“Un ragazzo qualunque”: Occhic mette a nudo ambizioni, fragilità e vita reale

Non servono pose da star per raccontare un sogno. Un ragazzo qualunque, il nuovo progetto di Occhic, parte proprio da questa idea: mettere al centro una persona normale, con ambizioni, dubbi, frustrazioni e il desiderio di trovare il proprio spazio senza costruirsi un personaggio artificiale. Tra indie e urban, il lavoro si muove dentro una dimensione molto contemporanea, dove il bisogno di emergere convive con il peso della realtà e con la ricerca di autenticità. Dopo il singolo Un ragazzo qualunque e Sognando Palchi, il progetto amplia una fase artistica che per Federico D’Elia, in arte Occhic, rappresenta un nuovo passo nella propria discografia.

a cura della redazione


Benvenuto Occhic, e grazie per essere con noi. Un ragazzo qualunque è un titolo che suona quasi come una dichiarazione d’identità: che cosa significa per te?
Grazie a voi, è un piacere essere qui! Un ragazzo qualunque è esattamente questo: una dichiarazione d’identità, ma anche un promemoria. È il mio modo per dire che, alla fine, sotto la musica, le aspettative o le pressioni, sono semplicemente una persona come tante altre, con i propri dubbi, le proprie paure e la propria quotidianità.
Molto spesso si tende a mettere chi fa musica su un piedistallo, ma io volevo fare l’opposto: mostrare che le storie che racconto nascono dalla vita vera, dalle esperienze che qualsiasi ragazzo della mia età si trova ad affrontare. È un invito a far sentire chi ascolta meno solo, perché le mie fragilità e i miei sogni sono gli stessi di chiunque altro.»

Il progetto viene presentato come un manifesto di autenticità in un’epoca molto legata all’immagine e all’apparenza. Quanto senti il bisogno di sottrarti a questa logica?
Ne sento un bisogno fortissimo, quasi viscerale. Oggi viviamo in un mondo filtrato, dove sembra che conti solo mostrare la versione migliore, più patinata o vincente di noi stessi. C’è un’ansia costante da prestazione, un’esigenza di apparire infallibili.
Con questo progetto ho voluto fare esattamente l’operazione contraria: togliere i filtri e mostrare la normalità, le crepe, le insicurezze. Sottrarsi a quella logica non significa rifiutare l’immagine in sé, ma rifiutare l’idea che l’immagine debba definire chi sei. L’autenticità per me è una forma di libertà e di rispetto verso chi mi ascolta: preferisco essere reale e imperfetto piuttosto che perfetto e costruito.»

Nel tuo percorso convivono sogni di palco e realtà quotidiana. Quanto è difficile mantenere viva l’ambizione senza perdere il contatto con ciò che si è davvero?
È un equilibrio delicato, uno di quelli che devi riassestare ogni giorno. Da un lato c’è la fame, la voglia di spingersi oltre, la magia del palco e delle luci; dall’altro c’è la vita reale, fatta di affetti, routine, radici e di quelle piccole cose che ti tengono piantato a terra.
Il rischio più grande quando rincorri un sogno grande è quello di farti inghiottire dalle aspettative o dall’idea di chi “dovresti essere” per avere successo. Per non perdere il contatto con chi sono davvero, mi aggrappo alle cose che c’erano prima e che ci saranno sempre: la famiglia, gli amici di sempre, la mia quotidianità. L’ambizione ti fa volare in alto, ma sono le radici che ti permettono di farlo senza perdere la testa o dimenticare da dove sei partito.»

