“Tra Tradizione e Contraddizione”: Leo Pesci sul nuovo album Unsapiens

Un viaggio nelle fragilità e nelle verità della società contemporanea attraverso la lingua e l’anima napoletana

Con Unsapiens, disponibile dal 24 ottobre 2025 per Irma Records, Leo Pesci firma un’opera identitaria, coraggiosa e profondamente contemporanea. Un album interamente scritto in lingua napoletana che unisce denuncia sociale, osservazione antropologica e una ricerca sonora che intreccia tradizione partenopea, soul, hip-hop, funk e nu-jazz.
Nove tracce che svelano una società in disequilibrio, un Sud ancora ferito e una modernità che corre più veloce dell’essere umano. Ma anche un artista che non rinuncia mai alla verità, alla sostanza e alla propria radice culturale.

a cura della redazione


Benvenuto su Che! Intervista, Leo. “Unsapiens” segna un punto importante della tua evoluzione artistica: che emozioni provi ora che questo album incontra il pubblico?
Provo soprattutto sollievo, perché erano più di due anni che lavoravo a questo progetto e non vedevo l’ora che fosse finalmente disponibile per chiunque volesse ascoltarlo. Sollievo perché questo disco è esattamente ciò che volevo dire, senza mediazioni.
Sento anche un certo senso di responsabilità, perché tocca temi delicati e so che una prospettiva diversa può allontanare una parte del pubblico. Ma sono sempre stato consapevole che non è un album fatto per piacere a tutti: oggi spesso non si ha voglia di riflettere, perché costa troppa energia intellettuale.

Il titolo “Unsapiens” richiama la controversia dell’essere umano: qual è stato il pensiero originario dietro questa idea?
Unsapiens è una parola che mette in discussione l’arroganza dell’uomo moderno, convinto di essere “evoluto” mentre continua a ripetere gli stessi errori.
Ma siamo davvero sicuri che evoluzione significhi vivere in 30 metri quadri, non passare tempo con i nostri figli perché dobbiamo lavorare otto ore al giorno, distruggere la natura e accettare un mondo in cui c’è chi si lava con acqua potabile e chi deve camminare chilometri per ottenerla? È un titolo ironico, ma va dritto al punto.

Come hai trovato l’equilibrio tra critica e poesia?
Venendo da una cultura in cui l’ironia è una forma di sopravvivenza. A Napoli si ride anche delle tragedie, non per superficialità, ma per resistenza.
La poesia – e nel mio caso anche l’ossessione per le rime – nasce dalla convinzione che un concetto delicato possa arrivare in modo ancora più potente se racchiuso in poche righe, incastrato con precisione e musicalità.

Il napoletano è per te un ponte, una radice o un manifesto culturale?
In questo caso direi radice e manifesto culturale. Napoli, come città e come cultura, sta vivendo un momento di grande splendore, ma in realtà siamo sempre stati un popolo ricchissimo di espressioni, con tutte le nostre contraddizioni. Per troppo tempo questa ricchezza è stata oscurata o ridotta a stereotipo.

Qual è stata la sfida principale nel fondere tradizione napoletana e sonorità moderne?
Se per tradizione napoletana intendiamo il groove e la dialettica del Napolitan Sound – con un riferimento particolare agli anni ’80 di Pino Daniele, James Senese, Eduardo De Crescenzo – allora non è stato difficile. Quel suono è ancora estremamente attuale e si fonde naturalmente con hip-hop, soul e jazz contemporaneo.
Lo considero un aggiornamento di quel linguaggio, con radici forti ma concetti attualizzati. Il vero problema nasce quando si ripropone un sound identico, senza identità personale.

Cosa significa per te lavorare “in comunità”?
Significa rinunciare all’ego per costruire qualcosa di più grande del singolo artista. In Unsapiens la produzione e la composizione sono state quasi interamente curate da me e dal mio co-produttore Vincenzo De Fraia, quindi avevamo bisogno di altre voci che portassero freschezza e imprevedibilità.
È un disco solista nelle tematiche, ma in tutti gli altri aspetti è un progetto collettivo.

Quanto conta il contesto geografico nella costruzione del suono?
Napoli mi ha dato le radici musicali e il linguaggio emotivo; Londra mi ha dato una visione urbana e globale, sia musicale che esistenziale, che inevitabilmente si riflette nei temi e nei testi.
Vivere in questo limbo – sentirmi napoletano ma non voler tornare a vivere a Napoli, perché oggi Londra è casa mia – mi permette di sviluppare un suono che sento distante da ciò che viene proposto in Italia nella mia stessa nicchia di genere.

L’insegnamento più importante tra Napoli e Londra?
Essere fedeli a sé stessi. Cercare di imitare gli artisti che ci ispirano è una trappola in cui prima o poi molti cadono. Serve crescere musicalmente e anche in termini di autostima, per capire i propri limiti e ciò che ci è davvero congeniale.
Quando si scrive, bisogna mettere da parte tutto e lasciarsi guidare dal flow. Io parto quasi sempre da un groove, ma ogni artista ha il proprio metodo.

Qual è la forma più evidente di “apparenza” nella musica contemporanea?
L’ossessione per l’immagine. Viviamo nell’epoca del marketing e del capitalismo, e la musica mainstream non ne è stata immune. Spesso la fama viene costruita a tavolino, con artisti ridotti a interpreti di prodotti pensati da altri.
Io la considero una forma di prostituzione intellettuale e artistica. Per fortuna la musica indipendente è, almeno in parte, ancora fuori da queste logiche.

Cosa speri che “Unsapiens” lasci al pubblico?
Dal punto di vista musicale, spero venga ricordato come un disco innovativo nel panorama della musica napoletana e italiana. Dal punto di vista del messaggio, spero che Unsapiens spinga chi ascolta a farsi delle domande.
Se riesce a fare entrambe le cose, allora per me è già un successo.

Grazie Leo e complimenti per la tua carriera artistica!

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