Ugo Conti, attore e volto noto della televisione italiana, ha attraversato la storia del cinema con ruoli che spaziano dalla commedia al dramma, sempre accompagnato da un’energia unica e da collaborazioni memorabili, come quella con Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores. Nato a Milano e cresciuto con i piedi ben piantati nella realtà quotidiana, la sua carriera artistica si intreccia con le difficoltà della vita e con gli alti e bassi dello showbiz. In questa intervista, esploriamo le tappe più intime e significative del suo percorso.
Benvenuto su Che! Intervista, Ugo. Sei cresciuto in una Milano di periferia, con una famiglia di umili origini. Quanto di quella realtà porti ancora dentro di te, sia nella vita che nel lavoro?
Tutto. Le radici non si dimenticano. La Milano di periferia mi ha insegnato il valore delle cose semplici e delle persone vere. Ancora oggi, porto quella realtà dentro ogni personaggio che interpreto.
Hai lasciato presto la scuola per aiutare la tua famiglia. Guardando indietro, hai mai rimpianto quella scelta? Cosa sognavi di diventare da grande in quel periodo?
Rimpianti no, scelte fatte col cuore e per bisogno. Da ragazzo sognavo di fare l’attore senza sapere bene cosa volesse dire. Poi la vita mi ha portato lì, passo dopo passo, senza scorciatoie.
Il Derby Club di Milano ha rappresentato per te l’inizio di tutto, compreso l’incontro con Diego Abatantuono. Cosa ricordi di quei giorni e di quella Milano così vivace e creativa?
Erano anni folli, pieni di talento, ironia e libertà. Il Derby era una fucina di idee e di persone fuori dal comune. Lì ho capito che il palcoscenico poteva essere casa mia.
La tua amicizia con Diego è stata fondamentale sia sul piano personale che professionale. Qual è il segreto per mantenere un’amicizia e una collaborazione artistica così lunga e profonda?
Il segreto è la verità. Con Diego ci si guarda negli occhi e ci si dice tutto. C’è stima, c’è rispetto, c’è tanto ridere insieme. E poi, siamo cresciuti insieme… ci si conosce davvero.
Da ottobre sarai protagonista nei teatri italiani con “Da Giambellino a Hollywood” e presto anche al cinema. Cosa significa per te questo ritorno sulle scene, e com’è stato lavorare con la regista Debora Scalzo su questo nuovo progetto?
Tornare sulle scene con “Da Giambellino a Hollywood” rappresenta per me un momento davvero speciale, quasi un ritorno alle radici dopo un lungo viaggio artistico. Questo spettacolo non è solo una storia da raccontare, ma un percorso di vita che spero riesca a toccare il cuore del pubblico. Lavorare con la regista Debora Scalzo è stata un’esperienza intensa e profondamente stimolante: Debora ha una capacità rara di unire rigore creativo e sensibilità umana, portando ogni dettaglio a vivere di autenticità. Grazie a lei, questo progetto è diventato qualcosa di vivo, di vero, capace di emozionare e far riflettere.
E sono felice di anticipare che presto tornerò anche al cinema con un progetto importante, sempre diretto da Debora, di cui vado davvero orgoglioso. Non vedo l’ora di condividere tutto questo con gli spettatori, sia nei teatri italiani che sul grande schermo.
Nel 1991 hai partecipato a Mediterraneo, che ha vinto l’Oscar. Che emozioni ti sono rimaste di quei giorni e cosa ha significato per te lavorare con un regista come Gabriele Salvatores?
Partecipare a Mediterraneo nel 1991 è stata un’esperienza davvero irripetibile. Lavorare con Gabriele Salvatores, un maestro del cinema, è stato per me un vero privilegio: ha la capacità unica di guidarti con sicurezza, senza mai toglierti la libertà di esprimerti. Quel film non è stato solo un progetto artistico, ma un vero e proprio viaggio umano, fatto di emozioni profonde e scoperte, che porto dentro di me ogni giorno.
Mediterraneo è un film indimenticabile, ancora oggi tanto amato dal pubblico. Spesso mi fermano per strada per ricordarlo con affetto, e sapere che quel lavoro continua a toccare il cuore delle persone mi dà una gioia e un onore immensi. Vincere l’Oscar è stato il coronamento di quell’esperienza straordinaria, ma ciò che mi ha segnato di più sono stati i rapporti, le sensazioni e la magia di quei giorni sul set.
Hai interpretato tantissimi ruoli, dal comico al drammatico. Quale tra i tuoi personaggi senti più vicino alla tua vera personalità e perché?
Quelli che fanno sorridere ma hanno un lato malinconico. Io sono così: rido e faccio ridere, ma conosco anche il peso delle emozioni.
Dopo tanti anni nel mondo dello spettacolo, hai affrontato, come tutti, anche momenti difficili. Come ti sei sentito nel mostrare al pubblico una parte così personale e vulnerabile della tua vita?
All’inizio con timore, poi con libertà. Ho capito che il pubblico apprezza la verità, non la perfezione.
Sei un grande tifoso del Milan e da anni sei anche un commentatore sportivo. Cosa rappresenta per te il calcio, e in che modo questo sport ti ha influenzato come persona?
Il calcio per me è molto più di uno sport: è passione e appartenenza. Da grande tifoso del Milan e come commentatore sportivo, ho imparato quanto sia fondamentale il gioco di squadra, la strategia e la determinazione. Quel senso di unione con la squadra e con i tifosi mi ha insegnato a non mollare mai, sia in campo che nella vita. Il calcio mi ha formato come persona, insegnandomi a gestire le vittorie con umiltà e le sconfitte con coraggio, valori che porto con me in ogni ambito, personale e professionale.
Inoltre, sono orgoglioso che lo spettacolo “Da Giambellino a Hollywood” sia sostenuto anche dalla Milan Community, il talk show ufficiale dei Rossoneri, ideato e diretto dal grande giornalista e mio caro amico Luca Serafini. Questo legame rende tutto ancora più speciale e sentito.
Nel tuo libro Sembra facile racconti con tua moglie Arianna il lungo percorso per diventare genitori. Com’è cambiata la tua visione della vita dopo la nascita delle tue figlie?
Sono diventato un uomo migliore. Le mie figlie mi hanno insegnato la pazienza, l’amore puro e a guardare il mondo con occhi nuovi.
Oggi sei anche il leader di una band di cabaret, un’attività che unisce musica e divertimento. Come riesci a conciliare questo aspetto ludico con il tuo ruolo di attore e in che modo il cabaret arricchisce la tua espressione artistica?
Il cabaret è la mia palestra creativa: lì improvviso, gioco, sperimento. E tutta questa energia finisce inevitabilmente anche nei miei personaggi.
Grazie Ugo per il tuo tempo e complimenti per la tua grande carriera!
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