Hai anticipato il progetto con Un ragazzo qualunque e poi con Sognando Palchi. Come dialogano questi due brani tra loro?
I Due brani sono letteralmente le due facce della stessa medaglia e rappresentano il cuore di tutto il percorso.
Un ragazzo qualunque pone le basi: definisce da dove parto, la mia realtà, le mie radici e la normalità di chi sono ogni giorno. Sognando Palchi, invece, guarda verso l’alto: racconta la fame, il desiderio di riscatto e quell’esigenza viscerale di trasformare quella quotidianità in qualcosa di grande attraverso la musica.
Dialogano in una sorta di botta e risposta continuo. Sognando Palchi non potrebbe esistere senza Un ragazzo qualunque, perché quell’ambizione nasce proprio dalla vita vera, dai desideri di un ragazzo normale. Allo stesso tempo, Un ragazzo qualunque trova la sua valvola di sfogo nel sogno del palco. Insieme tracciano la rotta di questo progetto: partire da terra per provare a toccare il cielo, senza mai dimenticare chi si è.»

Il tuo suono viene accostato a un territorio indie-urban. Quanto ti interessa muoverti tra generi diversi senza sentirti obbligato a scegliere un’unica etichetta?
Per me la libertà di movimento è fondamentale, quasi vitale. L’etichetta “indie-urban” mi piace perché descrive bene l’incontro tra l’attitudine cantautorale, intima e suonata dell’indie, e l’impatto, la freschezza e i ritmi dell’urban. Ma non la vivo come un recinto dentro cui restare bloccato.
Oggi i generi musicali sono sfumati, la musica che ascoltiamo è fluida, e mi sembra naturale che anche quella che scrivo rispecchi questa varietà. Non mi interessa mettermi una bandiera addosso o seguire una formula predefinita solo per rassicurare un algoritmo o un genere. Quando entro in studio, l’unica regola è seguire ciò che il pezzo chiede in quel momento: se una storia ha bisogno di una chitarra acustica essenziale uso quella, se ha bisogno di un beat più spinto vado in quella direzione. Scegliere un’unica etichetta sarebbe come limitare le cose che ho da dire.

Nel corso della tua carriera hai attraversato sonorità molto differenti, dal rock al grunge, fino all’hip hop e ad altre contaminazioni. Che cosa hai portato di quelle esperienze dentro questa nuova fase?
Tutto ciò che ho suonato in passato è rimasto dentro di me, diventando parte del mio DNA artistico. Nessuna esperienza si è persa: si è solo trasformata.
Dal rock e dal grunge ho ereditato l’attitudine, l’energia viscerale, la voglia di graffiare e la necessità di un’espressività cruda, senza troppi fronzoli. È quell’urgenza espressiva che ti fa salire sul palco senza filtri. Dall’hip hop, invece, ho preso il rispetto assoluto per la parola, l’incastro metrico, la capacità di raccontare storie dirette e quell’attenzione quasi maniacale al ritmo e all’impatto del testo. In questa nuova fase non ho abbandonato nulla di tutto ciò; semplicemente, ho imparato a far convivere questi mondi con una maturità diversa. Oggi riesco a mettere la carica e l’impatto del rock dentro una struttura più moderna, mantenendo la centralità della scrittura rap e cantautorale. Quel passato è la mia cassetta degli attrezzi: mi permette di non avere paura di sperimentare e di dare a ogni brano l’energia giusta.

Il titolo del progetto mette al centro una persona comune. Pensi che oggi ci sia bisogno di più storie capaci di raccontare anche fallimenti, attese e fragilità, oltre al successo?
Assolutamente sì, ne c’è un bisogno disperato. Oggi siamo bombardati da narrazioni incentrate esclusivamente sul successo rapido, sull’iper-produttività e sul traguardo finale. Sembra quasi che se non arrivi subito in cima, o se mostri un momento di esitazione, tu abbia fallito. Ma la vita vera non è una sequenza di trionfi: è fatta soprattutto di attese, di porte in faccia, di momenti in cui ti senti smarrito e devi ricostruirti.
I fallimenti e le fragilità non sono l’opposto del successo, ne sono parte integrante. Raccontarli non significa piangersi addosso, ma fare un atto di onestà: significa dire a chi ti ascolta che è normale cadere, che non c’è nulla di sbagliato nel sentirsi fragili o nel dover aspettare il proprio momento.
Quando metti a nudo le tue crepe, permetti agli altri di rivedersi nella tua storia e di sentirsi meno soli. È proprio lì, nelle fragilità condivise, che si crea la connessione più profonda e autentica con le persone.

