevanti. Una delle principali riguarda la difficoltà di conciliare collaborazione e sostenibilità in quanto troppo spesso il lavoro culturale si regge su forme di impegno non adeguatamente riconosciute, sia dal punto di vista economico sia da quello professionale. A ciò si aggiunge il rischio di una progettualità intermittente, legata a logiche emergenziali o a bandi a breve termine, che rende complesso consolidare relazioni durature e realmente paritarie. Un’ulteriore criticità – per me una delle peggiori- è rappresentata dalla persistenza di dinamiche competitive e da una frammentazione istituzionale che ostacola il dialogo tra realtà affini. In alcuni contesti, la rete rischia di ridursi a una formula retorica, priva di un reale investimento sul piano umano e culturale, quando invece richiederebbe tempo, ascolto e una visione condivisa. Nonostante tutto però, continuo a ritenere il lavoro in rete un elemento imprescindibile per il futuro della cultura. Solo attraverso pratiche collaborative fondate sulla trasparenza, sul riconoscimento delle competenze e su una reale condivisione degli obiettivi è possibile costruire un ecosistema culturale più equo, resiliente e capace di rispondere in modo critico e creativo alle sfide del presente.
Nei tuoi libri, da Tutti gli amori nella mia testa a Il profilo del tempo, emerge una forte attenzione all’interiorità e alla dimensione emotiva: da dove nasce questa esigenza narrativa?
Una gran bella domanda, direi. Premetto che, il nuovo romanzo, “Promettimi ancora il domani” è dominato dalla sfera interiore della protagonista Viola e lo ritengo un suo punto di forza. Soprattutto in questo tempo dove tutti tendiamo a mostrare il lato di noi che più – spesso- è comodo per gli altri e che spesso non coincide con la nostra verità. Insomma: quanti di noi rispondono in maniera onesta alla domanda “come stai?”. Aggiungo: quanti, poi, prestano veramente attenzione alla risposta? Vedete, per me,
il focus sull’interiorità e sulla dimensione emotiva nasce, innanzitutto, da un’esigenza conoscitiva prima ancora che estetica.
Sul piano filosofico, essa si radica nella consapevolezza che l’esperienza umana non è pienamente comprensibile se ridotta a una sequenza di eventi esteriori o a categorie puramente razionali. Come hanno mostrato la fenomenologia e l’ermeneutica del Novecento, da Husserl a Heidegger fino a Ricoeur, il senso del mondo emerge sempre da una relazione incarnata e affettiva con l’esistenza: comprendere significa abitare l’esperienza dall’interno, attraversarne le risonanze emotive e temporali. In questa prospettiva, la narrazione diventa uno strumento privilegiato per interrogare la soggettività. Raccontare non equivale a spiegare, ma a rendere visibile ciò che normalmente resta opaco: le esitazioni, le fratture, i desideri e le paure che costituiscono il tessuto profondo dell’agire umano. L’attenzione all’interiorità risponde dunque al bisogno di sottrarsi a una visione semplificata dell’individuo, restituendone la complessità e la vulnerabilità, elementi centrali tanto nella riflessione filosofica quanto nella pratica narrativa. Dal punto di vista etico, questa esigenza si collega anche a una critica implicita alla cultura della prestazione e dell’efficienza, che tende a marginalizzare l’esperienza emotiva in quanto non immediatamente misurabile. Autori come Kierkegaard e, più tardi, la filosofia esistenzialista hanno mostrato come l’interiorità non sia un ripiegamento narcisistico, ma il luogo in cui si giocano le scelte fondamentali dell’esistenza, la responsabilità e il rapporto con l’altro. Dare spazio alla dimensione emotiva significa, in questo senso, riaffermare la centralità della persona contro ogni forma di riduzionismo. Infine, l’attenzione all’interiorità emerge anche da una necessità relazionale. Le emozioni, pur essendo vissute individualmente, possiedono una dimensione profondamente intersoggettiva: esse creano ponti, generano riconoscimento, rendono possibile l’empatia.
