Estratto dall’album “Decalogo dell’Amore”, il brano si muove su un terreno fragile e profondamente umano, ribaltando il significato stesso della parola “bugia”. Qui non c’è inganno, né fuga dalla realtà. La bugia diventa invece uno spazio abitabile, una zona intermedia tra ciò che siamo e ciò che riusciamo a sostenere. È una forma di protezione reciproca, una carezza imperfetta che tiene insieme le crepe.
a cura della redazione
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Marchiori e Pomiato costruiscono un racconto che sfugge alle semplificazioni. Non c’è dramma ostentato, né dichiarazione assoluta. Al contrario, la scrittura si nutre di immagini concrete, quotidiane, che diventano simbolo: piccoli gesti, adattamenti silenziosi, compromessi che non sviliscono l’amore ma lo rendono possibile. Quelle che il brano definisce, implicitamente, “bugie belle” sono in realtà atti di resistenza emotiva, modi per restare quando sarebbe più semplice cedere.
Dal punto di vista sonoro, la canzone segue coerentemente questa linea emotiva. Il pianoforte minimale disegna un paesaggio essenziale, mentre il violoncello — intimo, quasi respirato — aggiunge profondità senza mai invadere. La produzione è misurata, consapevole del valore del silenzio tanto quanto del suono. La voce si muove in questo spazio con naturalezza, come un pensiero che prende forma senza alzare mai il tono.
È proprio questa sottrazione a rendere il brano potente. Non c’è bisogno di climax, né di costruzioni spettacolari: tutto resta sospeso, trattenuto, e proprio per questo autentico. La musica non accompagna il testo, lo custodisce.
All’interno di “Decalogo dell’Amore”, progetto nato come gesto intimo e familiare prima ancora che artistico, “Voglio essere una tua bugia” rappresenta uno dei momenti più raccolti e significativi. È una canzone che non cerca di spiegare l’amore, ma di abitarlo, accettandone le contraddizioni senza giudicarle.
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