Il tuo percorso musicale parte da lontano, tra studio, concorsi e diversi progetti discografici. In che modo senti di essere cambiato come autore rispetto agli inizi?
Sono cambiato tantissimo, e la differenza principale sta nella consapevolezza. All’inizio c’è la foga di dover dimostrare tutto e subito: riempivo i pezzi di parole, di incastri complessi o di arrangiamenti carichi, come se dovessi mostrare ogni volta tutta la mia ‘cassetta degli attrezzi’ per sentirmi valido.
Con lo studio, i concorsi, i palchi e le esperienze discografiche alle spalle, ho imparato il valore della sintesi e dell’essenzialità. Ho capito che spesso meno è meglio e che la forza di una canzone sta nel far arrivare un concetto nel modo più diretto e sincero possibile, senza nascondersi dietro troppi orpelli.
Oggi come autore sono molto più a mio agio con il silenzio, con la misura e con la semplicità. Non scrivo più per impressionare o per rincorrere un’idea di perfezione, ma per comunicare davvero un’emozione. La tecnica resta una base fondamentale, ma adesso è completamente al servizio del messaggio e della canzone.»

Quanto conta per te che chi ascolta possa riconoscere qualcosa della propria vita nelle tue canzoni, senza necessariamente conoscere la tua storia personale?  
Conta praticamente tutto, è il senso stesso per cui faccio musica. Per me una canzone compie davvero il suo ciclo nel momento in cui smette di appartenere a me e diventa di chi la ascolta.
Non mi interessa che il pubblico conosca i dettagli specifici della mia vita, i nomi o le date precise di quello che ho vissuto. Ciò che spero è che nelle mie parole le persone possano ritrovare i propri stati d’animo, i propri dubbi, le proprie vittorie o le proprie paure. La mia storia personale è solo la scintilla iniziale, ma il testo deve funzionare come uno specchio: chi ascolta deve potersi dire «questa cosa la provo anch’io, questo pezzo parla di me».
Quando un brano riesce a toccare quelle corde universali, accorcia le distanze e ti fa sentire compreso. Ed è la magia più grande di questo lavoro: trasformare un’esperienza intima e individuale in qualcosa in cui tutti possono riflettersi.»

Dopo Un ragazzo qualunque, quale direzione vuoi dare al prossimo capitolo di Occhic e quali aspetti della tua scrittura senti di voler approfondire ancora
Con Un ragazzo qualunque penso di aver detto tutto quello che avevo da dire, è stato la mia carta d’identità, il mio quinto progetto musicale,il  punto zero da cui mettere in chiaro chi sono e da dove parto. Ma ogni punto di partenza serve per mettersi in cammino, e sento che per Occhic sia arrivato il momento di compiere un passo in avanti, di esplorare un nuovo capitolo che sta già prendendo forma.
Il progetto si sta evolvendo verso qualcosa di diverso, più maturo e per certi versi inaspettato. A livello di scrittura, ho voglia di andare ancora più a fondo: se finora ho raccontato soprattutto l’impatto con la realtà, le ambizioni e le fragilità di superficie, ora voglio scavare nelle sfumature, toccare punti ancora più intimi e sperimentare forme di racconto meno convenzionali.
C’è la volontà di osare di più, sia nei testi che nella ricerca sonora, senza però mai tradire quell’urgenza di verità che mi ha portato fin qui. Non posso ancora svelare i dettagli, ma posso dire che quello che sta arrivando mostrerà un lato di me ancora più consapevole e tridimensionali.

Grazie Occhic e complimenti per la tua carriera artistica!

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