La narrazione che si misura con l’interiorità non mira dunque a un’introspezione fine a se stessa, ma a costruire uno spazio condiviso di comprensione, in cui il lettore possa riconoscere frammenti della propria esperienza e interrogare, attraverso l’altro,
il proprio modo di stare nel mondo. In questo senso, l’esigenza narrativa dell’interiorità si presenta come un atto etico e civile; un tentativo di restituire profondità all’esperienza umana e di opporre alla superficialità del presente una scrittura capace di ascolto, di lentezza e di autentica interrogazione del senso.
La tua esperienza come docente e formatrice si intreccia con la pratica artistica: in che modo l’insegnamento influenza il tuo modo di scrivere e viceversa?
Questo è un quesito interessante, non mi sono mai posta questa riflessione. In primis, dunque, grazie. Ci sono domande che impongono una riflessione potente alla base. Il rapporto tra insegnamento e pratica artistica, nel mio percorso, non si configura come una semplice alternanza di ruoli, ma come un’interdipendenza profonda e feconda. L’esperienza didattica non rappresenta un ambito separato rispetto alla scrittura, bensì uno spazio di verifica continua del senso e della responsabilità del fare artistico. Insegnare significa esporsi costantemente allo sguardo dell’altro, misurarsi con domande autentiche, spesso radicali, che interrogano non solo i contenuti, ma le ragioni stesse del linguaggio e della creazione. Dal punto di vista della scrittura, l’insegnamento introduce un principio di chiarezza e di ascolto. Il confronto quotidiano con studenti e studentesse, con le loro sensibilità e le loro difficoltà, mi obbliga a interrogare la tenuta del discorso, a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è accessorio. Questo esercizio di essenzialità non impoverisce la scrittura, ma la rende più consapevole, più attenta alla relazione e alla trasmissione del senso. Scrivere, in questo contesto, diventa un atto che tiene conto della possibilità di essere accolto, discusso, persino messo in crisi. Al tempo stesso, la pratica artistica influisce profondamente sul mio modo di insegnare.
La scrittura, soprattutto nelle sue forme più esigenti e fragili, mi ricorda che l’apprendimento non è mai un processo lineare né puramente tecnico. Portare l’esperienza artistica in aula significa valorizzare l’errore, il dubbio, l’incompiutezza come momenti necessari della ricerca. In questo senso, l’insegnamento si trasforma in uno spazio di sperimentazione, in cui il sapere non viene trasmesso in forma dogmatica, ma costruito attraverso l’esperienza, l’ascolto e la pratica condivisa. Esiste inoltre una dimensione etica che accomuna visceralmente insegnamento e scrittura. Entrambi implicano una responsabilità nei confronti dell’altro:
il lettore, come lo studente, non è un destinatario passivo, ma un interlocutore attivo, portatore di senso. Questa consapevolezza orienta tanto la mia scrittura quanto la mia didattica verso una postura di apertura e di cura, in cui il linguaggio non è strumento di affermazione, ma luogo di incontro. In definitiva, per me, insegnare e scrivere si alimentano reciprocamente in un movimento circolare. L’insegnamento restituisce alla scrittura una dimensione incarnata e dialogica; la scrittura, a sua volta, offre all’insegnamento profondità, immaginazione e capacità critica. Entrambe le pratiche condividono la stessa tensione: trasformare l’esperienza in conoscenza e fare del linguaggio non solo un mezzo espressivo, ma uno spazio di relazione e di responsabilità.
Hai partecipato a progetti legati alla sostenibilità, alla pace e alla memoria collettiva: quale responsabilità senti di avere, come autrice e operatrice culturale, nel raccontare il presente?
