Under One Hundred raccontano “Stato: Instabile”: rap, elettronica e una generazione in cerca di equilibrio

Con Stato: Instabile, disponibile dal 22 maggio 2026, gli Under One Hundred pubblicano il loro primo EP autoprodotto: sei brani che raccontano frammenti di vita contemporanea, tra ansia quotidiana, relazioni nate online, pressione sociale e bisogno di resistere. Il progetto mescola rap old school ed elettronica, alternando momenti più diretti e immediati, come Siamo Solo Persone e Ne Vale La Pena, a tracce più cupe, nervose o sperimentali, come Ansia e Sto Nel Deserto. Un lavoro che fotografa una generazione sospesa tra connessione e distanza, fragilità e ricerca di equilibrio.

a cura della redazione


Benvenuti su Che! Intervista, Under One Hundred, e grazie per essere con noi. Stato: Instabile è il vostro primo EP: che cosa rappresenta per voi questo debutto discografico?
Grazie dell’accoglienza! La risposta più onesta da dare è: ci rappresenta. Essendo frutto di un’elaborazione corale emotiva di confronto sulle nostre quotidianità, diventa per noi strumento di condivisione verso il mondo che ci appassiona visceralmente, ossia la musica. La nostra prima pietra in un cammino che speriamo possa portarci alla possibilità di live, che per noi sono il linguaggio universale di condivisione del tempo umano

Il titolo Stato: Instabile suggerisce subito una condizione emotiva, sociale e generazionale. Perché avete scelto proprio questa espressione per raccontare il progetto?
Il suono della title track doveva esporre il concetto di immobilismo e dinamismo fragile in maniera semplice e diretta. Voleva essere impattante per descrivere l’inquietudine che ci attanaglia in una realtà inamovibile che ci vuole dinamici, ma forti. Una follia senza senso alla ricerca prestazionale senza sbavature. Una vita esteticamente perfetta a confronto con la meraviglia difettosa qual è la vera umanità.

L’EP attraversa frammenti di vita contemporanea, tra relazioni nate online, ansia quotidiana e bisogno di resistere. Quali esperienze o osservazioni hanno dato origine a queste sei canzoni?
Il nostro punto di forza è l’interazione fra noi con vite età e specifiche nettamente diverse. “Siamo solo persone” nasce dal morale abbattuto di uno di noi che, quasi puntualmente, veniva demolito da appuntamenti tramite varie app d’incontri. Il fatto che si ripetessero le stesse dinamiche, indipendentemente dagli approcci o dalle situazioni ci ha resi innervositi verso la complessità di trovare una via che desse una dose della sofferenza che c’è dall’altra parte. “Ne vale la pena” non è stata nemmeno discussa, è nata da un pessimo momento generale, è nata dal pianto e ci ha fatto uscire con il sorriso. Ci serviva.
“Sto nel deserto” invece, nasce dalla combinazione di sperimentazione e il “fastidio” che le persone a noi vicine cantassero più volentieri canzonette estive senza spessore piuttosto che le nostre, andando assieme a confluire su uno storytelling tra resilienza e disagio.
Riassumendo, facciamo musica come risposta alle nostre esperienze, confrontandoci sui diversi punti di vista.

Il vostro sound unisce rap old school ed elettronica. Come nasce questo incontro tra due linguaggi così diversi, ma oggi sempre più capaci di dialogare?
La musica nasce dalla condivisione. I linguaggi si modificano in funzione della necessità. Il maestro Esa disse “il rap è un mezzo, non un fine”. Questo concetto si può tradurre nella possibilità di usare una tecnica, senza snaturarne il valore, assieme ad un’altra tecnica. O a mille altre. Se un giorno ci sembrerà giusto utilizzare un tappeto musicale frenchcore, con canti gregoriani campionati e rap in extrabeat, lo faremo senza chiederci se ha senso. Deve suonare, questo è l’unico criterio. Siamo in un momento musicale dove il purismo non trasmette più come un tempo, mancando appartenenze che girano attorno alla fratellanza di nicchia.

