Con Out of the Tunnel, Wild Bloom inaugura un nuovo capitolo del proprio percorso artistico, segnato da una profonda trasformazione personale e sonora. Il singolo, uscito l’8 gennaio, è un viaggio emotivo che attraversa fragilità, consapevolezza e desiderio di rinascita, fondendo suggestioni elettroniche, rock e orchestrali in una dimensione intima e luminosa. Abbiamo incontrato Wild Bloom per esplorare, attraverso dieci domande, il senso di questo “uscire dal tunnel”, tra musica, identità e futuro.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Wild Bloom. “Out of the Tunnel” nasce come un’impressione, quasi un gesto istintivo. Ricordi il momento preciso in cui hai capito che questa canzone stava prendendo forma?
Ricordo il momento esatto in cui l’ho scritta, o meglio: in cui ho suonato la melodia e cantato alcune frasi quasi casuali. Poi il brano ha attraversato almeno tre fasi importanti. La prima è stata la registrazione della melodia vocale in acustico, nel bagno di casa, solo io e la chitarra. Successivamente il pezzo si è sviluppato lentamente: prima basso, voce e un beat essenziale, poi diverse versioni di chitarra. L’ultima fase, quella più recente, è stata la costruzione orchestrale e la registrazione della voce definitiva, circa tre mesi fa.
Nel brano parli di tunnel interiori: dipendenze, abitudini nocive, blocchi emotivi. Quanto è stato difficile trasformare questi temi personali in musica senza filtri?
Sono temi che fanno parte del mio quotidiano, a volte in modo più leggero, a volte più profondo. In realtà è stato semplice e naturale: è il mio modo di comporre. Scrivere musica per me è anche un modo di esprimermi e di esercitarmi vocalmente, modulando la voce in base ai sentimenti che voglio portare fuori.
Hai detto di non voler più essere “il Bukowski della situazione”. Cosa rappresenta per te oggi questo distacco e che tipo di artista senti di essere diventato?
Mi sento più vero, senza troppe pretese e senza quella pazzia o quella smania di “sfondare” a tutti i costi. Sarebbe ridicolo forzarmi a essere qualcosa che non sono, o voler dimostrare di essere bravo quando so che c’è sempre qualcuno più bravo di me.
Ogni artista ha il proprio percorso, lento o veloce, e cresce in base alle circostanze. Anche se non sono famoso come chi passa in radio ogni giorno, continuo a comporre la mia musica e credo abbia un valore reale, senza trucchi né esagerazioni.
Il sound del singolo è essenziale, privo di batterie, ma molto evocativo. Come hai lavorato sull’equilibrio tra minimalismo e intensità emotiva?
Ho passato molto tempo senza “sporcarmi le orecchie”, cercando di sentire il pezzo prima nella mia testa. Immaginavo chitarre e parti orchestrali con calma.
In quel periodo lavoravo come cameriere: finivo il turno alle 16:30, dalle 17:00 alle 19:00 registravo parti in studio, poi tornavo a lavoro dalle 20:00 a mezzanotte. È stato un processo molto tranquillo e concentrato.
Le influenze sono forti e dichiarate: U2 anni ’80, Queen di Innuendo. In che modo questi riferimenti dialogano con la tua identità sonora attuale senza sovrastarla?
Queen e U2 sono riferimenti che non smettono mai di emozionarmi. Forse i Queen più di tutti, ma anche gli U2, in certi periodi, hanno scritto cose uniche e irripetibili.
Oggi però sento il bisogno di un suono più freddo, quasi curativo, capace di lenire ferite e scottature del passato: convinzioni giovanili, illusioni, errori. Quelle influenze restano, ma non dominano.
Hai espresso il desiderio che il brano comunichi liberazione anche a chi non comprende l’inglese. Quanto conta per te l’aspetto emotivo “universale” della musica?
La musica è emozione, ed è proprio per questo che riesce a parlare a tutti. Non c’è bisogno di costruire architetture sonore troppo complesse o testi eccessivamente elaborati. Conta l’istinto, quello che potrebbe capire anche un bambino.
“Out of the Tunnel” è il secondo capitolo di un percorso di metamorfosi. In cosa senti di essere cambiato rispetto ai tuoi lavori precedenti, anche a livello umano?
Sento che quello che sto facendo oggi è un discorso lineare e coerente. Ho i piedi ben piantati a terra: se voglio saltare, so da dove spingere. Non mi aspetto una svolta improvvisa, ma una dimensione artistica mia, apprezzata da chi mi conosce. Wild Bloom resta lì: chi vuole ascoltarlo lo ascolta e, se vuole, lo apprezza.
Londra ha rappresentato una tappa fondamentale della tua rinascita artistica. Cosa ti ha lasciato quella città e cosa, invece, hai ritrovato tornando in Italia?
Londra mi ha dato un’officina creativa incredibile: una metropoli piena di strade artistiche, scambi internazionali e possibilità. C’era una forte cultura del lavoro, del metodo, dei risultati, più che della fama. Tornando in Italia ho ritrovato la calma, gli spazi e il contatto umano, la possibilità di incontrare persone e suonare. Manca forse lo stesso fuoco che ardeva a Londra, ma ho guadagnato altro.
Il tuo progetto fonde musica, immagine e teatralità. Vedi il futuro di Wild Bloom sempre più multidisciplinare, magari anche vicino al teatro?
Dipende molto dal tempo che posso investire nell’arte. Per vivere, al momento, bisogna anche lavorare, e questo non è necessariamente un male: spesso aiuta a ricaricare le energie creative.
Se dovessi lasciare un messaggio a chi oggi si sente “dentro un tunnel”, quale pensiero vorresti che accompagnasse l’ascolto di questo brano?
Non lo so con certezza. Forse è un brano che rappresenta un momento della vita che in molti hanno attraversato.
Vorrei trasmettere la voglia di affrontare e risolvere i problemi in modo creativo, stimolante e appagante, trasformando la difficoltà in un’occasione di movimento e cambiamento.
Grazie e complimenti per la tua carriera artistica!
Per saperne di più visita:
Instagram | Spotify
Se apprezzi il nostro lavoro, IL TUO CONTRIBUTO è importante
Ogni storia è unica! RACCONTACI LA TUA! Contattaci adesso!