Partendo dal presupposto che scrivo quando ho qualcosa da dire e non per imbrattare carte, ritengo fondamentale il potere delle parole. Sono state le parole, del resto, a portarmi a scegliere determinate traiettorie. Dunque, sin da subito, mi è stato palese dare la giusta risonanza alle prole come alle azioni. La parola è azione, atto politico, vita. La responsabilità che sento, come docente ed autrice, nel raccontare il presente è innanzitutto una responsabilità di sguardo. Raccontare il tempo che abitiamo non significa limitarsi a registrarne i fatti, ma assumere una posizione critica e consapevole di fronte alle sue contraddizioni, alle sue ferite e alle sue possibilità inespresse. Ogni atto di narrazione implica una scelta: cosa rendere visibile, quali voci ascoltare, quali silenzi interrogare. In questo senso, scrivere il presente è un gesto etico, prima ancora che estetico. Avverto con forza la necessità di sottrarmi a una rappresentazione semplificata o spettacolarizzata della realtà. Viviamo in un’epoca che tende a consumare rapidamente il dolore, a trasformare l’esperienza in contenuto e l’urgenza in intrattenimento. La mia responsabilità è oppormi a questa deriva, restituendo complessità ai fenomeni, profondità alle biografie, tempo e dignità alle storie. Raccontare il presente significa rallentare lo sguardo, resistere alla superficialità e creare spazi di riflessione in cui il lettore possa sostare, riconoscersi e, se necessario, mettersi in discussione. Come operatrice culturale, questa responsabilità si estende alla dimensione collettiva.
Non scrivo mai per me stessa e tendenzialmente non utilizzo l’autobiografia. A chi importa della mia vita privata?
È una vita ordinaria. Il mio lavoro si colloca in un tessuto sociale fatto di comunità, istituzioni, luoghi educativi e culturali. Raccontare il presente implica allora anche un impegno nel favorire il dialogo, nel costruire contesti di ascolto e nel promuovere una cultura accessibile ma non semplificata, inclusiva ma non neutrale. La neutralità, di fronte alle disuguaglianze e alle ingiustizie, rischia di diventare una forma di complicità. Sento inoltre una responsabilità nei confronti del linguaggio e cerco – costantemente- di restituire ai miei studenti questa complessità affascinate. Le parole che scegliamo modellano l’immaginario collettivo e contribuiscono a definire ciò che una società considera dicibile, pensabile, accettabile. Per questo considero fondamentale un uso del linguaggio attento, preciso, capace di nominare il disagio senza stigmatizzarlo, il conflitto senza banalizzarlo, la fragilità senza renderla spettacolo. Raccontare il presente significa anche difendere il linguaggio dall’usura, restituendogli una funzione conoscitiva e trasformativa. Infine, la responsabilità che sento è quella di lasciare aperte delle domande. Non credo a una scrittura che offra risposte definitive o consolazioni facili. Al contrario, sento il dovere di abitare le zone d’ombra del nostro tempo, di restituirne l’ambivalenza e di offrire al lettore strumenti critici, non soluzioni precostituite. In questo senso, raccontare il presente è un atto di fiducia: nella capacità della cultura di generare consapevolezza, e nelle persone di trasformare quella consapevolezza in scelta, pensiero e, auspicabilmente, cambiamento. Viola, infatti, la protagonista del mio ultimo progetto “Promettimi ancora il domani” ha una serie di interrogativi e mi piacerebbe che divenissero quelli dei lettori, che uscissero dalle pagine per abitare alcune. Che si ponessero la domanda fatidica e, una volta trovata la risposta, bhè! Decidessero di prender finalmente il treno giusto.
Roma, Martina Franca e il territorio pugliese sono luoghi ricorrenti nel tuo percorso: quanto conta il legame con i luoghi nella costruzione di un’identità artistica?