Brani come Siamo Solo Persone e Ne Vale La Pena sembrano puntare su una dimensione rap più diretta e riconoscibile. Che tipo di messaggio volevate trasmettere attraverso queste tracce?
Alla base c’è lo stesso importante pilastro, siamo umani. Siamo umani e quindi non serve prenderci in giro con raggiri emotivi dettati dal potere del “tira e molla” in funzione di azioni manipolative inutili. Siamo umani nel momento del crollo, per aiutarci a vedere la luce nei nostri infiniti tunnel di fatica. Siamo umani, capita. In fondo con meno paranoie e più comprensione reciproca il dolore singolo si ridurrebbe di moltissimo. C’è davvero l’infinita bellezza nella nostra mancanza di perfezione.

Con Ansia emerge invece un’impronta più elettronica e contemporanea. Quanto è importante per voi sperimentare anche sul piano sonoro per raccontare meglio certe tensioni interiori?
Risulta fondamentale per toccare le corde emotive senza dimenticare la buona tecnica. Ansia, ad esempio, ha subito diversi step evolutivi. Da uno stile eurodance con punte melodiche, passando dal classico rap cassa e rullante fino ad esplodere nella versione finale. Tendenzialmente se un pezzo non funziona, lo si lascia perdere per qualche tempo fin che non ci viene in mente qualche idea per farne emergere l’identità.

Sto Nel Deserto viene descritto come un brano più cupo e arrabbiato. Che ruolo ha la rabbia nella vostra scrittura e nel modo in cui trasformate il disagio in musica?
Più che la rabbia stessa, preponderante per noi è il controllo di quel sentimento. Di fatto, la rabbia è energia e se la si veicola con fine costruttivo si possono ottenere potenza e impatto. Usarla come motore creativo piuttosto che come vessillo per l’autoflagellazione ci libera del peso della frustrazione.

Nel vostro racconto torna spesso l’immagine di una generazione sospesa tra connessione e distanza. Secondo voi, essere sempre connessi rende davvero più vicini o può aumentare il senso di isolamento?
Lettura splendida del progetto. Etimologicamente connessione significa intrecciare insieme. Non si è sempre connessi, anzi, si è eternamente collegati gerarchicamente a un sistema di acquisto/vendita di intrattenimento. Cosa direbbe un Giorgio Gaber all’idea che il suo successo dipenda da quante volte viene utilizzato un suo prodotto per auto-vendersi su un portale di intrattenimento che esalta l’immediatezza e il vuoto? Probabilmente risponderebbe “non si riesce nemmeno più a far finta di esser sani” (parafrasando una sua opera).

Avete scelto l’autoproduzione per questo primo EP. Quanto è stato importante mantenere il controllo creativo su suoni, testi e identità del progetto?
Siamo caduti con un vecchio progetto con una collaborazione con un’etichetta. Nessun vantaggio, solo doveri e la sensazione di essere un nulla eterno. Le nostre domande, richieste di consigli, idee per strategie non hanno mai ricevuto risposta. In compenso, causa una pubblicazione di un singolo siamo stati minacciati da avvocati. A parte l’adescamento iniziale, l’unico dialogo proposto dall’etichetta era fondato su quanto ci sarebbe costato una promozione rispetto ad un’altra.
Ora sposiamo l’autoproduzione e l’indipendenza da marchettari finti discografici.

Dopo Stato: Instabile, quali aspetti della vostra ricerca musicale e narrativa desiderate sviluppare nei prossimi brani degli Under One Hundred?
Dialogo verso l’altro, critica sociale, identità senza massa. Siamo già partiti con nuove sperimentazioni, è ancora presto per dirlo ma probabilmente alterneremo canzoni più sincere e melodrammatiche a casse dritte e critica o rabbia. Abbiamo condiviso il nostro intimo quotidiano, ora andiamo a distruggere Babele!

Grazie ragazzi e complimenti per tutto!

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