Noi siamo luoghi. Ogni persona che incrociamo nel nostro cammino è un luogo. È un territorio scosceso, oppure un posto fatato ma ha delle radici collocate da qualche parte e sono quelle che lo rendono unico. Il legame con i luoghi è un elemento cardine nella costruzione di un’identità artistica, perché essi non sono semplici coordinate geografiche, ma depositi di memoria, linguaggi e tensioni simboliche. Essi plasmano lo sguardo prima ancora della scrittura o del gesto creativo: determinano il modo in cui si percepisce il tempo, si attraversano le relazioni e si attribuisce senso all’esperienza. Chiaro, no? L’identità artistica nasce sempre da un dialogo situato, da una posizione nel mondo che è al tempo stesso fisica, storica ed emotiva. I luoghi incidono sull’immaginario perché impongono una grammatica implicita: i margini e i centri, le periferie e le soglie, i silenzi e le stratificazioni urbane o naturali diventano forme di pensiero. Abitare un luogo significa interiorizzarne i conflitti, le assenze, le possibilità mancate; e l’atto artistico si configura spesso come una risposta a queste tensioni, talvolta come un tentativo di riscriverle.
Anche quando l’artista si allontana dal proprio luogo d’origine, quel distacco continua a operare come controcampo, come termine di confronto che orienta la ricerca. Ho trascorso cinque anni nella città, per me, più bella e complessa al mondo: Roma.
Io sono convinta che, da alcuni posti non si faccia più ritorno: da qualche parte c’è una me che insegue l’ennesimo bus in ritardo. Una che, con gli occhi colmi di stupore, passeggia sul Lungotevere e si pone tante domande. C’è una Rosa Elenia che si siede nel solito bar e osserva i passanti e ne immagina scenari. Certi luoghi ci vivono dentro. In un’epoca segnata dalla mobilità e dalla deterritorializzazione, il rapporto con i luoghi non si dissolve, ma si trasforma. L’identità artistica si costruisce allora per stratificazioni: i luoghi attraversati si sovrappongono, generando una geografia interiore fatta di appartenenze parziali, di fratture e di ritorni simbolici. Questa condizione, lungi dall’indebolire la voce artistica, può renderla più consapevole, capace di tenere insieme radicamento e spaesamento. In sostanza, il legame con i luoghi conta perché ancora l’arte a una responsabilità: quella di rispondere a un contesto, di dialogare con una memoria collettiva e di trasformarla in visione. L’identità artistica non nasce nel vuoto, ma in uno spazio concreto che chiede di essere attraversato, interrogato e, talvolta, contraddetto. È in questa tensione tra appartenenza e distanza che la voce dell’artista trova spesso la sua necessità più autentica.
Guardando al panorama culturale contemporaneo, quali spazi pensi siano ancora da esplorare o da reinventare per chi scrive e fa cultura oggi?
La cultura oggi è bistrattata. È trattata come qualcosa che può essere alla mercé di chiunque. Tutto rappresenta cultura ma la domanda centrale è: che cosa si può definire culturale e cosa no? Sfatiamo un mito: la cultura non è possedere un titolo di studio, leggere e accumulare nozioni: la cultura è fame di conoscenza! Nel panorama contemporaneo, segnato da una profonda ridefinizione dei linguaggi e dei dispositivi di fruizione, gli spazi da esplorare o da reinventare non coincidono tanto con nuovi luoghi fisici quanto con nuove modalità di relazione tra scrittura, comunità e tempo. Per chi scrive e fa cultura oggi, la sfida principale non è semplicemente occupare spazi esistenti, ma ripensarne radicalmente la funzione e il senso. Ormai c’è chi scrive e pensa al posto nostro: ci stiamo esaurendo a non pensare, a non darci del tempo. Non si tratta di demonizzare la fantomatica AI. No. Si tratta di saperla utilizzare con criterio. Solo che, dato lo strumento alla pluralità, si sta configurando come la nuova Torre di Babele. La cultura non è il mezzo per mostrarsi, ergersi sugli altri ma uno strumento di coesione, servizio sociale.
Ma, chiaramente, è il mio personalissimo punto di vista. Immagino che un primo ambito ancora largamente inesplorato riguarda gli spazi di mediazione culturale. In un contesto dominato dalla polarizzazione e dalla comunicazione accelerata, manca spesso un luogo intermedio tra l’iper-specializzazione accademica e la divulgazione superficiale. Reinventare questi spazi significa creare forme di scrittura capaci di tenere insieme complessità e accessibilità, rigore critico e apertura al dialogo, restituendo alla cultura una funzione di orientamento e non solo di intrattenimento. Un secondo spazio cruciale è quello della prossimità. Accanto alle grandi piattaforme digitali, che amplificano la visibilità ma tendono a omologare i linguaggi, emergono come necessari i contesti culturali radicati nei territori: biblioteche, scuole, teatri, spazi indipendenti, comunità informali. Qui la scrittura e la pratica culturale possono tornare a essere esperienze incarnate, fondate sull’incontro e sulla continuità, capaci di generare processi piuttosto che eventi isolati. Esiste poi uno spazio da reinventare sul piano del tempo. La cultura contemporanea soffre di una cronica accelerazione che penalizza la ricerca, la sedimentazione e il pensiero critico. Per chi scrive, diventa fondamentale rivendicare un tempo lungo, fatto di ascolto, di riscrittura e di fallibilità. In questo senso, lo spazio culturale del futuro potrebbe essere meno visibile e più resistente: un luogo in cui la qualità del pensiero prevale sulla sua immediata spendibilità. Infine, rimane aperto lo spazio dell’interdisciplinarità autentica. Non una semplice giustapposizione di linguaggi, ma una reale contaminazione tra saperi artistici, scientifici, pedagogici e sociali. Qui si gioca una possibilità decisiva per la cultura contemporanea: quella di affrontare la complessità del presente senza semplificarla, costruendo narrazioni e pratiche capaci di dialogare con le trasformazioni profonde della società. In definitiva, gli spazi da esplorare non sono soltanto nuovi, ma soprattutto da riabitare con uno sguardo critico e responsabile. Per chi scrive e fa cultura oggi, il compito non è inseguire la visibilità, ma generare senso, costruire relazioni e difendere la possibilità di un pensiero lento, condiviso e realmente trasformativo.
Infine, su cosa stai lavorando attualmente e quali direzioni immagini per il tuo futuro creativo e professionale?
Attualmente sto portando a zonzo il mio nuovo romanzo, dunque, lavoro per la storia di Viola e Francesco. Ammetto, però, che in cantiere ci sono un paio di progetti. Alcuni di essi sono già definiti, altri sono in fase di lavorazione. Lavoro costantemente per formarmi e cercare di essere al passo con i tempi. Certo, lavorare a scuola mi permette di carpire alcune informazioni riguardo alla società nascente, alle attitudini ed interessi. È nutrimento per me, tutto ciò che mi disabitua all’abitudine, al rancore, alla sfiducia, alla passività. “Progettare” per me è un verbo che sprigiona energia, un atto capace di aprire orizzonti e tracciare sentieri inesplorati. Allo stesso modo, la parola “crisi” possiede una forza primordiale: scuote, mette in discussione, spalanca varchi inattesi. Da entrambi questi verbi germoglia il futuro, come luce filtrata attraverso crepe antiche, come l’eco dei passi su pavimenti scricchiolanti, come lampi di chiarezza nelle stanze in penombra. Esiste un mondo silenzioso che attende, sospeso tra sogno e realtà, pronto a farsi parola, immagine, evanescenza. Un mondo che vuole entrare, trasformarsi, e reclamare la propria forma nell’ordito sottile della nostra immaginazione. Il mio futuro lo immagino con il taccuino in borsa come sempre, con le cuffiette quando sono nei mezzi pubblici e con gli occhi sempre rivolti al cielo. Le cose semplici ma vere, i momenti intensi e non definiti a tavolino, gli imprevisti: imani il domani come una grande collisione astrale. Come la mia protagonista Viola, anche io, sogno il ruolo. Semplicemente perché il verbo “restare” in un posto, se quel posto è una scuola, significa poter lasciare meglio il segno.
Poter seminare un campo e vederlo fruttare al meglio. Non sentirsi, dunque, sempre incompleti. Sono certa che la scrittura farà parte dei miei giorni e chissà se torneranno Francesco e Viola a raccontare del loro legame, chi lo sa?
Grazie Rosa Elenia e complimenti per la tua carriera ed il tuo lavoro!
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